2007 Bergamo / Esserci… al posto giusto

Incontro nazionale 2007
OPERARE GIUSTIZIA IN UN MONDO INGIUSTO
Memorie e prospettive

Interventi


Di fronte al titolo del nostro convegno mi sono chiesto se Gesù Cristo, ai suoi tempi, avesse dinanzi a sé un mondo ingiusto. La risposta che mi sono data è stata sì: le ingiustizie che ci sono oggi c’erano anche ai tempi di Gesù Cristo. Senonché mi sono anche accorto che il modo di intervenire di Gesù Cristo è un modo che definirei poco “cattolico”, poco “ecclesiale”, poco “politico”, poco “sindacale”.

A uno che gli chiedeva “di’ a mio fratello che divida con me l’eredità”, Gesù anziché parlare di giustizia sociale o di dottrina sulla proprietà, risponde in maniera brusca: “chi mi ha costituito giudice tra te e tuo fratello?”.
E poi di fronte a un fatto di cronaca nera (Pilato aveva fatto uccidere dei Galilei e, obbrobrio degli obbrobri, aveva mescolato il sangue dei Galilei con il sangue degli animali), anziché sottolineare la cattiveria di Pilato, anziché dire la pena di morte è ingiusta, anziché dire le leggi dovrebbero essere regolate così e così, Gesù sposta il campo di osservazione e dice: “pensate voi di essere migliori, di essere più fortunati, di essere in condizioni di fare meglio?” E come soluzione non dice “adoperatevi per fare questo e quest’altro”, ma dice: “se non vi convertite…”.
Poi in una parabola presenta una vedova che chiede giustizia ad un giudice, la ottiene con fatica e immediatamente Gesù Cristo sale al rapporto tra l’umanità e Dio: “e voi credete che Dio non metterà giustizia?”
Di fronte a Zaccheo usuraio e ladro, Gesù dice semplicemente: “voglio stare con te, voglio venire a mangiare a casa tua”, ed è Zaccheo che indica per se stesso la via per superare le ingiustizie della sua vita.
In Mt.25 Gesù presenta un giudizio finale a tutta l’umanità su “cosette” che noi consideriamo di basso livello: “hai dato da mangiare? hai dato dei vestiti a tuo fratello?”
E poi all’interno del “Padre Nostro” per rimettere giustizia ci fa chiedere: “rimetti i debiti come noi li rimettiamo”; o “Dio aggiusta le cose in questo mondo perché noi ci stiamo adoperando per aggiustarle”.
Di fronte a tutte queste indicazioni del Vangelo, noi come cattolici abbiamo preso due strade ricordate poco fa da Mauro: o l’assistenza caritativa o l’intervento politico.
Per l’intervento politico abbiamo strillato: “i Governi dovrebbero fare, i Parlamenti dovrebbero legiferare”.
Per l’assistenza caritativa in genere suggeriamo: “dateci soldi che noi pensiamo ad aiutare i bisognosi”.
Il modo di fare di Gesù Cristo, innestato in tutta la tradizione biblica, ci indica di essere pienamente laddove c’è qualcosa di ingiusto. Del resto la stessa parola “Jahvè” tra gli altri significati ha anche questo: “Io sono quel Dio che ci sono; mentre subite la schiavitù degli Egiziani Io ci sono; mentre voi tentate di liberarvi Io ci sono. Io sono il Dio che sono laddove c’è gente che si dà da fare per liberarsi da tutto ciò che è ingiusto”.
Seguendo la stessa strada Gesù è laddove c’è gente che soffre; fino al Calvario: ci sono due ladri crocifissi, Gesù è crocifisso e muore con loro di fronte al mondo ingiusto.
La seguente frase di Madre Teresa di Calcutta mi fa capire meglio il metodo usato da Gesù: “Lascio agli altri il compito di protestare e di denunciare. Io sono solo uno strumento nelle mani di Dio, al servizio dei poveri, per portare loro un po’ più d’amore”.
Il nostro essere pretioperai credo che ha come connotazione soprattutto questa: noi ci siamo, laddove la gente soffre, laddove la gente subisce, noi ci siamo. Alcuni tra noi, magari, come ho sentito prima, riescono a intervenire a fare qualcosa di più; però “esserci”, non come cappellani, non come rappresentanti ufficiali di una chiesa, non come rappresentanti di un sindacato o di un partito, non è banale, non è inutile, non è insignificante.
Noi ci siamo: siamo presenti, subiamo e affrontiamo le stesse ingiustizie degli altri; laddove ci riusciamo, cerchiamo di dare una mano, ma siamo lì.

Giovanni Bruno


 

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