N°77-78 / Pesanti fardelli che gravano sull’Evangelo

Editoriale


“Invece di pretendere che il mondo ascolti la chiesa,
questa anzitutto dovrebbe
rimettersi in ascolto della «parola» di Gesù”
(Mauro Laconi)

 

Questo quaderno raccoglie numerose testimonianze di pretioperai e di amici, tra cui Armido Rizzi, che per tre giorni si sono incontrati a Bergamo. Lasciano trasparire una fede radicata, provata, profonda. Valga per tutti la parola del più anziano tra noi, Gino Piccio, che così concludeva il suo intervento:
“Amici, voi come me, avete il carbone acceso tra le mani, niente ci può far paura, vince Berlusconi o no, perdono gli altri, non dobbiamo aver paura. Abbiamo un grande messaggio, dobbiamo puntare in alto. Sogno le montagne anche se ho la ghiaia sotto i piedi, continuo a sognare le montagne e l’immensità del mare, ma credo a questo grandioso stile e messaggio di vita”.
Si sente forza in queste parole, parole nate dalla vita, cresciute all’aria aperta, esposte alle intemperie, fuori dalle sagrestie. È quello che sottolineava Beppe di Lucca:
“Per me è importante perché se si vive in sacrestia, si muore in sacrestia, con tutto quell’odore di incensi, che caratterizza proprio quell’ambiente. Bisogna respirare un’altra aria, scoprire che si respira meglio fuori, imparando a portare fuori un po’ di sacrestia, invece che viceversa”.
Una fede forte, ma con la leggerezza del respiro, della gratuità e quindi libera e liberante. L’insieme delle testimonianze lascia trasparire la conspiratio, come si diceva nelle prime comunità cristiane evocando l’alito di Dio, cioè quell’intesa profonda che si manifestava con il bacio.
Molti anni fa, al convegno nazionale dei pretioperai di Firenze nel 1986, per illustrare il processo che investiva la nostra fede, abbiamo utilizzato una figura attinta da Arturo Paoli:
«Nella mia terra lucchese ho assistito e partecipato molte volte agli scassi degli uliveti, quell’operazione durissima attraverso la quale il contadino metteva a nudo la radice degli ulivi. Un’operazione indispensabile perché le radici prendano aria e siano alimentate dall’ossigeno e dalla luce, rinnovandosi, rivivendo. Oggi si useranno altri metodi, ma lo scasso è comunque condizione di rinascita dell’uomo» (Facendo verità, Gribaudi, Torino 1984, 89).
“La vita quotidiana di lavoro, questo stato di necessità nel quale ci si viene a trovare con le relazioni e le scelte che si impongono, è la situazione in cui avviene lentamente lo scasso che porta alla luce le radici che sostengono l’esistenza. La condizione materiale, le solidarietà, le delusioni, la ribellione, le sconfitte, le piccole vittorie, l’inutilità che talvolta prende… mettono a nudo la nostra fede oltre che la nostra pasta umana.
La fede perde l’onnipotenza e la presunzione. Perde la chiacchiera. Coi compagni, col padrone o il dirigente, nel sindacato, nei conflitti da affrontare nasce una fede più povera, inutile, gratuita. Anche la preghiera riduce le parole.
Ecco: la fede deve essere interrogata, provocata, scossa: ridotta a nudità completa. Come è avvenuto per Gesù… L’esistenza del PO è già una risposta teologica diversa “ (Bollettino di collegamento dei Pretioperai n. 0, 1987, 25).
Di questa fede ne basta un granello di senapa (Mt 17,20). È quello che il titolo di copertina annuncia: la forza della leggerezza.
Noi pensiamo che l’opera di “scasso” sia necessaria anche alla chiesa: deve investire le sue relazioni interne ed esterne, l’organizzazione, le strutture, gli impianti ideologici e gli stili di vita nell’abitare il mondo.
È inevitabile che il fluire del tempo depositi delle incrostazioni che rendono opaca anche la cosa più bella e vitale. Pure il cristianesimo con la sua lunga storia non sfugge a questa inerzia. L’errore più grave è fingere che non sia così oppure immaginare a priori che l’amalgama che si è prodotto nei secoli e millenni sia tutto della stessa pasta del filone dorato della rivelazione.
Insomma: quella distinzione che Gesù sistematicamente propone quando libera il precetto di Dio dalle ruggini delle tradizioni umane (Mt 15) deve sempre essere compiuta di nuovo, anche nel tempo della chiesa.
Ci soffermiamo su queste tematiche seguendo una recente parola del card. Martini con la quale richiama al dovere di esercitare la libertà di parola nella chiesa: “Dobbiamo chiedere a Dio il dono della libertà. Siamo richiamati ad essere trasparenti, a dire la verità. Ci vuole grande grazia. Ma chi ne esce è libero” (Cit. in Zita Dazzi, Vanità, invidia e calunnie vizi capitali anche nella chiesa, in La Repubblica 5.6.2008).

