2007 Pentecoste / PO europei

Incontro dei PO europei in Inghilterra


Stile PO: “être avec” / “essere con”

 

Ramiro Pampols è un gesuita catalano che abbiamo conosciuto negli incontri europei dei pretioperai. Ora si trova a vivere ad Haiti. Scrive al gruppo che si è ritrovato in Inghilterra per l’incontro annuale nella scorsa Pentecoste.

 
Carissimi compagni PO d’Europa,
potete immaginare quanto desidererei stare fra di voi come nell’ultima occasione, nel
2000, con la gentile accoglienza di John Sherrington e tutto il gruppo inglese, dove non c’era ancora il nostro caro, fedele e costante Phil. Ancora conservo ad Haiti, i due fogli con i nomi di tutti i partecipanti e ricordo molto bene la bella Eucaristia de Pentecostès che celebrammo e ballammo! Insieme.
Vi voglio comunicare dove mi muovo, e in quali cose collaboro. Non è facile, giacché la lingua, il creol, è un ostacolo non da poco.
Ad agosto ho frequentato un corso intensivo di creol durato 3 settimane, in piena montagna haitiana, con le tipiche carenze, una semplice latrina, un catino per lavarsi e senza luce a partire dalle 6 del pomeriggio, e al rientro a Wanament scoprii che la cosa era ancora più complicata… Mi difendo con alcune frasi, ho presente la grammatica, faccio fatica a capirlo quando lo parlano velocemente e lo leggo abbastanza bene.
Ma non ho la possibilità di intervenire con la mia passione caratteristica; sapete già che quando un gesuita non può parlare, scoppia.
Meno male che come ultima chance ho il francese, con il quale mi difendo abbastanza bene, soprattutto con persone che lo parlano. È la seconda lingua del paese, ma la gente semplice non lo capisce molto e non lo sa parlare.
La cosa migliore in un posto dove la miseria e la povertà sono evidenti, sono le persone. Sorridono, è dove sento più risate e hanno una grande espressività e semplicità per comunicare.
Ma la vita di ogni giorno è molto dura. C’è un 80% di disoccupazione strutturale, i lavori sono rudimentali, piccoli banchi che vendono biscotti, caramelle e poco altro, altri dove friggono banane e preparano il mais caldo, altri dove fanno arrostire la carne di maiale, pollo o di capretto. Oppure, trasportano grandi pesi sui carri fatti in legno molto elementare o carri di ferro.
Sono famosi i ‘portadores’, gli uomini che affittano questi carri per trasportare le merci da un posto ad un altro. C’è chi guida, come animali da carica, questi grandi carri, trasportando grandi sacchi di riso, farina o cemento. Tanti giovani fanno da moto-taxi, portando su piccoli ciclomotori fino a 6 persone (li ho contati ieri, 3 adulti giovani e 3 bambini).
Poiché non c’è la luce elettrica, verso sera la città si spegne e sparisce poco a poco. È come se non esistesse più. Se vuoi uscire sulla strada devi portare una pila e stare attento alle pozzanghere abbondanti se ha piovuto poco prima ed evitare i mucchi di spazzatura e fango accumulati sulla strada che è di terra.
Siccome non esiste il servizio municipale di raccolta dei rifiuti, ovunque buttano gli scarti e a volte vedi sulla strada colonne di fumo che pretendono di eliminare questi rifiuti.
Come ovunque i bambini sono i più vulnerabili: ce ne sono tanti, naturalmente, e vanno nudi o semi nudi tutto il giorno sulla strada, giacché non esistono scuole pubbliche che accolgono tutti, e i loro genitori non possono pagare la matricola di inizio corso.
Le casette, se si possono chiamare così, sono piccole, e favoriscono una grande promiscuità. Non è raro che un adulto ti confessi che nel grande letto comune fosse stato violentato sessualmente, da qualche parente, quando era piccolo.
Insieme a queste carenze, il cibo è minimo: 5 manciate di riso in ogni pasto (due). Certo, il piatto è pieno. Non si può comprare la carne durante la settimana, forse alcune interiora.
Noi stiamo in questo ambiente, cercando di alleggerire alcune di queste carenze: pompe di acqua potabile in comunità contadine, piccole scuole nei quartieri della città, servizio medico in casi gravi (non esiste un sistema sanitario pubblico, ma un dispensario per una popolazione di 60.000 abitanti che arriva fino a 90.000 con i dintorni).
Soprattutto ci occupiamo del non rispetto dei diritti umani verso gli immigrati di Haiti, che vengono espulsi dalla Rep. Dominicana, facciamo denunce per fermare questi atti, siamo addirittura andati a pulire le due celle del carcere per attirare l’attenzione sul sovraffollamento e lo sporco irrespirabile.
Un altro aspetto difficile per noi europei è la realtà culturale. Ti disorienta il modo di lavorare, di agire, non capisci la logica di alcune decisioni e condotte, ciò che noi chiamiamo ‘produttività’ è molto bassa, si perde molto tempo, si arriva sempre in ritardo e si improvvisa con frequenza, molto spesso.
Da qui l’enorme distanza istituzionale con le truppe dell’ONU, che attraversano paesi e città, con carri armati e i mitra, puntando su un nemico invisibile.
