N°76 / Infortuni sul lavoro: peggio della guerra

Editoriale


 

Dopo la strage di operai avvenuta a Torino, con le morti al rallentatore nei reparti dei grandi ustionati e la sequenza dei cortei funebri, i riflettori si sono spenti… Quando si è appresa l’entità delle ustioni, si sapeva già che sarebbero morti tutti. La loro sorte era segnata fin dall’inizio. Ora su di essi è tornato il silenzio. E tutto continua come prima.
Non mancano certo le banalità che servono a riempire schermi televisivi e giornali. Anche le cose che appaiono più serie nel teatrino nazionale sono come racchiuse nella sala degli specchi del Luna Park: una palla di neve diventa una valanga (immagine applicata alle vicende della Sapienza); il signorotto di Ceppaloni reagisce alle noie della magistratura facendo saltare il governo italiano; si è costretti ad andare a votare con una legge elettorale che è un “porcellum”, come l’ha battezzata il suo stesso padre naturale. Ritorna puntuale il rito delle assoluzioni giudiziarie di Berlusconi propiziate dalle leggi “ad personam”, cioè confezionate su misura. L’ultima utilizzata è quella che stabilisce che rubare non è reato, che consente di essere disonesti e rispettabili… L’elenco potrebbe continuare e viene da vomitare.
Intanto gli operai continuano a morire, ogni giorno, tutti i giorni. A Marghera due operai sono morti asfissiati nella stiva di una nave. Anche gli strumenti di emergenza inservibili. A Torino erano vuoti gli estintori, a Marghera sulla nave della morte non c’era ossigeno nella bombola per le emergenze. I lavoratori degli altri scali italiani dicono che anche in altri porti si rischia la vita.
“Dall’inizio dell’anno, sono passati solo 16 giorni, i morti sul lavoro sono stati 45, i feriti 45.100, gli invalidi calcolati 1127. In soli 16 giorni del 2008 per lavoro sono morti più lavoratori che soldati in Iraq o in Afghanistan. È un dato sconcertante, come previsto, terminata l’onda emotiva dei morti alla Thissen Krupp, si è tornati alla “contabilità” ordinaria, alla non notizia.
Questa mattina è morto un 2lenne del Burkina Faso, un operaio in regola; è stato risucchiato da un nastro trasportatore ed è deceduto in seguito alle ferite riportate dopo essere stato schiacciato tra gli ingranaggi di un macchinario nella fonderia” (G. Santelli).
Il riferimento alla guerra è perfettamente pertinente. Lo troviamo proclamato da Antonio, il superstite della Thyssen, che al funerale dei primi 4 compagni morti li chiama per nome: “Antonio, Roberto, Angelo,
Bruno, siete sempre davanti ai miei occhi, noi siamo stati all’inferno…”.
E a tutti i presenti grida: “Vi chiedo di battervi perché andare a lavorare non sia come andare in guerra. L’insulto più grave è sentire che la colpa sarebbe stata di noi operai: se dite così li uccidete due volte. Che potevamo fare? Solo andare a morire”.
Mi è capitato di sentire un commentatore televisivo di un canale del nord est che imboniva la gente proprio con questa tesi. “Succede come al sabato sera, quando si è bevuto o si è assonnati, si perde la concentrazione e si fanno gli incidenti stradali. Anche alla Thyssen può esser andata così. Sono i comunisti che sfruttano l’incidente per dare contro la direzione e proclamare la lotta di classe. Ma noi qui in Veneto sappiamo che tra datori di lavoro e lavoratori vi è collaborazione, che vi è un rapporto familiare…”.
Nel primo funerale di Torino “la lotta di classe” scandiva queste parole: “Giustizia! giustizia!”.
Sugli striscioni c’era scritto:
“Le nostre vite valgono più dei vostri profitti!”.
“A voi i profitti, a noi i lutti!”.
“Lavorare per vivere, non per morire!”.
Non è mancato il grido “maledetti! assassini!”. E con piena ragione.
I vertici della Thyssen erano perfettamente informati del pericolo incombente sui lavoratori impiegati nella fabbrica torinese:
“Le prescrizioni della compagnia assicurativa Axa… lo scorso anno aveva declassato la franchigia per l’acciaieria torinese da 35 a 100 milioni di euro. Per tornare a 30, i responsabili avrebbero dovuto mettere a norma, fra l’altro la linea 5, quella devastata dalle fiamme il 6 dicembre. Ma i vertici della Thyssen avevano deciso di non far nulla, ritenendo eccessiva la spesa prevista – appena 800 mila euro – per una linea destinata a traslocare a Terni entro il 2008… L’ingegnere dell’Axa che si è occupato del caso ha dichiarato: «Con le misure di sicurezza da noi indicate, l’incendio della linea 5 si sarebbe spento subito in automatico e non sarebbe morto nessuno»” (D. Longhini, La Repubblica 28 dicembre 2007).
Dunque non vi è stato nulla di casuale da attribuirsi al destino baro, ma un rischio troppo probabile al quale gli operai sono stati esposti e, possiamo dire, sacrificati. Non bastasse questo, salta fuori che nel grembo della direzione della fabbrica della morte si coltivano intenzioni minacciose contro i superstiti, da applicare al momento opportuno, a riflettori spenti, perché “parlano troppo” e fanno “i divi”in TV a danno dell’immagine dell’azienda.
Una domanda: chi è che sta facendo la “lotta di classe”?

