Autodifesa di don Borghi

Davanti ai giudici (5)



Quella che segue è l’autodifesa di don Borghi
la cui lettura è stata impedita al difensore in aula.

Alla Corte di Assise di Bologna


Il 7 ottobre 1974 ho ricevuta la citazione a comparire davanti a questa Corte, per rispondere del delitto di vilipendio dell’Ordine giudiziario. Avrei cioè offeso, manifestato disprezzo verso la Magistratura.
Ho pensato, fino da allora, che la difesa della lotta operaia e della libertà di pensiero, non della mia persona, la facessero i miei compagni operai e venisse fuori dalle assemblee di fabbrica e dalle assemblee popolari.
Si sarebbe poi trovato, tra la categoria degli avvocati, più vicina alla Magistratura e al potere che alla classe di sfruttati, uno che interpretasse la sua funzione di intellettuale e di tecnico a servizio della classe operaia, limitandosi a leggere alla Corte il risultato di tali assemblee.
Non è stato così e potremo anche vederne il perché.
Nei giorni scorsi perciò ho messo io per iscritto ciò che penso sarebbe venuto fuori da tali assemblee. Mi illudo cioè di interpretare quello che avrebbero potuto dire molto meglio e con più efficacia i miei compagni di lavoro e tutti gli operai e i contadini sfruttati.
Perché la Corte abbia una chiara visione del processo che si sta celebrando mi soffermerò su alcuni aspetti politici di questo processo.
Lavoro in una fabbrica di gomma dove si fanno i turni: mattina, sera e notte. Vi basterebbe passare un giorno insieme agli operai per constatare che l’unica cosa di buono che si fa non sono i tappetini per auto, ma il vilipendio, cioè si offende, si manifesta disprezzo. Si offende tutti: la Magistratura, il Governo, le Forze armate, i Capi di Stato, stranieri e nostrani, la Chiesa. E questo si fa dappertutto e pubblicamente: nelle discussioni, negli incontri, quando uno si fa male, alla mensa, al gabinetto. E si fa specialmente quando siamo più arrabbiati per la nostra condizione, per esempio quando si fa il turno di notte che è il condensato della nocività in fabbrica. Per me è la cosa migliore, perché in questa maniera si esercita un diritto di critica, si risale alle responsabilità e ai responsabili per esempio dello stesso turno di notte e cioè del maggior sfruttamento, al profitto, al padrone ecc.
Per molti operai e per circostanze che non dipendono certo da loro è il miglior momento della loro vita sociale e politica, è l’unico modo di partecipare, di essere politicamente vivi.
Come vi sarete accorti anche voi, questa nobile attività di critica fino al disprezzo e all’offesa, si fa anche fuori della fabbrica, come avete potuto vedere nei cortei e nelle manifestazioni popolari. E la fanno non solo gli operai. La fanno, giustamente e logicamente, tutti gli esclusi e i discriminati e tutti quelli che il sistema chiama invalidi, perché misura questi uomini col metro dell’efficienza e del profitto. Contro il padrone e tutto quello che il padrone rappresenta e contro i suoi alleati le masse degli sfruttati non cessano di manifestare in tutte le forme il loro disprezzo.
È ridicolo perciò giudicare uno in nome del popolo per un delitto che la grande maggioranza e la parte migliore di questo popolo commette continuamente. Semmai, giudicate in nome di qualchedun altro. In realtà quello che per voi è un reato, è invece un modo popolare, imperfetto ma efficace, di controllare il potere, un modo di partecipare e di riappropriarsi del potere in attesa che la coscienza operaia di classe cresca fino al punto che sarà il proletariato a fare la giustizia. Con l’avvento della sua dittatura dovranno cambiare anche i Giudici.
La verità è che la Magistratura ha paura della libertà e ne controlla la pratica popolare che è la più pericolosa. La grande maggioranza del popolo pensa e dice ciò di cui mi si incrimina. L’incriminazione quindi è un formalismo e un fariseismo che dimostra un disegno politico preciso: colpire quando fa comodo al potere, cioè nel momento della lotta e colpire chi è scomodo al potere.
Con l’incriminazione per vilipendio avallate una politica di regime ed usando una norma fascista, di nuovo mettete fuori legge quelli che sono più pericolosi per il padrone, la loro legittima lotta politica e il modo con cui si svolge. Quale servizio migliore per il padrone? Dovreste spiegarci molte cose: come si può essere fedeli alla Costituzione e nello stesso tempo applicare il vilipendio?
Perché si colpiscono certe manifestazioni di pensiero ed altre no?
La ragione è che lo Stato borghese è uno Stato antipopolare, classista che ha bisogno di rispolverare il vilipendio nei momenti più duri della lotta che le classi sfruttate conducono contro il padrone e colpire sempre in un solo senso: la classe operaia e coloro che si schierano con essa.
