2007 Bergamo / Un altro mondo è possibile (FSM Nairobi 2007)

Incontro nazionale 2007
OPERARE GIUSTIZIA IN UN MONDO INGIUSTO

Memorie e prospettive

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Sono molto contento di essere qui, e anche onorato, perché le scelte, la testimonianza, la storia dei pretioperai è stata un punto di riferimento molto importante per il mio percorso umano e di fede.
Sono stato a Nairobi al VII°Forum sociale mondiale (Fsm), convocato per la prima volta in Africa, e credo sia imprescindibile tenere conto di questo avvenimento, ma soprattutto di quanto vi ruota attorno, nel momento in cui si parla di giustizia, perché questa esperienza costituisce lo sforzo più originale e rilevante prodottosi in questi anni per contrastare e trovare alternative alla globalizzazione neoliberista.
Che cosa sono i Forum sociali mondiali, che cos’è quel complesso di riflessioni e attività che, visibilmente dal 1999, dalle contestazioni al vertice dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) tenutosi quell’anno a Saettle, si è mosso attorno allo slogan “Un altro mondo è possibile”?
È stato ed è il tentativo di ricomporre quegli spazi sociali che i processi economici legati alla globalizzazione neoliberista scompongono, e di farlo a partire da bisogni, valori, pratiche collegate fondamentalmente al tema della vita, in primis quella dei poveri/esclusi e dell’ambiente.
Almeno 60 mila persone hanno preso parte al Fsm di quest’anno, che si è articolato in un migliaio tra seminari, conferenze e tavole rotonde collegate a nove “ambiti”: costruzione di un mondo di pace, giustizia, etica e rispetto per le diverse spiritualità; liberazione del mondo dal dominio delle multinazionali e del capitale finanziario; assicurare l’universale e sostenibile accesso ai beni comuni dell’umanità; democratizzazione della conoscenza e dell’informazione, assicurare dignità, difendere la diversità, garantire equità di genere ed eliminare ogni forma di discriminazione; garanzie economiche, diritti sociali e culturali, specialmente il diritto al cibo, alla salute, all’educazione, all’abitare, all’occupazione in un lavoro dignitoso; costruzione di un nuovo ordine basato sulla sovranità, autodeterminazione e diritti dei popoli; costruzione di una sostenibilità economica centrata sui popoli; costruzione di strutture politiche e istituzioni realmente democratiche con la partecipazione alle decisioni e il controllo degli affari pubblici e delle risorse.
Dietro a questo evento, a tratti un po’ confuso, disorganizzato, in cui è abbastanza frequente che incontri inclusi nel programma (un malloppo di quasi200 pagine!) vengano cancellati all’ultimo momento, senza neppure comunicarlo, o spostati da una sede all’altra, costringendo gli interessati a estenuanti ricerche della sala o della tenda in cui hanno luogo, c’è però un’idea chiara: nel mondo c’è un proliferare di lotte, di iniziative, di riflessioni che intervengono su singoli aspetti della globalizzazione neoliberista, che è poi il capitalismo nella sua forma odierna, con un gran numero di persone che si mobilitano perché ne subiscono direttamente le conseguenze o sulla base di un’analisi politica o di una spiritualità; il tentativo è quello di creare uno spazio in cui queste parzialità, questi frammenti si ricompongono, magari non in un vero e proprio progetto alternativo complessivo, ma per lo meno nella possibilità di cogliere e tener conto dei nessi tra questioni locali e problemi generali, tra situazioni specifiche di disagio, ingiustizia, conflitto, ecc. e più ampi processi economici, sociali, culturali e ambientali che in essi si riverberano.
Così, fondamentali sono sempre stati nei Fsm il confronto di esperienze di lotta sviluppatesi in contesti differenti, ma con forti analogie (per esempio quelle cresciute nelle Filippine, in Guatemala o in Nigeria per contrastare il devastante impatto sociale e ambientale dei progetti dell’industria estrattiva, quella mineraria e quella petrolifera, Agip compresa), e la costruzione di alleanze tra soggetti sociali diversi (lavoratori del Nord e del Sud del mondo, sindacati e associazioni dei consumatori, movimenti femministi e gruppi ecologisti, ecc.) e provenienti da differenti paesi attorno a cause comuni; per esempio, quelli dei lavoratori delle coltivazioni di fiori di Kenya, Tanzania, Zimbabwe, Sudafrica, Ecuador e Colombia, impegnati insieme all’Associazione tedesca degli importatori di fiori recisi, in una campagna internazionale per ottenere libertà sindacale, migliori salari, non utilizzo di pesticidi e di lavoro minorile.
È evidente come queste pratiche rappresentino una risposta alla globalizzazione neoliberista, di cui mettono in luce tutte le dinamiche.
