Lettera di don Borghi e don Milani ai preti fiorentini

Don Borghi e don Milani (4)



Alla fine degli anni Cinquanta Elia Dalla Costa era troppo vecchio e, soprattutto, troppo malato per potersi occupare attivamente degli affari della diocesi. Così Florit (con gli altri preti della curia che condividevano le sue idee all’Ottaviani) poté gettare delle gran secchiate d’acqua sui bollori innovatori appena se ne aveva sentore. Il 19 marzo 1962, morto ormai Dalla Costa, Florit venne chiamato a succedergli da Giovanni XXIII sulla così detta “Cattedra di S. Zanobi e S. Antonio”. Deciso com’era a ristabilire l’ordine nel clero fiorentino, spalancò gli occhi su quanto stava succedendo nel Seminario maggiore di Cestello. Mentre era rettore monsignor Bartoletti, al vecchio tipo di educazione autoritaria era subentrato un rapporto tra superiori e allievi basato sulla fiducia, la libertà e il rispetto delle opinioni personali dei giovani seminaristi. C’erano state anche diverse trasformazioni esteriori: via le tonache, via le meditazioni individuali, non più seminaristi che andavano a spasso come file di formiche, eccetera.
Poi Bartoletti era stato nominato vescovo coadiutore a Lucca (ovviamente con grande rincrescimento di Florit!). E il posto di rettore era stato assunto da monsignor Bonanni. Questi s’illuse di poter guidare il seminario con gli stessi metodi e principi del predecessore. Ma nel 1964, venne improvvisamente esonerato dall’incarico senza che fossero neanche comunicati i motivi del provvedimento. Don Milani e don Borghi avevano opinioni diverse su tante cose. Capitava anche che litigassero (una buona litigata tra amici, comunque, fa circolare meglio il sangue). Ma nella faccenda Bonanni erano perfettamente d’accordo. Ne è prova appunto una lettera che sottoscrissero insieme e che fece più chiasso d’un sasso dentro una piccionaia. Il documento, indirizzato a tutti i sacerdoti dell’arcidiocesi, fu poi stampato sulle due facciate di un volantino e spedito per posta.

 

1 Ottobre 1964

A tutti i Sacerdoti della Diocesi Fiorentina
e per conoscenza all’Arcivescovo monsignor Florit

 