Consapevolezza dei pesi che gravano sull’Evangelo

 
Recentemente ho ripreso in mano alcuni documenti fioriti nel contesto del Vaticano Il. In particolare mi ha colpito il testo sulla povertà della chiesa, sottoscritto da oltre 500 padri conciliari, che il card. Lercaro, assolvendo al mandato ricevuto, consegnò a Paolo VI, tramite il card. Cicognani. Accantonato al tempo dei lavori conciliari verrà ignorato nei decenni successivi.
Nell’introduzione si afferma che il tema della povertà della chiesa è posto, che anche tra i vescovi è diffusa l’aspirazione a passare dalle parole agli atti… e tuttavia ci si ritrova in una situazione di impotenza, sia sul piano dottrinale che a livello pratico:

“Ciò è doloroso quanto sintomatico. Indica in quale misura il nostro pensiero, il nostro costume, le nostre istituzioni, tutto l’ambiente e la civiltà che pur si dice ispirata al cristianesimo, si sia per secoli e secoli allontanata dallo spirito evangelico e si sia consolidata e strutturata in forme concettuali e in modi di vita, che oggi costituiscono un grave ostacolo a ogni tentativo di ritrovamento del senso cristiano della povertà, una forte remora a operare una semplificazione e liberazione degli atteggiamenti individuali, come dei comportamenti comunitari e delle strutture ecclesiastiche.
Di fronte al peso del passato e all’inerzia del presente, le buone intenzioni e i desideri anche più ardenti sono costretti a segnare il passo. Eppure l’urgenza è grande…”
(G. Lercaro, Per la forza dello Spirito, Edizioni Dehoniane Bologna 1984, 158. cit. in Pretioperai 67/2005, 10-12).

Eravamo in pieno Concilio. C’è stato il coraggio di confessare con lucidità l’allontanamento dallo spirito del Vangelo come realtà riguardante non solo i singoli, ma la chiesa stessa, comunità e strutture ecclesiastiche.
Anche dell’opzione di molti vescovi dichiarata in un impegno solenne verso la fine del Concilio si sono perse le tracce:

“Noi cercheremo di vivere secondo la standard di vita ordinario delle nostre popolazioni per quel che riguarda l’abitazione…” (cit. in Pretioperai 67/2005, 10-12).

Il peso di una storia di potenza continua a gravare. I palazzi vescovili in tutta Italia sono segni di una chiesa signora, impotente a rinunciare alle insegne della secolare signoria…
Vi devo confessare che la ripresa di queste letture, oltre ad avermi colpito, mi ha donato un respiro, una consolazione. In fondo tutta la storia del postconcilio era stata in qualche modo profetizzata. Se si percepisce l’impotenza al cambiamento nell’ambito dello stesso Concilio, nel momento decisionale più alto della chiesa, allora non c’è da stupirsi che questi ostacoli interni continuassero, anzi si aggravassero, negli anni e decenni successivi. Vuol dire che il bisogno di riforma della chiesa è davvero molto profondo, continua ad esserlo. Da quanti secoli la parola riforma è echeggiata nella chiesa? Però è strada davvero dura e irta di ostacoli.
Ne deriva una luce chiara sul cammino da noi intrapreso, proprio in quegli anni. Questi testi ci dicono che il nostro sforzo è andato in quella direzione. È stato un cammino di spoliazione: quello che pare impossibile alla chiesa. Oltre alla nostra esistenza umana, ha investito anche la fede e gli strumenti culturali e teologici dei quali siamo stati attrezzati; nonché il ruolo e la stessa collocazione nella chiesa e nel mondo. È stato un processo di semplificazione. Al di là dei nostri limiti, la direzione presa è quella giusta, quella che ha cercato di interpretare istanze emerse nel Concilio che di fatto sono rimaste congelate. Nel nostro piccolo abbiamo dato carne a quegli orientamenti, immaginati per la chiesa tutta, ma che, almeno nella nostra chiesa occidentale, in Italia in particolare, giacciono nascosti e sepolti.

