2007 Bergamo / La nuova classe operaia

Incontro nazionale 2007
OPERARE GIUSTIZIA IN UN MONDO INGIUSTO
Memorie e prospettive

Interventi


 
Esattamente un anno fa, insieme ai miei compagni di lavoro, venivo messo in mobilità dalla Bartolini Progetti Spa di Cavenago Brianza.
L’impegno tra questa ditta, la Siemens Spa (proprietaria del terreno e dello stabilimento in cui lavoriamo) e il sindacato, era quello di offrire a ciascun lavoratore un’occupazione a tempo indeterminato in quel sito, una volta riedificato, presso una nuova azienda di logistica.
La contrattazione insistente e decisa sviluppata in 18 mesi ci aveva garantito il mantenimento del salario e delle normative Siemens anche nella nuova realtà, senza perdita economica durante la mobilità. Abbiamo così trascorso lunghi mesi di attesa cercando di non abbandonarci al clima dello “sciogliete le righe”. Tutte le settimane i delegati hanno sempre garantito la loro presenza fisica nei pressi del cantiere, in un container messo lì a mo’ di sede sindacale. In quella sede anonima si sono affrontate le pratiche .più disparate. Consegna e compilazione dei moduli, controlli delle spettanze, trattative col nuovo titolare in corso d’opera, rientri e, non ultimi, casi di umano disorientamento dovuti ai più svariati motivi. A ottobre dello scorso anno il primo capannone è stato ultimato (stanno edificando per circa 80.000 mq), e dal gennaio 2007 sono cominciati i primi rientri.
La situazione dal punto di vista lavorativo è apparsa subito preoccupante: freddo nel reparto, mancanza delle attrezzature più elementari per movimentare le merci, lavoratori costretti a svolgere movimenti ripetitivi scomodi e dannosi, nonché poco produttivi. Mancanza di una struttura autonoma aziendale.
La gente che rientra si trova di fronte, nella veste di “coordinatori”, una decina di poveracci soci-dipendenti di cooperative “usa e getta”. Queste persone, le più ricattabili che esistano, coprendosi dietro il compito di “far vedere il lavoro”, spingono i nuovi entrati a lavorare come matti. Non è una novità: quelli che stanno peggio se la pigliano con altri lavoratori ritenuti “privilegiati”: “rovinaziende”,” fannulloni”,” il pane te lo dà il padrone, non il sindacato” ecc… Noi delegati siamo stati accuratamente tenuti nella lista degli ultimi rientri. Però appena veniamo a sapere cosa sta succedendo, chiediamo di fare una visita nel reparto e, seduta stante, riuniamo la gente in assemblea. I soci-lavoratori, che ci guardano ostili, sono invitati alla riunione. Gli spieghiamo che non ce l’abbiamo con loro; anzi: che vorremmo farli assumere come noi, che non devono prendersela con persone che, come loro, vivono di stipendio…
Diamo un giorno di tempo alla direzione per sistemare alcune cose, partendo dal riscaldamento. Avendo come risposta solo chiacchiere e rinvii, è sciopero. Il primo sciopero, con la gente in mobilità a presidiare l’ingresso, dove transitano i camions.
I riscaldamenti cominciano a funzionare… ma l’amministratore unico, appena ci vediamo, ci dà due avvertimenti:
1) non spaventiamo il fornitore con questi scioperi, altrimenti il lavoro lo perdiamo;
2) cerchiamo di produrre molto di più, altrimenti se non rispettiamo i tempi di consegna, il lavoro lo perdiamo; chiaro, no?
Il lavoro logistico consiste nel controllare ed inscatolare mutande e reggiseni “made in China”. Dai cavi alle mutande… un bel salto tecnologico! Curiosa la storia. A cento anni di distanza dall’avvenuta spartizione della Cina da parte dell’imperialismo occidentale, ora è la Cina stessa che comincia a inondarci di merci. E siamo solo agli inizi.
Ma torniamo in fabbrica. Due mesi dopo i fatti narrati, qualche giorno prima di Pasqua, manca improvvisamente il lavoro. La “nave”, come la chiamano loro, non è arrivata. Parte l’ordine della direzione. Tutti a casa per una settimana, in ferie. Ferie!? Quali ferie se siamo appena rientrati? E poi: se passa questo andazzo, è finita. Certo, questa gente è abituata così coi loro dipendenti… ma noi non ci stiamo. Tam-tam di telefonate… i lavoratori chiedono cosa fare… il capo sta già passando con le lettere che ordinano, da lunedì 2 aprile, di non presentarsi in ditta. Si decidono due cose: non ritirare le lettere e il 2 aprile tutti gli assunti, tutti a timbrare e a far nulla, in attesa di un incontro chiarificatore. Gli altri, quelli in mobilità, presidiano per ore la Bartolini, finché viene soddisfatta la nostra richiesta. È il secondo sciopero. Viene stabilito, dopo un tesissimo confronto in cui la proprietà minaccia la chiusura, che in casi analoghi non si ricorrerà più a decisioni unilaterali di questo tipo.
