2007 Bergamo / Piccolo vocabolario per riscoprire la giustizia

Incontro nazionale 2007
OPERARE GIUSTIZIA IN UN MONDO INGIUSTO
Memorie e prospettive

Interventi


 
Ho voluto in queste settimane cercare la parola giustizia, uno studio sulla giustizia, sulle riviste cristiane, ecumeniche, di un certo spessore, spaziando nei titoli di questi quindici anni, e sinceramente ne sono rimasto deluso. Non se ne parla. Ho avuto l’impressione che fosse un qualcosa che non è più di moda, che non ci riguarda, relegato ad altri ambiti.

Sappiamo bene che questo argomento è un tema centrale nella tradizione biblica, soprattutto quella profetica. È stato facile trovarlo in scritti latino americani, nell’ambito della teologia della liberazione. E già il termine liberazione è molto vicino al termine giustizia.
Ho sfogliato pure il vocabolario italiano, che dice: “Virtù morale per la quale si dà a ciascuno ciò che è dovuto e si rispetta il diritto altrui” e poi aggiunge dei termini esplicativi: “diritto, equità, ragione, rettitudine, imparzialità, equanimità e onestà”.
Quand’ero ragazzo studente delle medie, un insegnante ci obbligava a studiare il vocabolario, imparando certi termini e definizioni a memoria, perché rimanessero impressi. Dopo tanti anni sono convinto che avesse ragione, in un certo senso. Mancava solo l’aggancio alla storia che stava dietro il significato di ogni parola.
Operare per la giustizia lo ritengo un’arte da apprendere, da insegnare, che ha bisogno di certi strumenti, perché essa sia efficace.
Partendo dal vocabolario mi son messo anch’io a fare un piccolo vocabolario, legato al tema di questo nostro incontro, rispolverando il vissuto e le esperienze di questi decenni.

Memoria


Meno diventiamo giovani, ci affidiamo di più alla memoria. Spero proprio che essa sia intesa nel senso biblico. Una memoria che ci spinge a guardare al presente, facendo tesoro delle lezioni e gesti del passato. Uno stimolo ad operare continuamente, imparando anche dagli errori.
Quand’ero bambino, spesso mio padre, dopo il lavoro in fabbrica, a cena e nei momenti di relax, ci parlava delle lotte operaie, di quello che facevano in fabbrica per ottenere macchinari meno rumorosi con protezioni varie. (Lavorava in una fabbrica di bottoni, dove le presse erano i macchinari più importanti). Mi è rimasto impresso un ammutinamento, gli operai si erano rifiutati di lavorare.
La domenica pomeriggio, seduti nella vigna ci insegnava le canzoni dei lavoratori, con grande scandalo dei vicini e dei preti. Anche noi da giovani abbiamo cantato le canzoni di lotta dei lavoratori che ci mettevano addosso delle emozioni e ci davano una carica, sia nelle manifestazioni, nelle riunioni ed anche nelle cene, dopo una bella mangiata e bevuta, ma anche dopo il racconto e la condivisione del nostro vissuto.
Le lotte per la giustizia avevano il loro riscontro nelle canzoni, nella memoria, nel teatro e qualche volta anche nei film.
Ora la memoria sta perdendo il suo significato, la sensazione di un’amnesia totale, direi voluta con una strategia diabolica. Il consumismo è entrato anche qui, un esempio palpabile è l’8 marzo, diventato un giorno in cui si va in pizzeria con le amiche e dopo si va a vedere uno spogliarello maschile.
Lo stesso dicasi del l° maggio, diventato per la maggior parte insignificante, con qualche concerto e scorpacciata di salsicce e costine varie. La lista potrebbe continuare con i luoghi di aggregazione e formazione politica, scomparsi quasi totalmente e i pochi rimasti, trasformati in bar per pensionati con tavoli da gioco per carte e similari.
Eppure io vedo un interesse da parte dei giovani quando si racconta di certe lotte, soprattutto quando c’è l’aggancio a quello che succede oggi e trovo che questo è un terreno fertile.
Certi diritti, conquistati a fatica e di cui anche loro beneficiano, stanno per essere smantellati, pertanto vanno spiegati anche con il racconto e la memoria del come si è arrivati alla loro acquisizione come patrimonio comune. Tutto questo per guardare all’oggi e difendere i diritti acquisiti, impegnandoci per i nuovi in un cammino che non ha fine.
 