Non superare la soglia

 
Da molti anni mi ritorna alla mente uno degli ultimi messaggi di Mario Cuminetti. Si trova in quelle poche pagine che portano il titolo “Per Mario”, diffuse poco dopo la sua morte. È un breve “abbozzo” sotto forma di appunti che chiudono il libretto. Sono pensieri su cui si stava affaticando “per ripensare il tutto”. Lui, ecclesiologo, va alla radice del pensare la chiesa, nel suo rapporto con il Signore, denunciando la sua insostenibile pretesa di varcare la soglia invalicabile, la condizione di limite che appartiene alla condizione umana, per riempire il vuoto lasciato da Dio, la cui presenza si riveste di assenza.

“… In fondo il problema delle chiese (e delle religioni) è quello dello statuto da dare alla presenza-assenza di Dio. La scrittura, ma anche la chiesa, è prodotta da un lutto. L’assente fa scrivere. Non cessa di scriversi. Colui che dovrebbe esserci non c’è.
Da qui l’antica preghiera cristiana: “Che io non sia separato da te” “Maranethé” (= Signore vieni).
Il rischio è di riempire questo lutto con una presenza (quella della chiesa). Recuperare la laicità è recupero del lutto. Cioè di fronte al necessario (“non senza di te, Signore”), divenuto in realtà impossibile – e questa è la figura del desiderio – ci si sente ammalati (“angosciati”?), perché si è malati dell’unico, che, come dice Maria al sepolcro, “non c’è più”, “l’hanno portato via”.
Il nostro diventa il linguaggio della “nostalgia” (saudade): estranei al nostro proprio luogo e desiderosi di tornare a casa. Ma bisogna star qui, non fuggire, non superare la soglia. È la condizione di tutti.
La chiesa ha preteso di superarla”.

Vi è una forma di presenza, di occupazione, che di fatto diventa sottrazione di quello spazio che appartiene unicamente a Dio e che viene sostituito con qualcosa che Dio non è.
Il vero Dio non è quello che puoi possedere, o pretendere di rappresentare in maniera adeguata. Non è un oggetto del quale ci si può servire come principio di conoscenza di tutto il reale. È un Dio diverso. Credo che nel profondo del nostro percorso biografico, non ancora compiuto, vi sia il segreto di questo spazio libero e vuoto. L’essere entrati “nella condizione di tutti”, nel terreno dell’umanità dispersa per i sentieri della vita ci ha fatto esistere al di qua della soglia, nella condizione laica, fuori da quel recinto dove “il Vangelo (è incorporato) entro istituzioni giuridiche e burocratiche” (I. Illich).
L’essere “cani perduti senza collare” è diventata una condizione privilegiata, in cui il vuoto era di casa, un vuoto certamente non riempito “dalla presenza della chiesa”. È un recupero di laicità e quindi del “lutto”, per la kenosi, il nascondimento di Dio in questo mondo, come appare nella rivelazione del crocifisso, che nessuno “spazio sacro” potrà mai sostituire.

E se fosse un idolo?