Quindi il Fsm è oggi prima di tutto uno spazio di incontro, di scambio e costruzione di reti, anche se a Narobi, per la prima volta si è anche definita un’agenda delle mobilitazioni globali. Non può tuttavia dirsi del tutto risolto il confronto tra due concezioni della natura e degli obiettivi del Fsm: quella incarnata dall’egiziano Samir Amin, che vede in esso l’embrione di un “nuovo soggetto popolare e storico”, di un’organizzazione politica globale, certo. plurale e articolata, ma dotata di un programma comune e capace di realizzare azioni su scala planetaria; e quella rappresentata da Chico Whitaker, prete della Commissione “Giustizia e pace” della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile, che lo considera uno spazio di incontro e dibattito, senz’altro orientato a favorire il coordinamento delle lotte e la nascita di campagne comuni, ma privo di qualunque centralizzazione e direzione dall’alto.
La tensione tra queste due visioni si è finora rivelata abbastanza feconda, facendo evolvere il Fsm verso una maggiore attenzione alla costruzione di iniziative convergenti, ma senza “strette organizzativistiche” che lo rendessero un processo chiuso.
A Nairobi tre questioni sono emerse con inedita forza. Prima di tutto l’“emergenza acqua”, impostasi come la più sentita. D’altro canto su 1,2 miliardi di persone prive di accesso all’acqua potabile, oltre un terzo vive in Africa e la drammatica contrazione delle risorse idriche è esemplificata non solo dalla riduzione della superficie del lago Chad da 25.000 a 2.000 chilometri quadrati negli ultimi 40 anni, ma anche dal fatto che proprio nei sovrappopolati slums della capitale keniota la mancanza di infrastrutture fa sì che l’80 per cento della popolazione sia costretta ad acquistare l’acqua da venditori ambulanti (a prezzi 7 volte superiori a quelli praticati a New York e almeno 10 rispetto a quelli pagati nel centro ricco di Nairobi) e ci sia una latrina ogni 150 persone.
Durante il Fsm è nata la Rete dei movimenti africani contro la privatizzazione e la mercificazione dell’acqua, che ha aderito al Contratto mondiale per l’acqua. Questo chiede che l’“oro blu” sia sottratto alla competenza dell’Omc, che l’accesso all’acqua sia riconosciuto come un diritto umano e ne siano garantiti universalmente 50 litri al giorno, che il compito di indire i Forum mondiali dell’acqua sia trasferito dal Consiglio mondiale dell’acqua, organismo rappresentativo delle multinazionali del settore, all’Onu e che siano varate politiche finalizzate alla salvaguardia, al
risparmio e alla ripubblicizzazione globale delle risorse idriche.
Grande spazio ha avuto anche il problema della lotta all’Aids. Secondo l’ultimo rapporto dell’Onu nell’Africa sub-Sahariana ci sono 24,7 milioni di persone sieropositive, un milione in più del 2004. Si stimano in 2,8 milioni i casi di nuove infezioni tra adulti e bambini (più di tutte le altre regioni del mondo messe assieme) e in 2,1 milioni (72 per cento del totale) le morti collegate all’Aids. Principali vittime sono le donne, che hanno il quadruplo delle probabilità di essere infettate e sono poi quelle che si prendono cura dei malati.
L’accordo firmato nel 2004 nell’ambito dell’Omc che rendeva disponibili i farmaci anti-aids ai paesi non in grado di produrli direttamente non è mai stato utilizzato perché troppo restrittivo e complesso. I farmaci brevettati continuano a essere troppo cari e gli Accordi sui diritti di proprietà intellettuale legati al commercio (Trips) impediscono l’accesso ai medicinali generici prodotti da India o Brasile.
Il Fsm ha rilanciato il diritto ai farmaci salvavita, denunciando la mancata erogazione dei finanziamenti promessi nel 2001 dal vertice genovese del G8, ma ha proposto anche di intensificare lo scambio delle esperienze di prevenzione “dal basso”.
Ma la vera novità di Nairobi è stata la netta critica agli Accordi di partenariato economico (Epa), che 1’ Unione europea sta negoziando coi paesi Acp (Africa, Caraibi e Pacifico) per superare l’intesa siglata a Kotonou nel 2000, eliminando, in ossequio ai dettami dell’Omc, i (modesti) trattamenti preferenziali garantiti a questi Stati a motivo della debolezza delle loro strutture produttive.
Gli Epa dovrebbero essere ratificati entro la fine del 2007 e comporterebbero la completa apertura dei mercati di queste nazioni a vantaggio delle grandi multinazionali europee, il che provocherebbe il collasso delle produzioni locali e dell’agricoltura familiare, con la perdita di posti di lavoro e l’incremento dell’immigrazione verso le città, ma anche verso l’estero.
L’abolizione dei dazi doganali priverebbe inoltre i paesi poveri di introiti essenziali anche alla sopravvivenza dei già limitati servizi sociali e sanitari. Gli Epa trovano in Africa la netta opposizione dei movimenti sociali e anche di alcuni governi, i quali chiedono una moratoria di almeno 20 anni nelle trattative per poter consolidare le economie locali e così negoziare da posizioni meno squilibrate. In difesa degli Epa è intervenuta in contemporanea col Fsm la ministra del Commercio internazionale e delle politiche comunitarie, Emma Bonino, sostenendo che essi tentano di “rendere questi paesi più partecipi dei ritmi e dei meccanismi dell’economia globale” e di “affrontare il problema del sottosviluppo con un approccio diverso”. In realtà la ricetta sembra sempre la stessa, quella neoliberista: l’apertura dei mercati, che dovrebbe attrarre investimenti privati dall’estero, portando sviluppo economico e benessere.