Condivisione


La nostra storia ci ha insegnato che è importante operare la giustizia nel condividere, agire insieme, decidere insieme, trovare dei percorsi e delle strade adatte alle situazioni, che siano efficaci e che portino alla meta.
Qui c’è tutta la storia del movimento operaio, della resistenza, dei movimenti di liberazione e di tutte quelle forme di aggregazione di popoli, popolari, sindacali e associazioni.
Per noi è una cosa scontata, anche perché la nostra esperienza, nel lavoro, nelle sezioni, nei comitati di quartiere, nelle associazioni varie è stata ed è tutt’ora in questa direzione. Ma non è scontato per la situazione in cui viviamo. Essa è molto cambiata. Si è sempre più insofferenti verso gli spazi comuni; il privato domina e il “si salvi chi può” è norma comune.
Non si è più abituati a stare insieme, eccetto nei centri commerciali dove ognuno si serve da sé e vede gli altri passare, senza comunicare. Si va dove ci stanno gli altri, ma non per comunicare, per la paura del vuoto. Gli spazi comuni sono difficili da gestire: il condominio, il vicinato.
Le strade e le piazze che prima erano luoghi d’incontro sono diventati pericolosi per le macchine e i parcheggi. I ragazzi non si vedono più, perché stanno davanti alla tv, video giochi e cose varie, e quando vanno a scuola esplodono. I luoghi di aggregazione sono rari e riservati a pochissimi, i soliti rompiscatole, così chiamati.
Le assemblee, non parliamo di quelle condominiali o i consigli di classe, si trasformano in luoghi di scontro e alla sfida di chi strilla più forte. Per cui ritengo essenziale ritornare a educarci all’arte della mediazione, dell’ascolto, del dialogo e della gestione dei conflitti, che sono delle discipline che hanno metodi particolari., non solo per evitare di farci del male reciprocamente, ma anche per arrivare alla soluzione del problema con un metodo condiviso, che non si basa sul chi vince e chi perde, ma sulla soluzione vera del problema.
Anche per le stesse manifestazioni pubbliche è necessaria una pratica: non si improvvisano, perché si corre il rischio di cadere nel tranello della controparte che s’aspetta lo scontro, qualche vetrina rotta o auto danneggiata per gridare alla violenza dei manifestanti.
Spesse volte le provocazioni vengono dalla controparte. Ho sott’occhio l’occupazione di quartiere del deposito degli autobus di Roma nel 1978, quando carabinieri, polizia e celerini ci assalirono. Non rispondemmo alle provocazioni, ma in silenzio ci siamo seduti per terra e questi se ne sono andati, lasciandoci continuare quello che avevamo deciso. E qui il sub-comandante Marcos con il popolo dei villaggi del Chapas avrebbe molto da insegnarci.
 

Attenzione, consapevolezza, coscientizzazione


Parto da una constatazione quotidiana: troppi avvisi, troppi cartelli, troppe notizie, troppe sensazioni, troppe sollecitazioni, generano disinteresse, estraneità. Mentre stiamo facendo una cosa, ne pensiamo un’altra.
Facciamo più cose contemporaneamente e siamo talmente presi dai nostri interessi, che è difficile accorgerci del vicino, di chi passa accanto, di chi fa le pulizie per i corridoi dell’ospedale, di chi sta alla cassa del supermercato, di chi si siede accanto a noi sul treno o sul bus, di chi sta davanti o dietro a noi all’ufficio postale. Sul treno ognuno è per sé, sembra un ufficio telefonico e non ci passa minimamente per la testa che con l’usare continuamente il telefonino possiamo disturbare gli altri.
Lo stesso con i vicini di casa: ognuno usa il tosaerba quando vuole e negli orari che più gli aggradano, senza tener presente che ci possono essere degli ammalati o bambini che dormono. Televisioni e musica ad alto volume. Sembrano cose scontate, ma se non si pone attenzione a chi incontriamo, a dove si vive, al guardare, all’interessarci dell’ambiente in cui siamo, al parlare con le persone soprattutto in atteggiamento di ascolto, difficilmente prendiamo coscienza dei problemi e delle ingiustizie. Il gusto della curiosità, della sorpresa, del sapere e conoscere le situazioni che ci passano accanto, anche quelle che ci sembrano le più banali, ma che rivelano ingiustizie enormi sono difficili se non si hanno tempi vuoti, se non si hanno gli occhi per vedere, per accorgerci del disagio che ci circonda, quando si è troppo incentrati sulle proprie cose.
Ragazzi che hanno le cuffie ogni momento, che si estraniano da tutto e venendo a contatto solo con la realtà virtuale faranno molta fatica ad accorgersi del disagio.
 