Passa qualche giorno e scoppia un nuovo caso. I versamenti in banca dei salari ritardano più che nei mesi precedenti. Inutili i richiami alla puntualità. Ci si ferma di nuovo. Sciopero totale. Il terzo. Si minacciano i lavoratori, si fanno liste di nomi… “chi sciopera è licenziato”. Nel pomeriggio ci incontriamo con la direzione, ma finisce a pesci in faccia. La mattina successiva la Bartolini è invasa da decine di lavoratori che ostruiscono l’ingresso. E poi, a un segnale, si piazzano negli uffici col loro vociare irriguardoso. Il titolare non può che riceverci e se le sente dire di tutti i colori da gente che è in graticola da tre anni.
Vogliamo riaprire il confronto coi firmatari dell’accordo perché la domanda è: dove ci stanno portando?
Ora siamo stati tutti riassunti e la nuova azienda ha firmato un nuovo accordo interno in cui si impegna a pagarci entro il 10 di ogni mese, accetta l’orario flessibile d’ingresso, garantisce un servizio trasporto per i dipendenti, si impegna a trattare col sindacato gli “alti” e “bassi” di lavoro. Ma noi vogliamo verificare nella pratica che non ci stiano accompagnando alla liquidazione.
Abbiamo di fronte un’imprenditoria speculativa, che “fiuta” l’affare edilizio ma a cui nulla importa una produzione qualitativa e, meno che mai, di una manodopera qualificata.
Un’imprenditoria che si butta a corpo morto su tutte le attività sovvenzionate, basta raggranellare denaro. Poi si passa ad altro. Che usa con spregiudicatezza il “lifting” aziendale e gli incroci azionari per mimetizzare il proprio affarismo.
Ritenendo questo il modo migliore di questo capitalismo per competere, quando sento parlare di “responsabilità sociale dell’impresa” sinceramente non so a che cosa ci si riferisca.
Noi ex dipendenti Siemens siamo entrati in una partita che vede il Gruppo Bartolini fagocitare aree significative dell’ormai disastrato vimercatese. Dopo l’area Siemens è infatti venuto il turno dell’area Celestica, ex IBM (circa 700 dipendenti), in cui Bartolini entra con progetti “industriali” molto fumosi. Potete dunque vedere da questa esperienza cosa può voler dire per gli operai di oggi “operare giustizia”
Certo, di questi tempi gira molta poca ideologia politica nelle fabbriche, ed ancor meno passione politica. Da una parte è un problema perché devi sempre spiegare tutto, spingere la gente a muoversi; non riesci a far capire che ancor più importante della “fiammata” è l’attenzione a tutto quello che succede ogni giorno. È una fatica a volte improba, perché non basta proclamare lo sciopero… Dall’altra parte, però, molta muffa è stata spazzata via. Non è finita-l’era del lavoro (ricordate Jeremy Rifkin?) e non è finita la classe operaia. Essa è sì silenziosa, ma non perché è sparita, bensì perché è oppressa socialmente e politicamente. È schiacciata, non dissolta.
Chi oggi intende trasformare la società ingiusta non può prescindere dai luoghi dove essa si alimenta: mutano le forme, ma non la sostanza. Le occasioni sono inedite, ma importanti. Basti pensare al fenomeno migratorio ed a tutte le sue implicazioni.
Più che movimenti, che possono anche non esserci, chiamerei tutto questo “società reale”, praticamente inascoltata. La politica non vive per aria,ha certamente i suoi referenti sociali; ma il popolo delle fabbriche,dei cantieri,’klei porti, dei cali-center, della distribuzione, dei servizi, del precariato, del sommerso, della sottoccupazione intellettuale.., non è tra questi.
Esso non conta nulla in politica, ed è un dramma per tutti. A volte sembra di fare petizioni allo zar. Provare per credere. L’onorevole, forse, farà l’interrogazione in una inutile riunione di una inutile commissione parlamentare… l’assessore è impegnato… il sindaco ritiene che la tal materia non sia di sua competenza. La ASL è spiacente ma non ha personale sufficiente per fare l’ispezione. A volte fai fatica a farti ascoltare anche da quel sindacato che pure paghi.
Sì, poi c’è gente che passa delle giornate a disputare se è giusto chiamarsi così e cosà. Sarà anche esaltante, ma state pur sicuri che nessuno in fabbrica si sente chiamato in causa.
Per non parlare poi della questione degli armamenti (1100 miliardi di dollari di spesa; e l’Italia che fa la sua parte con gli F-35 ed il sistema antimissile “MEADS”, mentre ci dicono che non ci sono i soldi per pagare le pensioni…).
Il binomio sfruttamento-guerra ha sempre marciato di pari passo. E pure quello sfruttamento-riarmo. Oggi avviene sotto il liberismo, considerato dogma di fede. Questa nuova classe operaia può lottare contro la guerra abbattendo le barriere nazionali, etniche, culturali, religiose. È un compito difficilissimo ma ineludibile. Qui in Italia si può cominciare a ricomporre un mondo del lavoro mandato in frantumi, chiuso nelle sue filiere, isolato.
Per quanto ci riguarda, vorremmo mettere insieme i resti di una multinazionale, i lavoratori a termine, il “nero” che ci gira attorno (popolato quasi sempre da immigrati), i poveracci delle cooperative che vanno e vengono.
Bisognerà vedere se ne avremo il tempo.

Graziano Giusti


 

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