Contro i cappellani militari

Don Borghi e don Milani (3)


Ordine del giorno di un gruppetto di cappellani militari
nell’anniversario dei Patti Lateranensi
(pubblicato su La Nazione del 12 febbraio 1965)

 

I cappellani militari in congedo della regione toscana, nello spirito del recente congresso nazionale della associazione, svoltosi a Napoli, tributano il loro reverente e fraterno omaggio a tutti i caduti per l’Italia, auspicando che abbia termine, finalmente, in nome di Dio, ogni discriminazione e ogni divisione di parte di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise che morendo si sono sacrificati per il sacro ideale di Patria.
Considerano un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta ‘obiezione di coscienza’ che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà.
L’assemblea ha avuto termine con una preghiera in suffragio per tutti i caduti.

 

Intanto (come don Milani appurò in seguito) era inesatta la dizione «i cappellani militari in congedo della regione toscana»: all’assemblea dell’11 febbraio 1965 erano infatti presenti solo 20 dei 120 cappellani militari toscani. Non si sa quanti, tra gli altri, fossero al corrente dell’iniziativa…

Naturalmente (per don Milani) la tentazione di rispondere per scritto e pubblicamente agli autori del comunicato fu troppo forte. La provocazione era venuta dalle pagine di un giornale, la risposta doveva finire sulle pagine dei giornali. «Sto scrivendo una lettera ai cappellani militari in risposta a quel loro discorso apparso sulla “Nazione” del 12 febbraio», raccontò don Milani alla madre. «L’hai visto. Spero di tirarmi addosso tutte le grane possibili». E ancora: «l’ho mandata a stampare per mandarne una copia a tutti i preti fiorentini e a tutti i giornali. Ho fatto così perché la bellissima lettera del Borghi (indipendente dalla mia e molto diversa) non l’ha pubblicata nessuno per ora e siccome la mia è più velenosa penso che faranno altrettanto anche con me. Così a ogni buon conto in mano ai preti fiorentini arriva ugualmente».

(Da: Neera Fallaci, Dalla parte dell’ultimo…pag. 377-378)

 


Lettera aperta di don Borghi ai cappellani militari
che avevano sottoscritto il comunicato dell’11.2.’65


Caro Direttore,

il giornale «La Nazione» del 12 febbraio 1965 ha pubblicato un ordine del giorno, votato dai Cappellani militari in congedo, appartenenti alla Regione Toscana. Essi, dopo aver reso omaggio a tutti i caduti per l’Italia ed auspicata la fine di ogni discriminazione e divisione di fronte ai soldati caduti per «il sacro ideale di Patria», ci fanno sapere che «considerano un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta obiezione di coscienza, che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà».
Le affermazioni fatte da tale pulpito richiamano alla memoria vicende recenti, avvenute proprio a Firenze. Una sentenza di «magistrati teologi» in materia di obiezione di coscienza e il silenzio di chi aveva il compito di affermare per i cattolici la libertà in tale materia, potrebbero far pensare che ormai tutto è stato definito e chi fa l’obiettore non solo attenta allo Stato, e quindi è perseguibile dalla legge, ma è anche fuori della Chiesa.
Ora questo, almeno per quanto riguarda la Chiesa, non è assolutamente vero, perché essa non ha mai preso posizione ufficialmente e in maniera dogmatica in tale questione. Per quanto riguarda lo Stato è vero che per ora i vari progetti per il riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza, compreso l’ultimo di cui era presentatore anche Nicola Pistelli, non hanno approdato a nulla ma noi abbiamo la speranza che anche gli italiani lotteranno per darsi una legge che regoli l’obiezione di coscienza.
Detto questo non è detto tutto. Le affermazioni dei cappellani militari, sia in sé, sia per le persone da cui provengono, meritano una risposta.
In problemi così gravi si ha il diritto di sapere a quali principi teologici e morali si rifanno i cappellani militari. Noi per esempio, non vediamo come sia un insulto alla patria amare anche quelli che appartengono ad un’altra. Non comprendiamo nemmeno perché l’obiezione di coscienza sia estranea al comandamento cristiano dell’amore, se nel Vangelo ci viene comandato di amare anche i nemici, come appunto si propongono gli autentici obiettori di coscienza.
Inoltre come si fa a dire che l’obiezione di coscienza è una viltà se l’obiettore è pronto a pagare di persona col carcere […] … acuti e più pressanti gli interrogativi che l’opinione pubblica in genere e molti cattolici in modo speciale da tempo si pongono. Ed è su questi interrogativi che i cappellani militari avrebbero potuto far conoscere il loro pensiero. Ci si domanda se c’è realmente una compromissione della Chiesa nel rapporto tra cappellano militare e amministrazione militare, se è un rapporto autenticamente pastorale e quindi libero (perché allora i gradi di tenente, capitano, ecc.? gli stipendi piuttosto grossi nei confronti delle poche lire che prende un soldato, l’assistenza alla Messa in armi, la pressione diretta o indiretta a parteciparvi con l’unica alternativa di una marcia o di restare in caserma a ramazzare?). Durante il servizio militare, soprattutto per i figli del popolo, braccianti, contadini indifesi di cui i cappellani hanno una responsabilità particolare, è garantito il rispetto e la promozione dei valori umani come la persona, la libertà di espressione, l’amore tra tutti gli uomini? Esiste la discriminazione, l’autoritarismo, l’arrangiarsi elevato a sistema? Quali garanzie e quali mezzi, efficaci veramente, ha il soldato di fronte all’eventuale autoritarismo degli ufficiali? Valgono di più i gradi o la persona e l’uomo? Nei manuali per la formazione dei sottufficiali ci sono frasi come questa: «la guerra va considerata come un fenomeno sociale inevitabile, insito nella stessa natura dell’uomo»?
Mentre ogni soldato che torna dal servizio militare ha una risposta da dare a tutti questi interrogativi, per quanto noi sappiamo i cappellani militari, come Associazione, non hanno mai fatto conoscere il loro pensiero, mentre invece danno di vili agli obiettori di coscienza. Così facendo dimenticano che l’obiettore dà una risposta globale, pone in crisi tutto il sistema, non fa consistere la questione essenziale nell’indossare o nel rifiutare una divisa.
Nessuno di noi ha fatto l’obiettore di coscienza, ma ci mettiamo tra quelli, che guardano con simpatia e con invidia ai giovani che, per un’esigenza religiosa o umana, hanno fatto tale scelta.
Essi tra l’altro ci ricordano che l’obiezione di coscienza è solo un aspetto di una concezione dell’uomo. L’obiettore fa una scelta che è soprattutto politica e vuole pesare nella storia, sulle istituzioni e sulle mentalità secondo le quali la guerra è possibile e inevitabile. Pongono cioè l’esigenza di una politica non violenta.
Quella degli obiettori è una vocazione «profetica» e quindi non di tutti, ma essi sono necessari per riproporre a tutti noi l’ideale cristiano ed umano, che ci impegna a lottare per rompere certi rapporti politici, sociali, economici, ormai cristallizzati e spesso ingiusti e per creare nuove strutture di convivenza umana, non basate sulle armi, sulla paura, sulla guerra calda e fredda, ma sul messaggio evangelico annunciato ai poveri.

Sac. Bruno Borghi, Enrico Bougleux, Alberto Brunetti, Giorgio Pelagatti,
Carlo Cianchi, Giorgio Falossi, Luigi Cerbai, Vittorio Nocentini

 

(Da: Neera Fallaci, Dalla parte dell’ultimo… pag. 531-533)