Questo vi porta ad essere di fatto contro la Costituzione. Perché la libertà garantita dalla Costituzione significa libertà di attaccare il potere e di metterne a nudo il falso prestigio. Anche con disprezzo. Non c’è bisogno di scandalizzarsi. Il disprezzo, il considerare vile qualcuno o qualcosa è la condizione essenziale della critica efficace e della lotta politica. E non può essere che così, perché la Costituzione è nata dalla Resistenza e vuole proteggere le classi oppresse, mentre il vilipendio colpisce chi critica le istituzioni, difende il potere e le istituzioni stesse dal dissenso popolare. Il Pubblico Ministero parlando del delitto che ho commesso dice che la mia è l’ingiuria più grave: quella che viene lanciata senza ragione nello stesso momento in cui si riconosce che l’ingiuriato si è comportato bene. Non è con una sentenza aperta (che del resto è sempre riconosciuta come tale) che si salva la Magistratura. L’eccezione è capitata a me. Ma tutti gli altri compagni che per anni e anni, per secoli non hanno visto nemmeno un’eccezione, che hanno subito il carattere costantemente repressivo della Magistratura?
Il mio licenziamento è stato uno scontro tra un padrone e un operaio cui son seguiti tanti altri. E stato cioè un momento della lotta di classe. In questa realtà e in questa prospettiva, compiacersi per il buon esito di un singolo caso può diventare addirittura pericoloso. Una sentenza giusta non può cambiare là regola. Per questo dico: questa volta è andata bene. Ma la regola è un’altra. Il disprezzo che il P.M. mi contesta è esattamente l’espressione di ciò che pensano gli operai. Non sono possibili che due cose: o approvare o disprezzare. Gli operai non possono che disprezzare.
Ma torniamo all’accusa. Di che cosa mi si accusa? Qual è il delitto commesso? In che consiste e verso chi il disprezzo che ho manifestato?
Il tutto si può riassumere nell’avere scritto e diffuso che la Magistratura è al servizio dei padroni. Nel motivare per la Corte il perché ho scritto, diffuso e ritengo anche ora che la Magistratura è a servizio dei padroni, vorrei brevemente ricordare che sono sempre più numerosi i giuristi che attraverso un’analisi delle strutture e dell’ordinamento giuridico arrivano a conclusioni e proposte che hanno un grande valore politico.
Per loro i gravi condizionamenti interni ed esterni all’Ordine giudiziario compromettono «pesantemente» l’indipendenza della Magistratura. Concludono le loro analisi, affermando, senza essere incriminati, che «un complesso intreccio di fattori ideologici e istituzionali fanno oggi della Magistratura un docile strumento del potere politico dominante». (Cfr. Problemi del socialismo, n. 18, nov.-dic. 1973, pag. 805). Questa è la conclusione a livello giuridico che ha però un enorme valore politico in sé e perché viene a confermare quello che con altre parole noi operai diciamo, beccandoci per questo l’incriminazione e il processo! Cioè che la Magistratura è lo strumento dei padroni, essendo il potere dominante quello dei padroni.
Non crediate però che noi vogliamo fare a meno della giustizia. Anzi, siamo proprio noi, operai e contadini tutti gli oppressi e gli sfruttati, che abbiamo bisogno di essa.
Il motivo è semplice: noi siamo i deboli, i padroni sono i potenti. La difesa del debole, del povero e dello sfruttato è il compito che assegnano a Voi Giudici lo Stato borghese e la Costituzione.
Da sempre è scritto sui vostri manuali che la funzione del Giudice è quella di essere garanzia per i deboli contro il sopruso dei forti, difesa dei governanti contro l’arbitrio del potere. La Costituzione Vi affida il compito di difendere gli sfruttati contro lo strapotere dei padroni. È per questo che Vi rende liberi da ogni vincolo e indipendenti da ogni potere.
Quando perciò la Magistratura fa una giustizia di classe, appare invece come l’ultima difesa dei padroni contro il movimento popolare che avanza. Scoppia la contraddizione tra una giurisprudenza costante a vantaggio dei padroni e il ruolo del Giudice. Così si tradisce non solo la neutralità e l’imparzialità, ma perfino le leggi dello Stato borghese e la stessa Costituzione.
Una Magistratura così fa comodo alla borghesia, non a noi. Noi abbiamo bisogno di un Giudice che nella sua piena autonomia e indipendenza da ogni altro potere tutela e difende tutti i diritti e tutte le libertà dei cittadini nei confronti del potere dello Stato.
Abbiamo bisogno di un Giudice che sia sempre pronto a resistere e ad entrare in conflitto con il potere esecutivo, di un Giudice che esca dal popolo, viva col popolo e sia sempre in collegamento diretto con la sovranità popolare. In questa maniera, tra l’altro, diventa politicamente responsabile di fronte al popolo. All’interno stesso della Magistratura e di coloro che si occupano di diritto, c’è chi ritiene e scrive, senza essere incriminato, che la Magistratura è schiava di norme e di leggi e si trova nella condizione di esercitare la sua funzione in difesa della classe dominante.
Il P.M. e il Giudice Istruttore mi accusano però di avere esagerato, di essere andato molto più in là, di sostenere cioè «che la Magistratura è al servizio dei padroni con tanto zelo da giungere alla deliberata disapplicazione della legge».
È vero: sostengo anche questo. E, sempre per la Corte, lo dimostrerò citando fatti così evidenti che, per la loro gravità e continuità storica, costituiscono una prova definitiva.