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L’associazione tra lavoro e guerra, sotto l’aspetto dei rischi, non viene evocata solo nei momenti di sovreccitazione nel pieno della tragedia ma la troviamo scientificamente utilizzata in una Mappatura degli incidenti sul lavoro, pubblicato lo scorso anno, curato dall’Eurispes con il patrocinio del Presidente della Commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati. Il titolo lo dice a chiare lettere:
“Infortuni sul lavoro: peggio della guerra”.
Il Rapporto, elaborato sulla base dei dati forniti dall’INAIL, si apre con queste parole:
“Le cifre sugli infortuni e sulla mortalità nel mondo del lavoro in Italia sono drammatiche e mettono in risalto l’inefficacia dei provvedimenti legislativi a tutela dei lavoratori. Per marcare la portata del fenomeno delle morti bianche basta esaminare le seguenti cifre:
• dall’aprile del 2003 (anno di inizio della seconda guerra del Golfo) all’aprile 2007 i militari della coalizione che hanno perso la vita durante le operazioni belliche sono stati 3.520. I morti sul lavoro in Italia dal 2003 all’ottobre del 2006 sono stati 5.252;
• dalla serie storica 2000-2006 risulta che ogni anno in Italia muoiono in media 1.376 persone per infortuni sul lavoro…
L’età media degli infortuni mortali si aggira sui 37 anni; per cui, dato che l’aspettativa di vita alla nascita è in media di circa 79,12 anni, ogni incidente comporta una perdita di vita pari a 42 anni.
Moltiplicando questo dato per il totale dei morti gli anni di vita persi ammontano a poco meno di 58mila”.

Si parla tanto della vita “dal concepimento sino alla morte naturale”; come mai vengono dimenticati o oscurati questi 58.000 anni perduti nel pieno della vita?
Naturalmente questi dati si riferiscono agli infortuni regolarmente denunciati all’INAIL. Ma nessuno oserebbe giurare che tutti gli infortuni, mortali e non, vengano sempre alla luce del sole. Lo stesso Rapporto fa notare un dato curioso a proposito degli immigrati, quale spia che i conti non tornano:
“La percentuale media delle denunce per infortunio tra i lavoratori immigrati è dell’11,71% mentre quella dei decessi è del 12,03%. La sostanziale uguaglianza è quantomeno anomala, dato che per i lavoratori italiani la percentuale degli incidenti è di gran lunga superiore a quella dei morti. Il fatto che la percentuale dei lavoratori immigrati deceduti sul lavoro è leggermente più alta di quella degli incidenti fa pensare che molti infortuni non siano denunciati”.