Quotidianità


Le ingiustizie una volta abitavano luoghi e si riferivano a categorie e situazioni particolari. Ora tutta la nostra vita, la nostra quotidianità è imbevuta di ingiustizie, soprattutto nel consumo. Anche il gesto più banale può diventare causa di sfruttamento.
Col nostro comportamento possiamo insieme ad altri contribuire ad uno stile di vita equo e solidale, per la salvaguardia di questa terra, delle sue risorse, che non sono solo per noi, ma anche per le generazioni future. Ed anche qui ci vuole molta attenzione e consapevolezza e soprattutto coerenza.
Da parte mia sto molto attento anche al tipo di legno che uso sul mio lavoro. Troppe multinazionali rendono le foreste dei deserti con la conseguenza di esodi verso le periferie delle grosse città di intere popolazioni. Per cui occorre essere attenti ai mobili che compriamo e ai lavori in legno nelle nostre case, utilizzando il più possibile i legni nazionali ed europei. I nostri boschi vengono tagliati con criterio e si lasciano sempre alberi per il dopo e dove è richiesto vengono ripiantati. Al contrario delle multinazionali del legno, dove passano radono al suolo tutto, senza preoccuparsi del dopo. Se guardate un tronco di mogano, disteso per terra, vi piangerà il cuore. Esso per diventare legno ha impiegato secoli: chi ripianterà quell’albero?

Pazienza


La nostra società è quella del tutto e subito. Non si ha più pazienza di aspettare, perché siamo abituati ad avere a disposizione merci e cose finché vogliamo.
Operare per un obiettivo di giustizia, richiede tempo, attenzione, strategie e percorsi condivisi. La tentazione è quella di ridurre le lotte a un semplice clic di adesione sul computer. Spesso arrivano richieste di adesioni ad una causa. Ma tutto finisce lì, non si sa più nulla.
Qualche volta si è tentati di non sperare più, perché si hanno di fronte problemi enormi, grossi colossi, difficili da scalfire. Ci può sembrare tutto inutile. In altre occasioni ho parlato della strategia del tarlo demolitore del mobile, che lavora continuamente senza fare troppo rumore. Ma lui è lì dentro. Col tempo basta un piccolo colpetto che il mobile cade.
La caduta degli idoli avviene non in maniera improvvisa, ma con un lavoro lento ma costante. Le soluzioni facili e senza coinvolgimento non fanno parte di questa storia.
Quello che ci è dato è affrontare piccoli obiettivi, ben circostanziati, non perdendo di vista il quadro generale. Solo quelli sono alla nostra portata, vista la frammentazione delle aggregazioni e la difficoltà di coordinamento e capacità di lavorare insieme.
 

Marcare l’uomo – Resistenza


Nei miei ricordi di Roma, nelle lotte di quartiere ho imparato questa strategia: marcare l’uomo e non mollare, prendendo impegni precisi, appuntamenti, numeri telefonici, orari, luoghi dell’incontro, il nome delle persone con le quali si è trattato, scadenze, verifiche, aggiornamenti. E proposte precise con i diversi percorsi per giungere ad una soluzione, tappe di verifica.
Nella mia esperienza nel comitato di quartiere questa strategia ha sempre portato dei risultati. La controparte alla fine, per toglierci dai piedi non aveva altro che risolvere il problema.
Un richiamo alla parabola evangelica che parla di quello che va dall’amico di notte a chiedere del pane, e per l’insistenza l’altro è costretto a dargli quello che l’altro gli ha chiesto, se vuole dormire.
Da qui l’invito a non dormire sui problemi e a non lasciar dormire.

Fantasia


La ricordiamo tutti la frase dei nostri anni giovanili: “la fantasia al potere”.
Credo valga anche per l’oggi, anzi soprattutto oggi, perché il lavoro si è strutturato in maniera diversa, le aggregazioni sono totalmente altre dal come le abbiamo vissute noi. Per cui si richiede una certa “flessibilità” nel trovare modi di operare adatti alle situazioni. Già Gandhi parlava di questo.
Mi ricordo una manifestazione di cento persone davanti alla Regione Lazio per il problema della scuola. “Qui non si passa” ci hanno detto i poliziotti davanti ai cancelli. Ci siamo ritirati e abbiamo discusso sul che fare. Si decise di entrare uno alla volta, distanziati, senza farci notare. L’appuntamento all’ottavo piano, davanti all’ufficio di presidenza. In un’ora e mezza ci siamo trovati tutti sulle scale ed è stato possibile per una delegazione entrare.
Vorrei terminare con una frase di M. Luther King: “La più grande tragedia di questo periodo di trasformazione sociale non è nei clamori chiassosi dei cattivi, ma nel silenzio spaventoso delle persone oneste”.
Un amico in questi giorni mi ha mandato una lettera che così terminava: “E vedo ora, con firme illustri, che anche gli intellettuali che fanno opinione si sono dati alla “cresta del pizzicagnolo”, levando bandi per l’otto per mille. Io attendo chi parli per “l’ottocento per mille”, per quell’ottocento per mille che si alza presto, lavora tutto il giorno, nutre i figli, paga le tasse e non arriva alla fine del mese. Attendo chi faccia politica per il popolo e Vangelo per chi non ha speranza. Attendo una “teologia de la mierda” (un riscatto del quotidiano che opprime), come invocavano Gonzalez Ruiz e Diez Alegrìa.
L’alternativa è, in politica e in religione, come scrivevano e constatiamo, una “mierda de teologia”.

Mario Signorelli


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