 

1) A proposito della libertà di sciopero il Codice Penale Italiano del 1889 aveva adottato un atteggiamento più liberale della legislazione precedente, giacché puniva questa forma di lotta solo quando essa si accompagnasse a violenza e minacce. Ben presto in occasione di grandi movimenti popolari e per reazione ad essi la Magistratura applicò le nuove norme punendo scioperi del tutto pacifici. Si arrivò fino al punto che bastava che un gruppo di scioperanti avesse un’aria di intimidazione, per punire tutti senza preoccuparsi di sapere quello che ognuno poteva aver fatto. E bastava essere alla testa di una organizzazione operaia, anche se si era cento miglia lontani dal luogo dello sciopero, per essere ritenuto responsabile e quindi punito.
In questa maniera per la natura classista della Magistratura, la libertà di sciopero era inesistente o quasi; con buona pace del codice Penale del 1889, già prima del fascismo. (Cfr. Problemi del socialismo, n. 18, nov.-dic. 1973, pag. 822).

 

2) L’art. 3 della Costituzione è uno dei capitoli della storia dell’Italia repubblicana degli anni 50. Questo articolo, capace di mettere in crisi tutto il sistema giuridico borghese, «non ebbe nessuna influenza nemmeno indiretta, nell’interpretazione che i Giudici dettero dei conflitti sociali e lasciò Magistratura e apparato dello Stato nell’indifferenza assoluta» (idem, pag. 823). La Cassazione soprattutto, presa dallo zelo per la difesa delle Leggi fasciste, arrivò a degradare la Costituzione, la legge delle leggi, ad una sotto-legge e ad un insieme di articoli che solo il futuro legislatore avrebbe potuto innalzare a dignità di norma giuridica. (Lelio Basso, Il Principe senza scettro, pag. 229). Messasi su questa strada, la Cassazione arrivò ad argomentare che la Costituzione non aveva abolito né il confino né l’ammonizione e che la Polizia poteva tranquillamente continuare ad operare come per il passato «risuscitando uno ad uno i fantasmi dei vecchi strumenti fascisti di oppressione che i costituenti e resistenti si erano generosamente illusi di avere definitivamente sepolti» (Basso, ivi, pag. 230).