 
Nell’ultimo libro pubblicato dal card Ruini: “Rieducarsi al cristianesimo…”, viene ripreso l’invito dell’allora card Ratzinger “a capovolgere l’assioma etsi Deus non daretur (“come se Dio non esistesse”) e a cercare di indirizzare la nostra vita veluti Deus daretur (“come se Dio esistesse”), anche quando non riusciamo a trovare la via dell’accettazione di Dio”.
Tutto questo per contrastare il relativismo, il nichilismo e la riduzione dell’uomo a natura “che non possono affermarsi pienamente e diventare davvero egemonici finché la fede cristiana è viva e riesce a generare cultura” (C. Ruini, Rieducarsi al cristianesimo. Il tempo che stiamo vivendo, Mondadori Milano 2008, 52-55).
Non credo che questo tentativo di rovesciamento dialettico sia produttivo. Temo anzi che sia dannoso. Che si intende quando si dice Dio? Quale Dio? Questa parola ha una storia troppo lunga e pesante per poterla semplicemente nominare in questo modo. Non è possibile dimenticare le parole di Martin Buber:

«[Dio] è la parola più sovraccarica di tutto il linguaggio umano. Nessun’altra è stata tanto insudiciata e lacerata. Proprio per questo non devo rinunciare ad essa. Generazioni di uomini hanno scaricato il peso della loro vita angustiata su questa parola e l’hanno schiacciata al suolo; ora giace nella polvere e porta tutti i loro fardelli. Generazioni di uomini hanno lacerato questo nome con la loro divisione in partiti religiosi; hanno ucciso e sono morti per questa idea e il nome di Dio porta tutte le loro impronte digitali e il loro sangue […] Non possiamo lavare di tutte le macchie la parola “Dio” e nemmeno lasciarla integra; possiamo però sollevarla da terra e, macchiata e lacera com’è, innalzarla sopra un’ora di grande dolore». (M. Buber, L’eclissi di Dio, Ed. Comunità, Milano 1983, 30-31)

Anche la storia cristiana – noi europei ne sappiamo qualcosa – ha contribuito a caricare di fardelli il nome di Dio.

Non si può mai dimenticare il passato europeo del cristianesimo. Si parla abbondantemente di “radici cristiane” dell’Europa, ma non si fa cenno alle perversioni a cui è stato soggetto il cristianesimo e alle lacerazioni tremende che hanno investito per secoli il continente: “In seguito alle guerre di religione che hanno prodotto scontri sanguinosi fra confessioni cristiane, si prende coscienza dell’impossibilità di fondare una vita comune su una fede divisa in se stessa. Le società realizzano così un nuovo consenso minimale, basato su una concezione razionale e morale di Dio, fondatrice dei loro legami politici e dei diritti individuali. A metà del XIX secolo anche questa ipotesi religiosa viene abbandonata. La mentalità scientista o positivista, che regna ormai dappertutto in Europa, elimina ormai ogni riferimento all’assoluto, oppure lo traspone allo Stato-nazione, concepito in durissima opposizione al cristianesimo e, addirittura, a tutte le religioni […]. La questione dell’identità del cristianesimo si pone dunque, nel secolo XIX con un’esigenza del tutto nuova […] non riguarda più semplicemente un aspetto particolare del dogma, ma concerne la fede nella sua totalità” (C. Theobald, Rivelazione, Editrice Dehoniane Bologna 2006, 43-45).

Quante volte si è chiamato all’obbedienza in nome di Dio, per sostenere poteri e progetti umani, per schierare una chiesa contro l’altra? Quante volte ci si è serviti di Dio e si sono modulati i suoi connotati a immagine del potere umano?
La proposta di “indirizzare la vita veluti Deus daretur” pare un ritorno al passato, come per riprendere un discorso interrotto. Personalmente su questo punto sono rimasto a Bonhoeffer che si rifiuta di utilizzare “Dio come ipotesi di lavoro” per riempire il vuoto creato dal nichilismo.
Inoltre, sulla scorta della lunga esperienza europea, sarebbero in molti a vedere in questo invito il tentativo della chiesa di rimettere piede in campi dove è stata guadagnata autonomia dal religioso, visto e sperimentato come un potere di ingerenza. Noi possiamo considerare tale proposta sulla linea sopra descritta nella citazione di Cuminetti: occupare da parte della chiesa lo spazio del silenzio in cui è avvolta la presenza misteriosa di Dio.
Ascoltiamo una riflessione di Gesché che mette in luce i rischi a cui va soggetta la creazione di costruzioni intellettuali di Dio:

“Ci si potrebbe domandare… se il cristiano non debba temere di gran lunga di più il teismo che l’ateismo. Quest’ultimo infatti lascia sempre libero il posto per Dio, ne lascia integro il concetto, in ogni caso non lo sfigura. Il problema dell’ateismo è infatti soltanto (se così si può dire) quello dell’esistenza di Dio. Mentre il teismo, che fa centro sulla natura di Dio, ci pone un’idea di Dio, e un’idea che dopo Voltaire, sappiamo essere fatta a nostra immagine e somiglianza. E l’idolo è proprio questo (eidòlon, specchio che ci rinvia a noi stessi, senza alterità) è falso dio al servizio dei nostri bisogni e interessi […] Il teismo, essendo una costruzione dello spirito umano, si avvicina a «questi dei d’argilla fatti dalle nostre mani», è una forma intellettuale di idolatria, in cui il mio spirito si compiace delle sue costruzioni” (A Gesché, Dio per pensare Dio, Ed. S. Paolo, Cinisello Bals. (MI) 1996 171-172).

La “forma” della chiesa come veicolo dell’immagine di Dio

 
Alla chiesa e al suo apparire è affidata la testimonianza della Rivelazione. Sempre più rilevanza viene attribuita anche alla sua presenza mediatica. Quale volto di Dio presenta la chiesa, così come è formata e strutturata? Si è davvero staccata da un passato nel quale si è usato il nome di Dio come una clava, nel quale si è fatto uso della forza, della violenza, e della legge per far trionfare “la verità”? Che seguito hanno avuto nelle chiese, che eco hanno prodotto, le richieste di perdono di Giovanni Paolo II nell’anno del giubileo, non condivise neppure da tutti i cardinali? Perché non se ne parla mai? Da allora non si è notata alcuna cesura netta, nessuna ripresa penitenziale, che pure dovrebbe essere di casa nella chiesa. Domina, almeno in Italia, la vis apologetica, il tono accusatorio contro gli altri. Quale immagine di Dio la chiesa lascia trapelare?

“La forma della chiesa veicola, lo si voglia o no, un’immagine di Dio. A dispetto dei progressi del Vaticano II, la Chiesa è rimasta in una coscienza globale di se stessa come di una «società perfetta» o gerarchica, fondata su un diritto divino che regola la sua vita sacramentale, le sue istituzioni, le sue pratiche e i suoi precetti […] che organizza gerarchicamente la totalità dello spazio tra «colui che è» e l’ultimo dei fedeli. Tuttavia questo modello rischia di farci dimenticare che esso continua, oggi, a dire l’identità dei portatori della Rivelazione e il contenuto di quest’ultima in termini di potere (C. Theobald, Rivelazione, 165)

Ora la figura del potere è troppo appesantita e insanguinata per esibire trascendenza. È opaco, ammalia e impone, attira lo sguardo bloccandolo su di sé. Esso cattura, imprigiona e non è icona di nulla. È invasivo e, in ultima istanza, vuole la sottomissione.
Dalle riflessioni teologiche scaturite a partire dal male radicale che si è manifestato ad Auschwitz, l’interrogazione ha investito in pieno l’essere stesso di Dio e il suo modo di intenderlo secondo la filosofia greca. Il suo pesantissimo silenzio può essere pensato solo ricorrendo alla rivelazione biblica “grazie ad una teologia della croce che, nel suo silenzio, intende la sua passione in tutti i sensi del termine”. Il Dio della Bibbia è pienamente  coinvolto nel dolore insensato che attraversa la storia umana e la figura di Gesù è il racconto e la promessa di questo misterioso accompagnamento del “Dio con noi” aperto a tutte le creature. Con uno stile ed una forma inaudita che ci viene presentata nella Scrittura:

“I Vangeli, il quarto Vangelo in primo luogo, e soprattutto l’Apocalisse propongono un’altra immagine, un’altra  forma; quella di un’amicizia, di un’uguaglianza che mette ogni partner alla stessa altezza, e sono testi che non parlano solo di partner umani, ma – e questo è assolutamente inaudito – della relazione tra Dio e l’uomo: «Io con lui e lui con me. Il vincitore lo farà sedere con me sul mio trono» (Ap 3,20ss). Quale singolare rovesciamento del concetto di trono! Due, addirittura tre su uno stesso trono! Non è certo nelle nostre cattedrali che si adotterà questo stile” (Ib. 166).