Se il rapporto tra morti sul lavoro è di 1 ogni 8100 addetti, quello del numero di incidenti è di 1 ogni 15 lavoratori: una vera e propria emergenza sociale. Inoltre circa l’85% degli incidenti mortali avviene nell’ambito dei subappalti. Questi dati si riferiscono al lavoro regolare. “Le statistiche ufficiali non forniscono informazioni nell’ambito del lavoro sommerso. Nel 2003 l’INAIL, sulla base del numero dei lavoratori irregolari valutati dall’ISTAT, ha stimato gli infortuni occorsi ai lavoratori in nero intorno ai 200.000”. Questi vanno ad aggiungersi ai “più di 900.000 infortuni sul lavoro” ufficialmente riconosciuti (Ufficio Documentazione e Studi della Curia Diocesana di Verona: L’infortunio sul lavoro e la malattia professionale, N. 31/2007. L’Ufficio si avvale di esperti che operano all’INAIL e nell’Azienda Sanitaria locale).
Occorrerebbero indagini molto più accurate sugli effettivi effetti invalidanti che conseguono agli infortuni di questa enorme massa di persone: sofferenze e disabilità che ciascuno porta con sé, con perdita di capacità professionale e quindi potere contrattuale in un contesto di scarso riconoscimento sociale del valore del lavoro operaio. Certamente sono decine di migliaia i lavoratori che ogni anno subiscono invalidità permanenti.
Ma tutta questa realtà viene condannata alla invisibilità e troppo spesso abbandonata alla solitudine, con assegni di pensione miserabili, mentre gli avanzi di gestione dell’INAIL, che in questi ultimi anni sono stati consistenti, prendono strade diverse dalla copertura assicurativa dei lavoratori: negli ultimi anni 12 miliardi di euro dell’INAIL, derivati dai contributi dei lavoratori, sono passati nelle casse del Tesoro a seguito di una legge firmata dall’allora ministro Tremonti.
Dopo la tragedia alla ThyssenKrupp da più parti si è detto e scritto che gli operai sono diventati invisibili. Ogni giorno sul lavoro ne muoiono in media tre/quattro. (Oggi, 6 gennaio, ne sono morti 4 in una fabbrica di fuochi d’artificio). L’informazione scivola via veloce sui singoli casi. Ma a Torino è stata costretta a sostare. Sette bruciati in un solo colpo sono troppi. E poi il tempo si è fermato per giorni e giorni, nell’agonia che non finiva più… sino allo spegnimento del settimo e ultimo operaio.
Poi è tornato il silenzio.

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Ma non si muore solo di traumi subiti sul lavoro. Vi sono dosi di dannosità che quotidianamente vengono assunte e che prima o poi, anche a distanza di molti anni, presentano il conto. Un conto salato. Basti tra tutti un solo esempio. Nel recente congresso dell’Associazione Pneumologi Italiani, tenuto a Firenze, si è toccato il problema dell’amianto: “Ogni anno in Italia muoiono più di tremila persone che sono state a contatto con l’amianto: mille per mesotelioma, il tumore primario della pleura; 1500 per tumore polmonare; il resto per tumori in altre parti del corpo” (prof. Valerio Gennaro). “E il peggio deve ancora venire – dice il prof. Pier Paolo Vanessa, presidente dell’Associazione -. Ci aspettiamo un picco di morti fra pochi anni… La realtà è che viviamo ancora a contatto con l’amianto: con questa sostanza si sono realizzate navi, si sono costruiti edifici pubblici, case per abitazione privata. E si sono coibentate condutture industriali e non. In molti casi l’amianto è ancora lì” (AGI).
Riportiamo una dichiarazione della senatrice Daniela Alfonzi (Prc), componente della commissione Lavoro di Palazzo Madama: «Le morti per amianto aumentano a ritmo sempre più accelerato. Nel nostro Paese, a causa dell’amianto, si contano cinquemila morti l’anno e si stimano 1.300.000 esposti. Mentre sul territorio abbiamo ancora ben 100 milioni di tonnellate di amianto da smaltire. I censimenti non sono stati completati e gli interventi sono insufficienti. La sorveglianza sanitaria è inadeguata. I riconoscimenti delle malattie professionali, dei benefici previdenziali e dei risarcimenti, sono difficili da ottenere».
Qualunque sia il numero esatto dei deceduti, si sottolinea da parte di tutti che l’incidenza dei morti per amianto è in continuo aumento, che la vigilanza sanitaria è inadeguata, come pure la bonifica dei siti contaminati. Inoltre coloro che sono colpiti dalle malattie conseguenti l’esposizione incontrano enormi ostacoli al riconoscimento delle malattie professionali ed alla tutela previdenziale. Anche in questo caso domina l’abbandono nella solitudine e la condanna alla invisibilità, che è il risvolto della difficoltà all’effettivo riconoscimento “sociale” del problema.

