Un’omelia di don Borghi all’Isolotto

L’ISOLOTTO (2)


 

IL CRISTIANO ANTICIPA IL DOMANI
PREANNUNCIA E PRECEDE IL FUTURO

Eucaristia del 23.11.69. Celebra don Bruno Borghi

 

Sono molto contento di essere qui di nuovo in mezzo a voi. L’avevo scritto la prima volta che avevo celebrato la messa qui, che avevamo celebrato la messa, l’eucaristia qui, che la grazia più grossa sarebbe stata quella di poter ritornare. Perché?

Perché l’amicizia vera, la fraternità che nasce non su dei motivi superficiali e vorrei dire anche semplicemente umani, ma una fraternità e una amicizia come c’è tra me e voi che nasce su dei motivi che costituiscono la nostra vita, su dei motivi evangelici, su un impegno, anche se siamo sempre infedeli a questo impegno, di essere obbedienti soltanto e unicamente alla Parola del Signore. Questa amicizia, non solo non può venire meno, non solo non può essere fermata o diminuita dalle sospensioni o da altre punizioni del genere, ma superando queste forme come del resto mi sembra, e lo dirò molto brevemente, ci suggerisca oggi il Vangelo, superando queste forme, questi modi con cui veramente noi abbiamo presente in mezzo a noi il falso cristo, i falsi cristi, debba anzi aumentare. Quindi io sono contento per questo motivo: perché è una prova visibile, una prova in cui tutti noi ci riconosciamo della nostra amicizia, il fatto di essere ritornato qui.
E sono ritornato per potere insieme a voi cercare di capire che cosa oggi la Parola del Signore vuole dirci. Al di là di quelle espressioni tipiche del tempo, di una concezione del tempo del Signore, al di là di un modo di presentare certi fatti anche misteriosi e anche al di là di una interpretazione di questo testo evangelico, mi sembra che la sostanza di questa Parola del Signore sia una grande, infinita, immensa speranza. Noi vediamo cadere tutto quello che è vecchio: la terra, la luna, il sole e vediamo invece venire avanti quello che è nuovo: il segno del Figlio dell’uomo, l’estate annunziata da questa parabola del fico che mette i rami teneri e mette le foglie. Ecco: questo brano evangelico, specialmente se noi lo colleghiamo con l’Apocalisse, l’altro libro, anche questo molto misterioso e molto difficile, però se noi lo colleghiamo con tutto quello che noi troviamo continuamente nella Bibbia su quanto riguarda l’uomo vecchio e l’uomo nuovo, noi abbiamo il cuore e la nostra vita ripiena di una grande speranza.
La Parola del Signore oggi vuol dire al cristiano questo: ogni forma, anche quelle che abbiamo creduto le più valide, deve cadere perché deve venire avanti una forma nuova, che anche questa deve cadere per poter dar posto a una nuova forma. È la vita che non si ripete mai, è la vita che è sempre nuova ed è l’invito, l’impegno del cristiano ad essere colui che anticipa sempre il domani, che dice una parola che è quella sempre più avanti, che preannuncia e previene il futuro e che non è mai legato al vecchio.
Noi non troviamo mai nella Bibbia il concetto di fine o di inizio isolati. San Paolo nelle sue lettere parla dell’uomo vecchio che deve finire, di cui dobbiamo spogliarci. Ma perché? Per rivestirci dell’uomo nuovo, di Cristo. Parla di una legge dell’Antico Testamento, di una legge della lettera che deve finire per dar posto alla legge nuova che è Cristo Signore. Parla di tutto quello che appunto è marcio dentro e deve essere distrutto per dar vita a quello che viene avanti, a quello che preannuncia il futuro: l’esilio che finisce e che per il popolo ebraico vuol dire e significa una vita nuova e per il cristiano proprio questo annuncio dell’abbandono di ogni forma, di ogni forma nella quale si è cristallizzata la nostra vita, la nostra vita di cristiani, nella quale si è cristallizzata la Chiesa. Quando la Chiesa ha voluto identificarsi in una forma politica, in un regime politico è diventata il falso cristo e non è stata più questo segno di Cristo che ha annunciato, il segno del Figlio dell’uomo che ha annunciato agli uomini quello che dovrà essere il futuro, il domani, la nostra vita di domani.
