Non essere complici

Con i carcerati (4)


Di nuovo si parla di violenza nel carcere di Sollicciano. Si è creato un clima di paura. Ci sono intimidazioni, si compra il silenzio dei detenuti, si picchiano le persone e forse si arriva anche a dei pestaggi. Io non ho visto tutto questo, non ho nomi da fare, testimoni da portare. So però con certezza che queste violenze sono state fatte. È una violenza che getta il carcere nell’illegalità. I nomi – meno delle dita di una mano, ne sono sicuro – di chi compie questi reati li conoscono il comandante e il direttore. Proteggendoli essi diventano responsabili di queste illegalità.
Quando sentiamo raccontare con quale rituale si svolgono alcune di queste violenze, il pensiero corre a Guantanamo, ad Abu Ghraib. Questi luoghi dell’orrore possono incendiare la fantasia di menti malate, fare scuola?

 

Come volontario vengo da un’altra scuola. Si chiama «Costituzione della Repubblica italiana».
L’articolo 27 della Costituzione dice «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, e devono tendere alla rieducazione del condannato». La mia presenza a Sollicciano nasce direttamente da questo articolo.
Se la finalità della pena è esclusivamente educativa, è incompatibile con ogni tipo di violenza.
L’articolo 17 dell’ordinamento penitenziario dice che questa finalità si deve perseguire obbligatoriamente con il contributo esterno, quindi anche con il mio contributo.
È per questo che ho il diritto e il dovere di dire basta con la violenza.
Basta e avanza quella che il carcere infligge di per sé.
L’utopia di una società senza carcere è molto lontana, ma l’articolo 27 della Costituzione ci fa sperare che possiamo liberarci di questo carcere.
Anche a Sollicciano c’è bisogno di recuperare la legalità. C’è bisogno che il tribunale di sorveglianza riprenda con coraggio il suo compito: assicurare che l’esecuzione della pena sia legale.

 

Un’ultima parola ai violenti e a chi li protegge.
In fondo l’articolo 27 della Costituzione ci comanda di liberare l’anima di chi ha commesso un reato, cioè di restituirlo alla libertà di cittadino. Colpendo e violentando il suo corpo, lo si rende ancora più schiavo.
Dovevo queste parole a coloro che hanno subito le violenze, a coloro con cui parlo, che ascolto, con cui ci scambiamo esperienze, affetti, con cui sogniamo un domani diverso.
Lo dovevo a loro e a tutti gli altri detenuti.
Per non essere complice.

Bruno Borghi