Insieme con… a Marghera si chiude

Frammenti di vita


 

Il Centro Cappellani del Lavoro chiude
I PO veneti riflettono


I PO si sono incontrati e hanno riflettuto su due fatti d’attualità:
1. il CENTRO CAPPELLANI DEL LAVORO di Marghera chiude dal 1 di ottobre 2003;
2. l’accompagnatore delle ACLI e dipendente del Patronato provinciale delle stesse, è stato esonerato.
Si tratta forse di chiudere un modo di presenza ecclesiale tra i lavoratori?
Che cosa nasce di nuovo e che cosa è importante non lasciar cadere della nostra esperienza?

In più di 50 anni di vita il CENTRO CAPPELLANI DEL LAVORO (voluto da Monsignor Olivotti e poi gestito dall’Onarmo e in seguito dai Cappellani del Lavoro, come padre Evaristo e padre Antonio Montico e don Egidio Carraro di Crea per la diocesi di Treviso), ha rappresentato dapprima un certo tipo di sensibilità assistenziale e “spirituale” (interventi annuali o su chiamata, come la Messa in Fabbrica e la sostituzione dell’ufficio di collocamento), per integrare poi (dal 1973 ad oggi con la presenza stabile dei Frati minori conventuali) la novità della condivisione e partecipazione pura e semplice della condizione del “lavoro dipendente”, dell’essere lavoratori tra i lavoratori e quindi del mantenersi come PO
Anche alle Acli, superata l’esperienza degli assistenti religiosi, per la scelta di laicità degli iscritti e su propria responsabilità, è nata l’esperienza del “prete accompagnatore”, tramite anche il suo lavoro come dipendente nei servizi. Sempre nella linea di fedeltà conciliare alla condivisione di vita, all’essere “popolo di Dio”, camminando insieme, paritariamente.
Gli eventi di oggi ci lasciano perplessi.
Ci è sembrata infatti significativa, tra i lavoratori a Marghera e nella diocesi di Venezia, una presenza come quella francescana, che continuava a vivere la sua vocazione di prossimità inserita in un ambiente che, nonostante la riduzione degli effettivi, il cambio massiccio di prospettive per la zona e di condizioni di lavoro, continua ad avere 14.000 lavoratori impegnati, anche se in modo più precario e in piena mobilità, secondo l’attuale orientamento.
A noi sembra di attualità la necessità di una presenza che si faccia condivisione, amicizia, cammino solidale. Se sono utili i convegni di esperti sul mondo del lavoro che cambia e gli incontri vari, gli studi e le analisi sociali, ci pare altrettanto necessario vivere dal di dentro questo cambiamento epocale, insieme con…, anche nella prospettiva della radicalità evangelica, che non cerca di “portare in Chiesa gli operai”, ma “costruisce Chiesa con gli operai”, oltre i criteri della assistenza, del decidere “per”, magari senza consultazione.
La nostra esperienza di PO ci insegna l’importanza della corresponsabilità, della simpatia, del fare esperienza di vita condividendo gli stessi rischi e portando la stessa “croce”, partendo da comuni condizioni di vita quindi, in modo da guardare con gli stessi occhi e con lo stesso coinvolgimento alla politica, alla socialità, e all’eventuale adesione a Gesù Cristo, per crescere insieme nella verità.
Ci pare utile far presente alle nostre associazioni ecclesiali la necessità di ripensare al tipo di presenza a fianco di tutto un mondo, quello appunto del lavoro, in balìa della precarietà eretta ormai a sistema, prestando attenzione al rischio dei burocraticismo e dell’estraneità culturale, del decidere tra bene dei lavoratori e bene della propria efficienza e presenzialità organizzativa… È solo in chiesa che si deve vivere il detto evangelico “dove sono due o più riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro”?

Pretioperai del Veneto

Marghera 28/9/2003