Vedete, io mi sento pienamente contento, pienamente pieno, pieno di questa Parola del Signore quando per esempio assisto, anche se non ci prendiamo parte come dovremmo, assisto a questo movimento che c’è nel mondo, queste lotte, questa presa di coscienza degli uomini, specialmente degli uomini e i Paesi che sono stati più sfruttati, le classi sfruttate. Questo che cos’è? Non è altro che il preannuncio di questo nuovo mondo, non è altro che la manifestazione di queste forme vecchie che cadono e che danno vita e che preannunciano la vita nuova. Anzi penso che in questo tutti noi abbiamo una responsabilità, questa: di convertirci continuamente. Non è soltanto che noi dobbiamo trarre una conclusione sul piano politico, sul piano sindacale, sul piano sociale. Cioè tutto il mondo anche in queste forme deve rinnovarsi ed è in crisi proprio perché non ha saputo fare questo, ma siamo anche ognuno di noi che deve operare in sé questa conversione per non diventare un anticristo, un falso cristo ma per essere questo segno del Figlio dell’uomo in mezzo agli uomini. Ecco mi sembra che da questo brano evangelico ci venga questa parola di speranza.
C’è anche un giudizio e un confronto col mondo, in quanto il Signore non lo distrugge il mondo. Distrugge questo mondo ma non distrugge il mondo: la sua creazione va avanti e avrà la sua pienezza quando potremo veramente tutti raggiungere questa pienezza nel Cristo, nell’incontro finale con Cristo Signore. Quindi il cristiano, io e voi, ci troviamo continuamente su questo punto: di una fine, di un qualcosa che cade e di un qualcosa che si rinnova. Il cristiano è colui che veramente, continuamente muore per rinascere subito, immediatamente ed è, come vi dicevo, colui che annuncia quello che dovrà essere il domani. E anche la Chiesa, che siamo noi, dovrebbe essere questo, questo segno.
Perciò credo che veramente questa parola di speranza non deve essere detta invano. E io, insieme a quella testimonianza, vi dicevo, molto modesta, molto semplice di amicizia per voi, sono contento che insieme a voi ci mettiamo all’ascolto di questa Parola del Signore. Soprattutto chiediamo al Signore questa sensibilità, questa capacità di capire questa Parola del Signore che a volte vorrei dire, oggi in particolare, spessissimo si manifesta nei segni che abbiamo intorno a noi.
E lo ripeto di nuovo: tutto quello che è oggi presa di coscienza, che è lotta contro l’ingiustizia, tutto quello che è il desiderio di far cadere queste forme di oppressione, di violenza per dar vita a forme nuove che poi sono destinate anch’esse a rinnovarsi, forme nuove a misura dell’uomo sul piano economico, sul piano politico, sul piano sociale e anche sul piano dei nostri rapporti col Signore… ecco questo è quello che il Signore oggi credo voglia dirci. E a noi la responsabilità grave di essere capaci di intenderlo e di essere poi in mezzo agli uomini questo segno, perché poi noi siamo la Chiesa, noi siamo coloro che hanno questa responsabilità perché abbiamo sempre detto di essere obbedienti soltanto e unicamente alla Parola del Signore.


Quintole, 30 / 12 / 1968

DON BORGHI DÀ LE DIMISSIONI DA PARROCO

All’Arcivescovo di FIRENZE

 

Con questa lettera le mando le mie dimissioni da parroco di S. Miniato a Quintole. I motivi della decisione sono prima di tutto e principalmente la convinzione personale che l’attuale condizione del parroco è in contrasto con la mia decisione di essere operaio.
Quello che ha scritto a Don Mazzi il 30/9/68 ha confermato le mie convinzioni, anche se le sue parole mi hanno riempito di grande amarezza.
Lascio la parrocchia anche per un altro motivo. Desidero dire, in questa maniera, la mia amicizia e la mia solidarietà a Enzo, Paolo, Sergio e le parrocchie dell’Isolotto e della Casella. Mi sento colpito dagli stessi provvedimenti che hanno colpito i miei amici e fratelli
Non so dirLe altro. Penso alla tristezza di tanti uomini e donne che vedono delusa e soffocata la meravigliosa speranza suscitata in essi da Cristo Risorto: una Chiesa veramente profetica, assemblea dei figli di Dio, Popolo di Dio in cammino verso la liberazione di tutti gli uomini da ogni schiavitù.

Bruno Borghi

Quintole, 30 / 12 / 1968