Una lettera a don Renzo Rossi

Per una memoria viva (5)


Montenero, 25/08/1966

Caro Renzo,

grazie della tua lettera. Ti rispondo di qui, da Montenero, dove sono ormai alla fine del mio mese di esercizi spirituali. È il prezzo che ho pagato in cambio della sospensione “a divinis”, che Monsignor Costa, venendo a Firenze a nome del Papa e con un incarico preciso, almeno dicono, è riuscito ad evitare. Personalmente mi merito questo e peggio, lo dico con sincerità, e non dovrei aggiungere altro.
Quando penso, però, alla vita della Chiesa e nella Chiesa, soprattutto al mondo operaio, nasce dentro una grande tristezza. E insieme la vergogna quasi di dover essere dentro una struttura che non permette nessun dialogo, nessuna spiegazione, oltre che nessun apporto o arricchimento alla vita della comunità. Mi domando, e questa volta più di sempre, che cos’è la fede e cosa vuol dire obbedire. Si corre il rischio di considerarle un impiego comodo per non accettare certe responsabilità e un mettersi fuori della vita vera, seria e responsabile di tutto un mondo che non può neppure immaginare certe cose.
Ti confesso la verità. Non so quanto tempo passerà senza che si ripetano certi gesti e certe prese di posizione che sono essenziali ad una vita veramente incarnata, ma non so neppure quale sarebbe la reazione di fronte ad eventuali provvedimenti del genere di quelli ultimi.
Non ho mai pensato ad un Cristo che è assente al tormento di tanti poveri e tanto meno ad un Cristo che lega, viola la libertà del cristiano e lo sradica dalla sorte dei poveri. Ora penso anche che alla prova estrema si può trovare, questo Cristo, anche al di là di una comunità che è sorda e chiusa a questa realtà vivente del Vangelo. Ripeto: la mia povertà e indegnità personale mi ha aiutato ad accettare e tacere. Non so però quanto questo sarà possibile di fronte al dovere che abbiamo di non scandalizzare e tradire i poveri e il Vangelo.
Mi sembra di cominciare a prendere coscienza di un’infinità di cose che fino ad oggi mi apparivano nell’ombra. Sono qui a Montenero in una comunità (Benedettini – Vallombrosani) dove si vive alle spalle di coloro che fanno accendere candele a tutto spiano, o fanno dire messe e pagano per questo fior di quattrini. Nessuno fa nulla, dei veri e propri vagabondi. Che male sarebbe per questa comunità un regime che con la forza e la legge gli facesse capire la realtà della vita, l’impegno a guadagnarsi il pane, l’alienazione di una forma di preghiera che copre le nostre vergogne? C’è una povertà culturale e spirituale paurosa! Non parlo poi dell’atteggiamento di fronte al Concilio, ai comunisti, ecc.
E io sono venuto a capitare qui per riflettere “coram Deum” come mi ha ordinato l’Arcivescovo, alle mie prese di posizione, alle mie idee e alle mie disubbidienze! È così almeno per ora.
Grazie della tua preghiera e della tua vicinanza. Sono molto sereno ma nel fondo di me estremamente triste e anche avvilito per tutto questo. Ti auguro una grande pace con tanto affetto. Tuo

Bruno Borghi