È la forma e lo stile che occorre assumere, abbandonando quella che Theobald chiama “la forma politica della chiesa” che si manifesta come un potere che esige obbedienza. Il tutto basato “sul presupposto di ontologia teologica della chiesa latina: la concezione dell’obbedienza che sostiene la sua immagine di Dio e la sua propria struttura”.
È’ giunto il tempo che la chiesa tutta, anche nelle sue strutturazioni e nelle sue dinamiche interne si conformi alla forma ed allo stile che emerge con chiarezza dal Vangelo. Un compito che non riguarda solo dei “figli della chiesa”, ma la struttura stessa ed il modo di concepire le relazioni, i ministeri, la presenza nel mondo.
Per questo deve avvenire uno “scasso” che investa la chiesa nel suo insieme, discernendo il comandamento di Dio dalle incrostazioni che sono solamente tradizioni ed inerzie di uomini che si sono depositate e sacralizzate.
L’autore citato ritiene che:

“La storia rende eminentemente plausibile la sparizione della forma politica della chiesa, soprattutto se si considera il cambiamento sostanziale che ha coinvolto la struttura della città nella emancipazione progressiva dal modello di cristianità, senza d’altra parte evitare errori…” (Ib. 166-167).

La presenza della chiesa nel mondo di oggi, se vuole testimoniare il Dio della rivelazione che si è adempiuta in Gesù, deve rovesciare in sé il “concetto di trono” orientando la sua presenza verso una “paradossale capacità di irraggiamento” in direzione messianica.
Questo ha delle conseguenze sulla forma e lo stile “ad intra” ed anche sul modo di porsi della chiesa nei confronti di tutti gli altri:

“La chiesa non può imporre i suoi criteri di giudizio alla società pluralista, senza correre il rischio di contraddirsi; essa non può che viverli per se stessa in un movimento di riforma continua. È questo un orientamento evangelico che il concilio Vaticano II ha riportato in auge (LG n. 8; UR n. 6). Radicandosi così nelle relazioni che formano il tessuto «spirituale» della nostra umanità, la chiesa assume una figura messianica: essa non può farlo che identificandosi con Gesù, il Santo di Dio, lasciandosi rimandare da lui verso coloro che, pur non facendo parte della stessa tradizione, le mostrano una santità multiforme e sempre inattesa” (Ib. 169).

 

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Per chiudere, mi sembra importante fare almeno un riferimento alla situazione italiana.
Poco dopo le elezioni politiche, che hanno visto il trionfo della destra, si è tenuta la rituale Assemblea Generale della CEI con la visita e l’intervento di Benedetto XVI. Mi hanno francamente stupito le parole da lui usate riferendosi alla “nuova” situazione politica italiana:

“… l’Italia ha bisogno di uscire da un periodo difficile, nel quale è sembrato affievolirsi il dinamismo economico e sociale, è diminuita la fiducia nel futuro ed è cresciuto invece il senso di insicurezza per le condizioni di povertà di tante famiglie, con la conseguente tendenza di ciascuno a rinchiudersi nel proprio particolare.
È proprio per la consapevolezza di questo contesto che avvertiamo con particolare gioia i segnali di un clima nuovo, più fiducioso e più costruttivo. Esso è legato al profilarsi di rapporti più sereni tra le forze politiche e le istituzioni, in virtù di una percezione più viva delle responsabilità comuni per il futuro della Nazione. E ciò che conforta è che tale percezione sembra allargarsi al sentire popolare, al territorio e alle categorie sociali. È diffuso infatti il desiderio di riprendere il cammino, di affrontare e risolvere insieme almeno i problemi più urgenti e più gravi, di dare avvio a una nuova stagione di crescita economica ma anche civile e morale”.

