Le parole che raccontano la rivoluzione

NICARAGUA


 

Nei primi anni Ottanta mi innamorai dei nomi e delle parole che raccontavano la rivoluzione sandinista. “De cara al pueblo”, “faccia a faccia col popolo” erano le centinaia di incontri del Presidente della Repubblica e dei suoi Ministri con associazioni di donne, comunità di contadini, sindacati, studenti, “pueblitos” sperduti sulla montagna, per dar vita alla nuova costituzione: la legge fondamentale di un paese partorita dal cuore e dall’intelligenza del popolo che aveva fatto la rivoluzione.
Dal 19 luglio 1979, giorno della vittoria sandinista, non c’era più la polizia somozista, che aveva seminato crudeltà, torture, morte e paura. C’era la polizia sandinista “centinela de la alegria del pueblo”, come era scritto all’ingresso del ministero dell’interno: aveva il compito di difendere e proteggere il diritto alla gioia, all’allegria, alla festa.
In quei primi anni, anche per la rivoluzione sandinista, come per le altre rivoluzioni centro e sudamericane, la costruzione dell’hombre nuevo era il sogno, l’utopia che attirava dall’estero uomini e donne con ogni sorta di progetti: la fantasia al potere. Questa fantastica solidarietà del mondo intero la chiamarono “ternura de los pueblos”. “Ternero” è il piccolo, il vitellino appena nato. “Tenerezza dei popoli” per dire che era più importante, più bello il “perché” e il “come” si faceva la solidarietà che i contenuti della solidarietà stessa.
Ma le parole che ancora oggi ascolto col cuore sono quelle di Carlos Fonseca, fondatore del FSLN: “El amanecer dejó de ser una tentación”, cioè “l’alba non è più una tentazione”. “Amanecer” però non è l’alba; è il momento di passaggio dalla notte al giorno. Non è più notte, ma non sappiamo ancora come sarà il giorno. Una “tentazione”, appunto.
Carlos pronunciò quelle parole prima di morire in combattimento perché vide con chiarezza che quell’“alba” annunciava la rivoluzione in cammino. Fu proprio così. Una delle prime decisioni del governo fu quella di chiudere l’Università e così migliaia di professori e studenti andarono per le campagne e sulla montagna ad “alfabetizzare” (mi veniva da scrivere “evangelizzare”) gli “analfabeti” cioè i poveri, i contadini, i senza parola.
La campagna per 1’“alfabetizaciòn” meravigliò il mondo intero. Era una intuizione profonda e una decisione rivoluzionaria perché un popolo senza la parola non è un popolo sovrano.
Una delle prime pubblicazioni che cercai e lessi fu il testo della legge che riformava il carcere, dove tanti nicaraguensi, tanti rivoluzionari erano stati torturati, mutilati, uccisi. Era una riforma tra le più avanzate del mondo, non solo perché non contemplava la pena di morte, ma anche perché riconosceva nel torturatore e nell’assassino un portatore di diritti.
Ma una caratteristica della rivoluzione sandinista era anche l’attenzione ai bambini, alla loro salute e alla loro formazione. La “mascota” (la mascotte = portafortuna) era un ospedale pediatrico dove ci lavoravano medici arrivati da Russia, Stati Uniti, Europa ed era soprattutto per i bambini poverissimi di Managua.
La giornata delle “vaccinazioni” era un via vai di giovani genitori vestiti a festa, che portavano i loro bambini ai “centri di salute” per vaccinarli contro la poliomielite e le altre malattie infantili.
La prima volta che sono andato in Nicaragua ho lavorato un mese e mezzo in una cooperativa “lechera” a “sacar mierda” da un piazzale dove passavano la notte 350 mucche. Che compagni meravigliosi: la Coco, Collocho e tutti gli altri. Ricordo il piatto quotidiano “arroz y fricoles” (riso e fagioli) e la vigilanza notturna perché si temeva uno sbarco di mezzi USA per abbattere il governo sandinista.
Come tanti giornalisti, operai, contadini, teologi, poeti, artisti, architetti, sindacalisti, politici, arrivati in Nicaragua da tutto il mondo, capii che mi trovavo in mezzo ad un sogno che diventava realtà. Avevo scoperto nel Vangelo la carica rivoluzionaria dei poveri, in fabbrica la lotta di classe e ora scoprivo la forza rivoluzionaria di un popolo. Il nostro Comitato è nato da questo sogno, è nato per contribuire a trasformare questa utopia in pane, lavoro, medicine, allegria.
Non è più così. “El amanecer” è di nuovo una tentazione. Ma ora siamo tutti più poveri. Abbiamo consentito che ci derubassero anche delle parole che raccontavano il sogno di un popolo. L’imperialismo USA, in combutta, come sempre, con il Fondo Monetario Internazionale e con la Banca Mondiale, con il Vaticano e il Cardinale di Managua Obando Y Bravo ha armato la controrivoluzione; perché il sogno di un popolo, di Sandino come di Allende, è pericoloso perché contagioso. Il resto lo hanno fatto la corruzione di tanti membri del governo e della direzione del Frente, la mancanza di coraggio per attuare una riforma agraria “come” la volevano i contadini che, contrariamente alle attese, votarono contro Ortega nelle elezioni del ‘90. Penso a Lula e ai sem-terra in Brasile. A più di un anno dalle elezioni non ci sono i segni di provvedimenti per traghettare i sem-terra dal sogno a soggetti e protagonisti della storia.
Ci accorgiamo sempre di più che la nostra solidarietà non cambia le strutture oppressive e ingiuste. Non cambia la condizione de “los pipitos” (i pulcini) che sono al centro dei nostri progetti.
Perché allora continuiamo? Non lo so.
Forse perché speriamo che quelle parole che a volte ci vergogniamo di pronunciare, ritornino a raccontare la storia di un popolo con cui ci siamo scambiati tanta tenerezza.

BRUNO BORGHI

 

(da Comitato solidarietà col Nicaragua, Venti anni di solidarietà, giugno 2004)