2007 Bergamo / Rivoluzione cristiana?

Incontro nazionale 2007
OPERARE GIUSTIZIA IN UN MONDO INGIUSTO

Memorie e prospettive

Interventi


Il tema che ci siamo proposti “Operare giustizia in un mondo ingiusto” è in chiara continuità con quello affrontato lo scorso anno: “A 40 anni dal Concilio dov’è la Chiesa dei poveri? “.

Ho voluto arrivare a questo incontro cercando di affiancare al mio quotidiano modo di stare nella vita e nella storia che mi circonda la lettura del testo di don Primo Mazzolari La Rivoluzione cristiana. Scritto nel 1943 mentre era nascosto per sfuggire ai nazifascisti, sono le considerazioni di un parroco che si era sempre schierato, o meglio trovato naturalmente, lui figlio di piccoli coltivatori, dalla parte degli ultimi.
Scrive don Primo:

Il nostro decadimento ha toccato tali abissi, che per risalirne è necessario non un qualsiasi aiuto dal di fuori né un qualsiasi nostro gesto, ma una salda e continua volontà rivoluzionaria. Rivoluzione, anche solo come parola, spaventa molti, ubriaca i più; ma tanto la paura come l’infatuazione, nei confronti di un impegno così serio, sono sentimenti pericolosi, che vengono presto e duramente scontati. La nostra vergogna presente non è in gran parte la conseguenza di rivolte suggerite o guidate dalla paura o dalla stupidità? Quindi più che predicare la rivoluzione, la proponiamo a noi stessi come un dovere cristiano. Se fosse un impegno qualunque, sarebbe estremamente pericoloso e stupido. In una visione materialistica della vita, il perdere la propria per la giustizia (che è un po’ diverso dal far perdere la vita degli altri) è assurdo. Poco importa se tale assurdo venga talvolta accolto dall’ateo: vuol dire che il divino, che è in noi anche senza di noi, è talmente forte da travolgere le frontiere segnate dalla nostra piccola logica.

 
Venendo ai nostri tempi. A volte mi imbatto in uomini stravolti dalla frenesia del correre e dalla paura di non arrivare: e non mi sento loro contemporaneo. Tuttavia non ho perso la fiducia in questa umanità, anche se sembra adagiata, rassegnata e appagata: si è attaccata a certe cose che ha acquisito, che sono minime ma che però ha paura di perdere… e vive quindi in uno stato di passività, di rinuncia a mettersi all’opera per migliorare e cambiare.
Scrive don Primo:
 

Secondo i “benpensanti” (molti cristiani agognano questo titolo), rivoluzione è sinonimo di anticristianesimo, di antichiesa. Nella loro testa prevalgono i concetti di ordine e gerarchia su quelli di giustizia e di carità, e se leggono il Vangelo ne leggono unicamente le parole che convengono ai loro interessi. Discorrono volentieri di mansuetudine, di pazienza, di obbedienza, come volentieri ripetono di porgere la sinistra a chi ci ha percosso sulla guancia destra. E di dare anche la tunica a chi ci ha rubato il mantello: ben inteso, la tunica degli altri, la guancia degli altri.
Il Vangelo –
ecco un ‘pensar bene’ che è davvero un bel titolo – non dovrebbe essere per nessuno un’opinione, e chiunque tentasse di accomodarlo come si accomoda un’opinione, dovrebbe essere considerato un sacrilego. Il Vangelo è o non è, dice o non dice: ma se dice, dice per tutti, come per tutti è il suo non dire.

 
Certi moduli comportamentali che scorrono quotidianamente sul nostro video spingono a pensare che tutto si sta livellando, tutto sta passando per legittimo, buono, morale, e perfino benedetto dal Padre eterno. È forte la tentazione dell’adeguarsi, del rinunciare.., già tanto!
Mi ricordo di aver letto un aneddoto che raccontava una storia simile: una rana cade in un secchio di latte e sta per soccombere; allora comincia a dibattersi e tanto si agita con le sue zampette che nasce un’isoletta di burro. E stando su quell’isola, sorridendo felice, la rana dice: Viva la lotta!
A tal proposito ci suggerisce don Mazzolari:
 

Una mansuetudine che non sia fame e sete di giustizia; che chiuda gli occhi per non sentirseli bruciare dalle lacrime dei molti che piangono per colpa nostra e delle nostre leggi; che si adatti a tutto, perfino agli orrori di questa nostra ‘civiltà’, per non scomodarsi; che lasci bestemmiare la Provvidenza per non tirar fuori le mani di tasca, non è la mansuetudine dell’Agnello che muore sulla croce per la salvezza di tutti, ma una resa a discrezione davanti a quelle fatalità che l’uomo viene proclamando per riparare la propria ignavia e il proprio usurpato benessere. Da secoli la cristianità è ‘mansueta’ per mancanza di amore. Non vogliamo una rivoluzione che invidi, ma una rivoluzione che ami: non vogliamo portar via a nessuno il suo piccolo star bene, vogliamo solo impedirgli che il suo piccolo star bene determini lo star male degli altri.

 
La rivoluzione deve partire da me, ma non finisce in me. Etty Hillesum diceva che bisogna sentirsi come un piccolo campo di battaglia su cui si combattono i problemi, o almeno alcuni problemi del nostro tempo. Bisogna offrirsi umilmente come terreno finché questi problemi possano trovare ospitalità. E don Primo aggiunge:
 

Con uomini onesti si può fare molto, ma spesso non si fa ciò che si dovrebbe fare, se l’onestà non è marcata su pilastri sociali che sono il coronamento dell’onestà individuale. Enumerare le esigenze di giustizia, denunciare i mali sociali, è buona cosa; ma tanto l’elenco come la denuncia non costituiscono un piano di soluzioni concrete per rimediare ai mali e soddisfare le esigenze. Predicando soltanto non si fa la rivoluzione cristiana.

 
La vera rivoluzione l’ha operata Gesù Cristo, schierandosi con i poveri, facendoli protagonisti del suo Regno, dando a loro la parola: perché fuori dai poveri non c’è salvezza, fuori dai poveri non c’è giustizia, fuori dal poveri non c’è verità. Infatti “Lui che era Dio, non conservò gelosamente il suo essere uguale a Dio: rinunziò a tutto, diventò come un servo, fu uomo tra gli uomini e visse conosciuto come uno di loro”. Gesù non si è limitato a fare la statistica dei poveri, non si è limitato a disquisire delle ‘nuove povertà’ , non ha mai contato i poveri perché i poveri non si possono contare: i poveri, dice don Mazzolari, si abbracciano, non si contano. Eppure, c’è chi tiene la statistica dei poveri e ne ha paura: paura di una pazienza che si può anche stancare, paura di un silenzio che potrebbe diventare un urlo, paura dei loro stracci che potrebbero farsi bandiera, paura dei loro arnesi che potrebbero farsi barricata.
Concludendo con don Primo:
 

Chi crede non ha paura. Ma crede veramente chi non confonde le sue cose con le cose di Dio. Chi crede non ha paura, né di quello che tramonta né di quello che sorge, né di quello che crolla né di quello che sotto il sole gli uomini ricostruiscono. Bisogna aver paura di essere travolti con ciò che cade solo perché non ce ne siamo sciolti a tempo, riparando nell’eterno. Bisogna aver paura di non essere presenti nella novità che sorge, perché noi siamo la novità che deve scaturire dalla nostra fede, come “acqua saliente a vita eterna”. Il volto inconfondibile della rivoluzione cristiana è la capacità perennemente creatrice della nostra fede.

 

Gianni Alessandria


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