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Ora sosteremo un attimo sull’illuminante articolo di Luciano Gallino pubblicato da “La Repubblica” del 4 gennaio scorso. Egli analizza un fattore che “non compare mai tra le cause più comunemente citate degli incidenti sul lavoro”. Si tratta della “cultura di impresa” (corporate culture) che così descrive: “l’insieme dei fattori tecnici e umani; dei parametri economici e temporali; dei tipi di conseguenza di un’azione; dei metodi di calcolo delle priorità e del rischio che i dirigenti di ogni livello sistematicamente utilizzano, sono addestrati ad utilizzare, e sono formalmente tenuti a utilizzare dall’impresa, in tutte le decisioni che prendono nella gestione quotidiana dei siti produttivi”. Una cultura “raffinata e complessa” che si apprende nelle facoltà di economia ed ingegneria e che si consolida nell’esperienza aziendale.
Va da sé che una tale cultura di impresa è decisamente orientata al profitto. Ma negli ultimi venti anni sono “cambiati i modi e i mezzi con cui il profitto viene perseguito” in modo tale che i risultati sono al “meglio per gli azionisti e i manager, in peggio per i lavoratori”. Ciò che determina le decisioni e le relative conseguenze si può così riassumere: “i parametri puramente economici sono oggi diventati prioritari rispetto a quelli tecnici”, mentre le ricadute che tutto questo può avere sul “fattore umano” hanno perduto un effettivo apprezzamento.
“Da tale cultura discendono – tra l’altro – la ricerca ossessiva del lavoro flessibile, in termini sia di occupazione che di prestazione, l’intensificazione dei ritmi di lavoro in tutti i settori produttivi, nonché i bassi salari medi, da porre accanto ai compensi astronomici che i top manager complessivamente percepiscono. Discendono anche, in buona misura, gli incidenti sul lavoro. La nuova corporate culture si fonda su valutazioni del rischio molto approfondite. In primo luogo, è ovvio, il rischio economico… che anche i dirigenti tecnici devono saper valutare” sino ad un decimale. I calcoli riguardano anche gli impianti, i prodotti materiali, l’usura alla quale apparecchi e componenti sono soggetti nel tempo ed anche i danni che si possono arrecare a chi li usa a seguito della loro rottura o esplosione ed incendio.
Inoltre ci pensano le compagnie di assicurazione a valutare e a contabilizzare i rischi e a ridurre la copertura assicurativa in rapporto ai difetti e al malfunzionamento degli impianti. Nel caso della Thyssen Krupp la compagnia assicuratrice, in assenza di miglioramenti nello stabilimento di Torino, aveva elevato la quota di danni che non avrebbe pagato all’assicurato in caso di incidenti da 30 milioni (secondo altre fonti 50) a 100 milioni di euro.
Questa è la conclusione dell’autore: “Gli incidenti sul lavoro non sono destinati a diminuire di molto se tra le loro cause non verrà inclusa, traendone poi le implicazioni, anche una cultura di impresa la quale postula come generale criterio-guida che una bassa probabilità di incidente non giustifica interventi per ridurla a zero anche se l’evento può recare danni alle persone…
Occorre ammettere che la patologia non sta soltanto nella negligenza o irresponsabilità di questo o quel dirigente. Bisogna rendersi conto che la patologia risiede in quella che viene considerata la normalità”. Una tale “cultura economica ed organizzativa.., promette di portare con sé… lutti e dolori”.
Se questa normalità avviene dove si applica un approccio scientifico, lasciamo all’immaginazione quello che accade nelle realtà meno strutturate, dove la “cultura d’impresa” si riduce all’imperativo del profitto ad ogni costo.