Caro Confratello,
abbiamo sentito da più parti un coro di rammarico alla notizia che mons. Bonanni non è più rettore. L’argomento non può non interessarci: il seminario è un fatto di tutti noi, non un fatto privato del Vescovo. E non solo di noi sacerdoti, è anche un fatto di tutto il popolo cristiano che chiamiamo a contribuire al mantenimento dei seminaristi, che dovrà domani accettarli come padri e maestri, che porterà le conseguenze di un migliore o peggiore sistema educativo in seminario.
Probabilmente tutti i sacerdoti fiorentini in questi giorni hanno parlato del problema del rettore con qualche confratello. Molti avranno sentito il desiderio di parlarne anche col Vescovo e se poi non ne hanno trovato il modo, l’occasione o il coraggio, hanno sentito il disagio di aver parlato alle spalle di un assente e d’aver taciuto con lui. Siamo stati abituati a considerare il silenzio in casi simili come un segno di rispettosa sottomissione all’autorità. Ma sotto sotto sappiamo che è più comodo tacere che parlare e forse il silenzio non è che un sistema per scaricare sul Vescovo il barile della nostra responsabilità.
L’episodio Bonanni non è che uno dei tanti. Forse quello che ha colpito un maggior numero di sacerdoti. Un altro, sicuramente più grave, è quello del padre Balducci: 1’Arcivescovo ha posto i cattolici fiorentini nella condizione di doversi regolare con la sola coscienza in materia di teologia come se fossero protestanti. Non ha risposto alle loro precise domande scritte, mentre i due giornali fiorentini sostenevano due oppostissime opinioni teologiche e due giudici laici si permettevano di sentenziare in materia di dottrina cattolica e perfino di mettere in dubbio la buona fede di un sacerdote e di un maestro di ineccepibile dottrina e rettitudine quale padre Balducci. Che si sappia noi due, in quell’occasione, scrissero all’Arcivescovo i parroci d’un solo vicariato.
Un terzo episodio, quello che all’annuncio ci aveva dato la speranza di un primo tentativo di dialogo tra l’Arcivescovo e noi, cioè la riunione preconciliare, si risolse in un monologo e non ci fu data la possibilità di parlare. Purtroppo anche quella volta non abbiamo reagito.
Ma questi non sono che tre episodi di un problema molto più generale: il problema del dialogo. Il Papa ha chiamato i Vescovi al dialogo, perché il Vescovo chiamasse al dialogo i parroci, il parroco i parrocchiani lontani e vicini. Se manca un solo anello di questa catena il messaggio di Giovanni XXIII e il Concilio non raggiungono il loro scopo. A Firenze un anello manca certamente: il dialogo tra il Vescovo e i Parroci e questo proprio nel momento in cui maturava l’esigenza del dialogo coi lontani: comunisti, ebrei, protestanti. Abbiamo da parlare con tutti e non parliamo al Vescovo e il Vescovo non parla a noi! Il 90 % dei Vescovi e due Papi hanno scelto la via dell’apertura e del dialogo. È l’ora di svegliarsi e d’accorgersi che la Chiesa fiorentina col suo muro tra Vescovi e preti è ormai al margine della Chiesa Cattolica.
Ma è anche al margine del mondo d’oggi. Quel mondo d’oggi cui Giovanni XXIII guardava con tanta affettuosa stima in cerca delle verità che Dio vi ha certamente nascoste, perché anche noi le trovassimo e le facessimo nostre. Quel mondo ci guarda con giusto disprezzo e si allontana sempre più da noi e dalle tante verità che a nostra volta potremmo offrirgli.
Per esempio un episodio come quello Bonanni in cui un Rettore dopo 6 anni di servizio viene sostituito per motivi che non sono stati comunicati, urta la sensibilità del mondo d’oggi di cui facciamo parte e che è ormai abituato a non accettare provvedimenti non motivati. Perché un importante provvedimento che non sia stato pubblicamente motivato è infamante per chi ne è l’oggetto. Offende poi la dignità di quanti sono direttamente o indirettamente interessati al problema. Li tratta come animali inferiori cui non si deve spiegazione e da cui non s’accetta consiglio. Dare, togliere, accettare e tenere le cariche come se le cariche fossero solo onori alla persona, problemi di carriera e non luoghi di servizio per i quali non si può pensare di servire senza una specifica competenza! I laici d’oggi restano a bocca aperta di fronte a questo settecentesco modo di concepire l’autorità. La possibilità di ricorrere contro le decisioni dell’amministrazione è stata introdotta in Italia da quasi un secolo, la motivazione obbligatoria delle sentenze, il diritto di difesa, ecc., appartengono ormai al patrimonio di tutta l’umanità civile. Possiamo rinunciarci noi sacerdoti per una esigenza di ascetica personale, ma i laici d’oggi, cristiani e non cristiani, non possono capire perché solo noi non vogliamo tendere l’orecchio ai “segni dei tempi”, adeguarci a esigenze così universalmente accettate.
Veniamo al pratico: non scriviamo con l’intento di far recedere l’Arcivescovo dalla sua decisione sul Seminario. Quel che ci proponiamo è solo di creare una qualsiasi forma di dialogo tra noi e lui, un’usanza di parlargli, un nuovo stile di rapporto. Non è con i telegrammi di auguri, il regalo di una croce pettorale e le genuflessioni che si mostra l’amore al Vescovo, ma piuttosto con la sincerità rispettosa, il rifiuto del pettegolezzo di sacrestia.
Perciò, prendendo spunto dal caso Bonanni, abbiamo pensato di proporre a tutti i sacerdoti fiorentini l’inizio in concreto del dialogo: chiediamo all’Arcivescovo che risparmi ai nostri popoli lo scandalo di un assolutismo abbandonato ormai anche dal Papa e perfino dai comunisti. Chiediamogli di parlare anche con noi dei motivi della sostituzione del Rettore. La nostra qualità di figli maggiorenni e di corresponsabili ce ne darebbe quasi un diritto. Ma non lo avanziamo. Lo chiediamo per piacere.
Può darsi benissimo che la tecnica del dialogo che abbiamo scelta sia sbagliata. Ce ne suggerisca lei una migliore per la prossima volta. Ma non rinunciamo per un puntiglio formale all’idea di creare un nuovo rapporto finalmente filiale fra noi e il Vescovo. Se si pretende che l’iniziativa risponda perfettamente ai gusti d’ognuno succederà che non se ne farà di nulla.
Abbiamo preparato l’accluso cartoncino. Come vede il testo che le proponiamo è volutamente contenuto nella forma più attenuata e rispettosa proprio per venir incontro al maggior numero di sacerdoti. Se le va bene, la preghiamo di firmarlo e di inviarlo all’indirizzo di don Borghi. Se preferisce un altro testo, un po’ diverso oppure anche di opposto contenuto, lo invii egualmente, e don Borghi sarà ben lieto di consegnarlo personalmente all’Arcivescovo insieme agli altri.
Fraterni saluti.

Bruno Borghi sac., Lorenzo Milani sac.

indirizzare a:
Sac. Bruno Borghi – Impruneta per Quintole (Firenze)

 

Il cartoncino allegato riportava questo discorsetto:

Eccellenza,
la notizia che Mons. Bonanni ha lasciato il Seminario mi ha dolorosamente impressionato.
Pur accettando con assoluta disciplina la sua decisione le sarò finalmente grato se vorrà parlare anche con noi dei motivi che l’hanno indotta a questa decisione.
Vorrei anche che questo fosse il primo passo verso un dialogo tra V. E. e noi, almeno sui problemi più gravi che via via si presenteranno nella nostra diocesi.

firma

 

(Da Neera Fallaci, Dalla parte dell’ultimo…, pag. 302-305).