 

3) La storia degli anni 1968-69 è storia recente. I procedimenti per volantinaggio, per manifestazioni popolari e occupazioni di fabbriche, le migliaia di operai incriminati a base di articoli del codice fascista dimostrano questo zelo della Magistratura, che per giocare il suo ruolo politico di strumento di regime preferisce riesumare ed applicare il codice Rocco fascista invece che la Costituzione Repubblicana.

 

4) Ci sono poi due processi che la coscienza popolare non ha dimenticato: quello per il disastro del Vajont e quello contro Valpreda. I proletari ricordano quel processo che è parso una farsa ai familiari delle vittime, dove i duemila morti del Vajont non contavano più nulla dinanzi al potere di qualche ingegnere e di qualche grosso dirigente; e hanno dovuto vedere, dopo tanti anni dal disastro, una magistratura, di solito feroce con i ladruncoli di arance, chiudere la vicenda con pochi anni di condanna per gli autori della strage.
Il processo Valpreda poi è cronaca di oggi. Una cronaca di lotta e di vigilanza popolare che, contro tutti i tentativi d’affossamento, ha messo in luce le trame nere di un potere a cui non sono estranei complicità e responsabilità di Magistrati. Da Aloia a Miceli, da Ricci a Henke, ai Giudici romani che indagarono per primi sulla strage di Milano, da Giannettini a Rauti, alla Cassazione a Freda e Ventura, fino alla recentissima sottrazione del processo ai suoi Giudici naturali, è tutto uno spaccato di un potere marcio e compromesso fino al collo con la strage di stato di marca fascista. Un potere a cui i vertici della magistratura continuano a fornire il loro complice appoggio.

 

5) Un cenno particolare meritano le interpretazioni della Costituzione e delle Leggi ordinarie in materia di lavoro.
Anche quando sono in causa non solo le libertà e i diritti borghesi, ma le condizioni materiali delle classi popolari, cioè il sostentamento, il rischio della fame, il posto di lavoro, la Magistratura è stata ed è ancora più zelante. Basteranno pochi esempi:
a) La giurisprudenza sul diritto di sciopero. Fin dall’entrata in vigore della Costituzione le masse dei lavoratori hanno compreso che il diritto di sciopero era una conquista fondamentale nella lotta contro il padrone per la sopravvivenza e per la loro dignità di uomini. Non lo ha compreso la Magistratura, o forse lo ha compreso troppo bene.
Si potrebbero raccogliere volumi con la giurisprudenza che lungo venticinque anni ha tentato in tutti i modi di ridurre i contenuti e i modi del diritto di sciopero, negandolo a certe categorie di lavoratori, ritenendo illecito lo sciopero politico, qualificando violenza privata i picchetti di scioperanti che volevano esercitare concretamente i loro diritti garantiti dalla Costituzione. Solo pochi giorni fa del resto la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale la norma che puniva lo sciopero per motivi politici.
b) La giurisprudenza sui licenziamenti nulli. Per più di venti anni dall’entrata in vigore del codice Civile del 1942, la Magistratura ha sentenziato che il padrone poteva licenziare a suo piacimento. Si era dimenticata che nel Codice Civile era stabilita la nullità degli atti unilaterali viziati da motivi illeciti. E, dopo la Costituzione, dovevano ritenersi illeciti i motivi antisindacali di credo politico o religioso che caratterizzavano gran parte dei licenziamenti.
C’è voluta la Legge del ‘66 sui licenziamenti individuali e più tardi, lo Statuto dei lavoratori per indurre la Magistratura a ritenere nulli i licenziamenti intimati per rappresaglia. C’è voluta soprattutto la maturità del movimento operaio che aveva finalmente preso coscienza del problema.
c) Ma ancora oggi la nullità di un licenziamento dichiarata dal Giudice, è priva di effetti pratici se il padrone si rifiuta di riassumere l’operaio ingiustamente licenziato. I Giudici di fronte alle prepotenze dei padroni sono arrendevoli, salvo rare eccezioni. Dicono che la legge non consente di imporre al padrone l’adempimento di questo obbligo.
Se uno sfruttato ha qualche debito gli pignorano anche i vestiti, se un padrone è obbligato a riprendere un operaio sgradito, «i principi generali dell’ordinamento» non consentono di forzarlo.
Vedete dunque che il carattere padronale dalla giurisprudenza che ho cercato di riassumere non è casuale. Ha una logica precisa e implacabile. Se si tratta insomma di colpire coloro che con la lotta operaia attentano al cuore del potere reale che nell’impresa ha colui che assume e licenzia. Altrimenti la logica dei rapporti di produzione, fondamento dello stato capitalista, s’interrompe e non arriva ad informare di sé lo Stato e la società. E, per evitare questo grosso pericolo che il sistema corre, ci vuole un servizio adeguato da parte delle istituzioni.

