Il solco dell’aratro

Frammenti di vita


Il solco dell’aratro è una metafora per dire
la linea della vita.
Non si tratta di guardare indietro
perché si è stanchi di andare avanti
(chi pone mano all’aratro e si guarda indietro…).
Ma succede, a quelli che arano, che ad un certo punto
l’aratro
li porta in una posizione dalla quale si allarga lo sguardo
sulla campagna,
e in un colpo d’occhio appare tutto il tracciato.
Magari si accorgono che il più del percorso
è stato portato a termine,
che gran parte del lavoro è stato fatto.
Però rimane comunque da finire.
Affinché tutto venga compiuto.

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L’aratro mi ha portato ad un punto dal quale con sguardo globale
abbraccio la storia, la mia storia.
Come in un sentiero che si snoda
attraverso le colline
rivedo volti incontrati,
situazioni che mi hanno assorbito,
incontri e dis-incontri,
tratti del percorso fatti in compagnia,
passaggi compiuti in solitudine.
Sempre in cammino e passi ancora da compiere…
Dentro il mondo, forse un mondo piccolo.
Già, ma quali sono le vere misure?
Se togli i riflettori alla ribalta
e l’immaginario che sogna grandezze,
tutto si riduce all’ecce homo.
Lì è la grandezza che porta con sé la promessa
di un dono impensabile.
Neppure la caduta,
ed anche il suo ripetersi nel lungo cammino,
può far scomparire
il segreto di un’immagine che ciascuno porta scolpita in sé.
La sua bellezza non dipende dalle sete
dai gradi conquistati nelle scalate verticali.
La sua bellezza rimane
anche quando, a fronte della violenza scatenata,
la vittima arriva a scrivere col suo sangue
…se questo è un uomo…
Qualcuno, nell’arcano, difende
quello che sulla scena del mondo
viene fatto scomparire.

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La vita può portarci lontano,
ciascuno col suo aratro.
La compattezza della falange appartiene solo
al mito della guerra.
Come in un ricamo i singoli fili
hanno traiettorie uniche, inedite.
Ma poi si incrociano, si annodano, fanno una tessitura.
E ancora si liberano dall’abbraccio
per ripartire, allontanarsi, perdersi
e, forse, ritrovarsi.
Così avviene nell’amore,
nella generazione dei figli – fili librati verso il futuro –
e nell’approdo momentaneo
che gli amici si danno,
respiro che per un attimo sospende la fatica di arare.
In questa sosta che consente
uno sguardo prolungato,
carico di memorie e senza rimpianti,
vi lascio due parole, una incontrata molti anni fa,
l’altra appena trovata:

1.
“Che uno trascorra la vita ridendo o piangendo, è sempre una vita.
La nascita di un’autentica autonomia interiore è un lungo doloroso processo.
È la presa di coscienza che per te non esiste alcun aiuto
o appoggio o rifugio presso gli altri, mai.
È rendersi conto che gli altri sono altrettanto insicuri, deboli e indifesi
e che sei sempre da capo rimandata a te stessa”.
(Etty Hilesum)

2.
“L’uomo che cammina
è quel folle che pensa che si possa assaporare una vita così abbondante
da inghiottire perfino la morte”.
“Forse non abbiamo mai avuto altra scelta
che tra una parola folle e una parola vana”.
(Christian Bobin)

Roberto Fiorini