Rivolgendo queste parole a tutti i vescovi riuniti, credo legittimo pensare che il papa intendesse indirizzarle anche a tutti gli italiani.
Mi ha particolarmente colpito e addolorato l’utilizzo dell’espressione “particolare gioia”. Per una strana connessione mi sono venute in mente alcune antifone gregoriane, seminate nell’anno liturgico, dove risuona l’appello al sentimento profondo della “gioia”.
Nella domenica “Gaudete”, la terza di avvento, l’invito alla gioia è motivato dall’avvicinarsi del Signore, con ovvio riferimento al Natale. “Laetare Jerusalem” apre la quarta domenica di quaresima con l’esortazione a quanti vivono nella tristezza a “esultare di gaudio”, “a gioire…”. Il salmo che segue ribadisce ancora “Mi sono rallegrato quando mi han detto: andremo nella casa del Signore”. Sullo sfondo ci sta la Pasqua ormai vicina. Il canto dell’exultet, nella notte santa, squarcia il silenzio perché si è accesa la luce del Cristo risorto: “esultino le schiere degli angeli”… “Gioisca la terra”… “Esulti anche la chiesa”. Nella messa della domenica di risurrezione si canta il versetto del salmo dell’Hallel: “Ecco il giorno che ha fatto il Signore: esultiamo e rallegriamoci”.
Scrive Simon Weil: “la gioia altro non è che il sentimento della realtà…”. La gioia alla quale la liturgia invita, negli esempi portati, si basa sul cuore stesso della fede cristiana: la venuta del Signore; la luce che viene dalla sua esistenza risorta.
Ecco: a questo livello penso che vi sia una chiara compattezza a gioire con Benedetto XVI.
Però la “gioia” di cui parla il papa nel suo intervento all’assemblea della CEI è ben altra cosa. Di che gioia si tratta? Qual è il fondamento di un tale gioire, da quale “sentimento della realtà” scaturisce? Si dice “i segnali di un clima nuovo” in Italia.
Una tale gioia non ci appartiene. Noi respiriamo un’aria diversa, abitiamo mondi lontani. E sono persuaso che non tutti i vescovi presenti hanno condiviso questa gioia del papa. Forse però nessuno glielo ha detto se anche tra loro vige quel triste costume di cui parla Martini:

“Anche nella Curia romana ciascuno vuole essere di più. Ne viene una certa inconscia censura nelle parole. Certe cose non si dicono perché si sa che bloccano la carriera. Questo è un male gravissimo della Chiesa, soprattutto in quella ordinata secondo gerarchie perché ci impedisce di dire la verità. Si cerca di dire ciò che piace ai superiori, si cerca di agire secondo quello che si immagina sia il loro desiderio, facendo così un grande disservizio al Papa stesso” (cit. in R. Dazzi).

Il panorama che osserviamo, guardando le cose dal basso, ci mostra l’escalation della disumanità e del sopruso legalizzato, l’esaltazione della furbizia disonesta, il prevalere della legge della forza, il disprezzo dei più deboli e delle minoranze, il trionfo del bene privato e lo sfinimento del bene comune, il proposito di continuare a privare i cittadini della facoltà di scegliere mediante il voto i propri rappresentanti, la presa in giro dei lavoratori precari, lo smantellamento della scuola pubblica, il brodo di coltura dove il razzismo trova facile sviluppo… l’omologazione nella stupidità indotta da decenni di dominio televisivo, compreso il reclamizzato baciamani del premier al papa, che ha bloccato la digestione a tante persone.
Altroché gioia!
Le parole dei profeti mantengono viva l’indignazione, mentre i salmi di lamentazione sono il genere letterario più adatto per esprimere lo stato d’animo e la preghiera. È il lamento anche per una direzione di chiesa che appare complice di una rinnovata alleanza tra trono e altare: zavorra di piombo che grava sull’Evangelo.

 

Roberto Fiorini