Ricordiamo don Luigi Meggiato

Ricordiamo…


 

 

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Luigi Meggiato, nato a Oriago di Mira (Venezia) il 4 novembre 1944, ordinato sacerdote nel 1971, aveva scelto la condizione operaia per mantenersi con il lavoro manuale senza pesare su nessuno e per “essere in mezzo alla gente” senza blasoni, senza privilegi, senza alcuna pretesa di un qualche riconoscimento o attestazione di stima.
Voleva essere uomo tra gli uomini, prete “minore” tra la gente semplice.
È stato uomo tra gli uomini, prete “minore” tra la gente semplice.
Era affascinato dal concetto, che riteneva profondamente e radicalmente evangelico, della “minorità”: sentirsi e ritenersi piccoli perché piccoli e fragili si è, collocarsi negli ultimi posti perché sono “il luogo della salvezza”, vivere la dimensione dell’umiltà perché non è possibile comunicare parole di speranza senza spoliazione e condivisione, senza la chénosis.
Così infatti Paolo esorta i “discepoli della via” che sono in Filippi: “Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, (…) spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo, (…) umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil. 2, 3-8).
Entrato in Seminario in prima media, giunto all’ultimo anno di teologia, prima di essere ordinato sacerdote aveva chiesto un anno di “aspettativa”: voleva essere sicuro della sua scelta, voleva capire se fosse possibile vivere il ministero senza allontanarsi dalla sua gente – gente del popolo, figlio di contadini.
Dopo una breve esperienza tra i Piccoli Fratelli a Torino (appena alcuni mesi) si era messo in contatto con i chierici che a Spinea (VE) avevano avviato una piccola comunità di lavoro e di preghiera.
Decise dunque di cercarsi un lavoro: entrò in fabbrica, assunto da un’impresa di appalto metalmeccanica.
Ma quando si sentì pronto al ministero ricevette l’ordinazione, subendo la conditio sine qua non di rinunciare alla condizione operaia. Eppure verso quel mondo era la sua chiamata. E giunse il momento opportuno: fu assunto in una piccola impresa di artigianato, finché la malattia lo costrinse a mollare prima di giungere alla pensione.
Luigi amava la chiesa, che avrebbe sognato anch’essa informata alla dimensione della minorità e che vedeva, troppo spesso e forse sempre di più, alla ricerca del consenso, del riconoscimento pubblico, dell’esposizione alle mene della bassa politica, del potere. Amava la chiesa e perciò soffriva per quelle che lui, con garbo, definiva infedeltà. Ma amava soprattutto la gente, le relazioni; sapeva ascoltare ed era cercato e stimato dai semplici. Qualche giorno prima di morire, dopo aver ricevuto la Comunione dalle mani del Patriarca Angelo Scola, con un filo di voce – da giorni ormai la malattia gli aveva tolto la parola – ha sussurrato l’incipit del canto mariano della gioia, l’inno alla minorità: “Magnificat anima mea Dominum…”, “la mia meggiato2anima dice cose grandi del Dio che riconosco come mio salvatore e che ha guardato all’umiltà della sua serva (…), ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato i piccoli, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote” (Lc 1, 46-53). Semplici parole di ringraziamento a un Dio che non abbandona i “piccoli”? Parole che sintetizzano il senso di una vita? Parole affidate al proprio vescovo come indicazione del metro unico di giudizio sulla chiesa?
Aveva una fede grande, la fede dei piccoli, che non scorgono ombre di dubbio nemmeno nella notte della vita, testimoniata senza esitazione fino all’ultimo respiro, che ha reso dignitosa ed evangelizzante persino la sua morte. Una delle ultime sue parole è stata: “Ho toccato il fondo, forse. Ma noi risorgeremo”.

 

 

Un nipote di don Luigi Meggiato ne parla sul suo blog.