Siccome si teneva in Africa, un continente dove gli spostamenti sono molto difficili e la società civile è scarsamente organizzata, il VII Fsm rischiava di ridursi a un incontro tra quadri dei movimenti sociali europei e delle principali “Organizzazioni non governative” africane.
Questo pericolo di separatezza e autoreferenzialità è stato, almeno in parte e simbolicamente, sventato dal protagonismo degli abitanti delle bidonvilles. Questo si è manifestato, da una parte, nelle iniziative svoltesi nelle baraccopoli (cominciando dalla “Marcia per la pace” partita il primo giorno da Kibera e finendo con la “Maratona attraverso gli slums per i diritti umani” dell’ultimo) e, dall’altro, nello sfondamento dei cancelli del Fsm da parte dei ragazzi che protestavano contro il prezzo dell’ingresso (differenziato per provenienza dei partecipanti – dagli 80 euro dei rappresentanti dei paesi del Nord del mondo ai 5 per i kenioti, pari comunque al salario di quasi una settimana) e degli alimenti.
Anche se gli organizzatori hanno replicato che, dal secondo giorno, l’entrata era in realtà gratuita, l’irruzione ha messo in mostra quelle che i movimenti sociali africani hanno definito “le tendenze alla mercantilizzazione, alla privatizzazione e alla militarizzazione dello spazio del Fsm”, scatenando le polemiche sulla sponsorizzazione da parte della Celtel, l’impresa telefonica keniota, sull’appalto del ristorante principale all’impresa di proprietà del ministro della Sicurezza (sinistramente soprannominato “lo spaccaossa”), sulla massiccia presenza di poliziotti e militari, e riaprendo l’irrisolto problema dell’autonomia anche finanziaria di questi eventi.
Al contempo ha rivelato come i poveri e gli emarginati sentissero proprio il Forum e non accettassero di esserne esclusi. Ciò è avvenuto grazie anche alla capacità delle organizzazioni ecclesiali, con in testa il Kutoka network, che riunisce una quindicina di parrocchie delle baraccopoli di Nairobi, di far incontrare l’organizzazione del Fsm con il lavoro di base realizzato localmente:
Decisivo in questo l’impegno dei missionari comboniani di Korogocho, che non hanno disdegnato gesti eclatanti, come la decisione di stampare in proprio 4.500 biglietti di ingresso al Fsm – “un esproprio”, lo ha definito padre Daniele Moschetti – e distribuirli ai poveri dopo che l’organizzazione non aveva preparato i 2.000 comprati al prezzo ridotto di 2 euro.
D’altro canto assai massiccia e visibile è stata in questo Fsm la presenza delle organizzazioni cristiane (cattoliche e protestanti), con in testa la Piattaforma ecumenica costituita, tra gli altri, dalla Conferenza delle Chiese dell’Africa, dalla Caritas internazionale e dal Consiglio ecumenico delle Chiese.
La Caritas internazionale, che ha portato a Nairobi un migliaio di attivisti (tra cui 70 italiani, guidati dal vicepresidente nazionale, mons. Mario Paciello, vescovo di Altamura, che è tornato in Italia così entusiasta dell’esperienza da trarne spunto per una bella lettera pastorale intitolata “Cenere e fuoco”), ha promosso una trentina di seminari assai partecipati, dando prova di grande efficienza organizzativa, ma forse di scarsa capacità di “contaminarsi” con altri soggetti presenti al Fsm. Le elaborazioni presentate e le proposte emerse sono state comunque di livello notevole, a testimonianza di un’organizzazione che, soprattutto nella sua componente latinoamericana (quella africana pare avere ancora una visione piuttosto assistenzialista), va sempre più spostando la propria azione dall’intervento di emergenza alla promozione di progetti di sviluppo e all’iniziativa politica. Esemplare in tal senso il laboratorio intitolato “Chiesa: partecipazione, empowerment e incidenza”, in cui sono state messe a confronto le esperienze delle Caritas di diversi paesi del continente impegnate, di volta in volta, nella difesa dei diritti umani, nei processi di pacificazione e nelle lotte per l’ambiente.
Una certa tensione ha invece provocato la partecipazione al Fsm di organismi cattolici, come Pro Vida, impegnati contro la distribuzione di contraccettivi, la legalizzazione dell’aborto e il riconoscimento delle unioni tra persone delle stesso sesso, rivendicati dai movimenti femministi e Glbt (gay, lesbiche, bisessuali, transgender). Queste posizioni sono assai presenti nei gruppi di base africani. Tuttavia la Dichiarazione finale dell’Assemblea dei movimenti sociali ha puntato il dito contro “la presenza di organizzazioni che lavorano contro i diritti delle donne e dei settori emarginati, contro i diritti sessuali e la diversità”.

Mauro Castagnaro


 

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