Tutto ciò comporta la perdita di sovranità, mancanza di autostima, insicurezza, soprattutto nel capoluogo, Puerto Principe, dove i sequestri erano fino a poco tempo fa, quasi quotidiani, anche di studenti giovani, per far pagare il riscatto ai loro genitori. Qui a Wanament stiamo tranquilli.
Il problema di fondo è come far risorgere un paese, uscito da un governo corrotto, e se saremo in grado di alzarlo e di soddisfare i bisogni più elementari: acqua, luce, telefono, sanità, pulizia, lavoro e scuola.
Questo spiega come la gente cerchi nella religione dignità e consolazione.
Con tutta l’ambiguità che può apparire, celebrano le loro messe di più di due ore, cantando e ballando ritmicamente sull’altare, percuotendo dei magnifici tamburi che ricordano il loro passato africano. Un antropologo afferma che il tamburo è “l’anima e il cuore” dell’haitiano.
Per finire, dicono che non hanno perso completamente la speranza di sopravvivere, che sanno apprezzare i brevi momenti di felicità e allegria, che continuano il loro duro lavoro senza “batter ciglio”, soprattutto le donne contadine che svolgono tre compiti alla volta: i figli, sempre numerosi, il piccolo campo che coltivano e la vendita di quanto producono, e vanno e vengono dai mercati a piedi, o sopra un cavallo o un asino, e qualcuno cammina insieme all’animale, e sono in grado di portare sopra la testa un cesto con la mercanzia. Questo è il mistero di un popolo che non finiremo mai di comprendere, che però ha la sua sapienza, che un giorno potrà dire la sua, se l’approviamo e l’appoggiamo ragionevolmente.
C’è una buona speranza con gli aiuti internazionali. Se non hanno corruzione e danno lavoro in modo da non generare dipendenza, sarà un buon primo passo verso un recupero che consentirà a questo popolò, formato da discendenti di schiavi, di essere finalmente, almeno più libero di adesso…
E qui sto io, cercando di ascoltare la loro musica interiore, apprezzando quanto di positivo riscontro, cercando di non essere impulsivo quando vedo cose che non mi piacciono (il povero, per essere tale, è molto possessivo), ringraziando perché mi permettono di accompagnarli, che è allo stesso tempo un dono di Dio.
Ringrazio il Signore, ma più specialmente, questa chiamata interiore che è l’unica che può spiegare il perché io sono qui, con l’intenzione di rimanere, “tre avec”, in stile P.O., finché la prostata me lo permette (sicuramente dovrà essere operata a metà anno), e ritornare quando la prudenza l’acconsente.
Questo è tutto o quasi tutto… Per finire, credo sinceramente di contare sulla vostra comprensione e che la mia presenza in Haiti non è niente di strettamente personale ma che mi sento anche inviato da voi.
Ho lasciato questo ultimo spazio per comunicare che sto assistendo molto modestamente, un sindacato operaio al cento per cento, SOKOWA, che lavora in una “maquila” di confezioni di pantaloni jeans e magliette da donna. Sono 1400 lavoratori con salario misero (minimo 18 dollari USA alla settimana).
Per essere riconosciuti come sindacato hanno dovuto affrontare una dura lotta, dopo che i militari dominicani, che vigilano la zona di frontiera, hanno maltrattato alcuni di loro.
Noi ci riuniamo ogni domenica per tre ore, dalle 14.00 alle 18.00, in una ex scuola in rovina. Sto rivivendo i primi tempi della rivoluzione industriale, con donne e uomini capaci di imparare a difendersi bene, però a volte, con grandi carenze: non un computer, non un tavolo né una sedia, senza materiale minimo per lavorare sindacalmente. Abbiamo scritto a CISO, che è una centrale canadese solidale con i sindacati del terzo Mondo, e ci ha promesso di soddisfare alcune delle nostre domande più urgenti.
L’impresa, che si chiama CODEVI, ha appena istituito un turno di notte e pretende di pagare lo stesso salario diurno. Dice di aver ottenuto questa facoltà dal governo haitiano, per essersi istallato in una zona franca… qui dovrà lottare alla pari e ora e fa riferimento alla OTI. La cosa più scioccante è la preghiera iniziale e finale che non manca mai, recitata con molta devozione e a volte accompagnata con alcuni canti in creol o in francese, molto melodiosi.
Il segretario del Comitato di Impresa, Camillus, è pastore evangelico e mi permette sempre di parlare prima di concludere ogni assemblea, per sintetizzare le cose più importanti di cui si è discusso. Phil ha qua un buon compagno di fatiche!
Vedete, dunque, che ‘la lotta continua’. Voi con i vostri problemi, noi con altri più elementari, però in fondo, molto simili. Il mondo globale ci “ingloba” tutti!
Vi auguro una Riunione intensa, con molto dibattito, con un Christian in piena forma e uno spirito fraterno, regalo dello Spirito di Gesù risorto.
Molto fraternamente,

Ramiro Pampols

Wanament, Haiti, aprile 2007


 
 

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