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“Nella società italiana noi operai siamo diventati marginali, invisibili”: sono le parole echeggiate nei giorni seguiti allo shock di Torino.
Una tale invisibilità e marginalità è presente anche nella chiesa. Non da ora, certo. È un male antico. È anche per questo, per rompere la loro invisibilità e marginalità nella chiesa, che prima della metà del secolo scorso sono nati i pretioperai in Francia e poi, dopo il Concilio, si sono diffusi anche in Italia, e in Europa, varcando il muro di separazione. Nel paginone che La Repubblica del 20 gennaio ha dedicato loro campeggia questo titolo: Due volte invisibili, la parabola dei preti operai.
Nel 1973 il card. Pellegrino si è mosso per incontrare gli operai ai giardini di Porta Nuova in sciopero per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici, ora il card Poletto ha presieduto i funerali degli operai della Thyssen nel luogo dove un tempo c’era un alto forno. Risuonano i principi della dottrina sociale della chiesa: “Il capitale deve avere come fine ultimo quello di garantire il lavoro e la persona, non deve servire solo per il giusto profitto e per il benessere di pochi”. Al funerale, davanti ai morti, nessuno può obiettare a queste parole, neppure la dìrezione della Thyssen.
Ma proviamo a pronunciare queste parole dentro i cancelli delle fabbriche. Proviamo a dire nei reparti e nei cantieri con la Gaudium et Spes: “occorre adattare tutto il processo produttivo alle esigenze della persona ed alle sue forme di vita”, là dove domina la nuova “cultura d’impresa”, o peggio ancora dove trionfa l’anomia dell’unica regola del profitto. Lì sono i luoghi reali e concreti dove questa parola deve arrivare e risuonare. Altrimenti può essere controproducente.
Detti altrove i grandi principi possono produrre l’effetto illusorio: invece di rivelare la realtà, la velano o addirittura la oscurano. Enunciando il principio senza l’effettiva descrizione del come vanno davvero le cose, (e chi può dirla se non testimoni, in carne ed ossa, interni ai processi produttivi), si crea una realtà fittizia, sulla quale tutti convengono e i plaudono, a patto che rimanga fittizia e impraticabile. È quello che mi ha detto un responsabile diocesano della pastorale sociale che va in giro a predicare questi principi, per poi confessare la loro impraticabilità nei processi produttivi.
Il card. Bagnasco nella sua prolusione al consiglio permanente della CEI, nella seduta del 21-24 gennaio scorso, tra le altre cento cose trattate, si riferisce anche alla tragedia di Torino e fa un appello alle organizzazioni imprenditoriali, alle aziende e alla politica chiedendo la sicurezza sui posti di lavoro. I sindacati non sono neppure nominati e la parola operaio serve solo per identificare i sette morti. Il discorso è diretto a chi ha la direzione delle aziende o della politica, insomma a chi abita i palazzi del potere:
“Ciò a cui forse non si è ancora pervenuti è una sufficiente e corale determinazione a non consentire più eccezioni nei sistemi di messa in sicurezza, nei controlli serrati e inesorabili, nelle politiche delle aziende piccole e grandi. Le organizzazioni imprenditoriali e le singole aziende devono fare un passo avanti in quell’autodisciplina rigorosa e metodica che nel rispetto coscienzioso delle leggi potrà dare risultati importanti. Dal canto suo, la politica non può più limitarsi alle parole o ai provvedimenti che nascono evasivi”.
C’è qualcuno che crede a queste parole ed alla loro efficacia riguardo all’autodisciplina? Vi è chi le sente convincenti rispetto alla feroce realtà di morti sul lavoro (o in conseguenza del lavoro), che sono state documentate? Nessun accenno alla “cultura aziendale” dominante o all’anomia totale che regna in molti posti di lavoro. Con spaventosa regolarità muoiono più operai sul lavoro che soldati in Irak. Sono queste, per la chiesa italiana, le parole adeguate ad esprimere la “fame e sete di giustizia” emerse in questi giorni? È mai stata fatta una verifica seria dell’applicazione dei principi della dottrina sociale della chiesa nella “cattolica” Italia? Ci si è accorti che la stessa parola giustizia, riferita ai rapporti economici e sociali e di lavoro, è in gran parte oscurata anche nella predicazione ordinaria della chiesa?
Chiudo con le parole luminose di Padre Arrupe, quando era il “papa nero” dei gesuiti, scritte poco dopo il Sinodo dei vescovi del 1971:
“Per essere testimone credibile della propria divina missione è necessario che la Chiesa sia anche testimone credibile della giustizia tra gli uomini. Se la sua credibilità sotto questo aspetto si è alquanto indebolita, spetta a noi cristiani dimostrare l’impegno della Chiesa per la giustizia. E questo non possiamo farlo con semplici ragionamenti astratti o di principi generali. Dobbiamo convalidare l’insegnamento della Chiesa sulla giustizia con la nostra testimonianza per la giustizia. E questa deve essere una testimonianza veramente convincente” (cit. in G. Miccoli, In difesa della fede. La chiesa di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, Milano 2007, 79).

Roberto Fiorini