 

Tutto questo spiega tante cose:
1) Spiega che l’ideologia borghese ha catturato ed ha informato di sé, fino a farne dei servi, la Magistratura, la Chiesa, la Polizia, lo Stato.
Per esempio, un Papa che nella storia della Chiesa rimane specialmente per una enciclica, la Rerum Novarum, come iniziatore dell’apertura sociale della Chiesa, poteva esprimersi così:.
«Sono costoro (i comunisti) quelli che, a dire delle Sacre Scritture, contaminano la carne, disprezzano la dominazione, bestemmiano la Maestà… Ai poteri superiori ricusano l’obbedienza e predicano la perfetta eguaglianza di tutti nei diritti e negli uffici… E queste mostruose opinioni pubblicano nei loro circoli, persuadono nei libercoli, spargono nel popolo con una quantità di gazzette, per cui si accumulò tant’odio della torbida plebe contro la veneranda Maestà e l’impero dei re». (Enciclica Quod Apostolici muneris, 1878).
L’influenza dell’ideologia borghese sulla Magistratura risulta evidente nel carattere di casta e di scopo separato contenuta in questa risoluzione:
«La natura e la collaborazione nel sistema costituzionale vigente del potere giudiziario escludono che la funzione giurisdizionale abbia contenuti di scelta politica operativa, con la conseguenza che non può essere ipotizzata nessuna forma di responsabilità politica del Giudice… (per cui deve essere) escluso ogni sindacato su concreto esercizio della funzione giudiziaria, anche al fine di impedire il conformismo e la stagnazione giurisprudenziale».
(Ordine del giorno dell’Associazione Nazionale Magistrati in data 30 gennaio 1972).
Ma ancor più evidente è l’atteggiamento della magistratura, nella sua funzionalità al sistema di potere dominante, in quest’altro brano del Presidente Colli:
«Vano è il richiamo al secondo comma dell’art. 3 della Costituzione quando si dimentica di coordinarlo al primo; infatti l’art.3 nel primo comma proclama l’uguaglianza giuridica e pone così un comando che ha come destinatario il giudice, mentre nel secondo assegna, non al giudice, ma alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli sociali che, di fatto, limitano quell’uguaglianza; norma questa chiaramente programmatica che ha come destinatario il Parlamento, cui spetta di sciogliere i modi e i tempi, mentre al giudice non fornisce che un criterio interpretativo generale, valido soltanto nell’ambito dell’interpretazione. (Dalla relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 1974 del Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Torino, Giovanni Colli).

2) Spiega anche perché il povero, il contadino, l’operaio hanno paura quando vedono i Carabinieri all’uscio, hanno paura dei Tribunali, non vogliono avere a che fare con gli avvocati; perché si son visti sempre traditi, sempre condannati per favorire chi ha i quattrini, chi è potente e fa il mestiere del padrone. Tutto un disegno politico, tutta una realtà sociale è pesata per secoli sulle spalle del povero. La coscienza di classe degli sfruttati di tutto il mondo cresce sempre di più e ci permette di vedere nei tribunali la macchina repressiva per assicurare il rispetto della Legge e degli ordinamenti borghesi. Soprattutto ci permette di vederli come strumenti tesi a conquistare gli uomini all’adesione al sistema, solleciti in difesa dei valori e delle idee della classe dominante, come la libera concorrenza, la cosiddetta libertà di stampa, la santità della proprietà privata, la legge è uguale per tutti, ecc.
I popoli sfruttati, il proletariato di tutto il mondo, crescendo in questa coscienza, ha fatto e fa delle grandi lotte contro l’imperialismo e il capitalismo impedendo ad essi, per ora parzialmente, l’attuazione del loro disegno: liquidazione della lotta e riproduzione dei rapporti di produzione in tutta la società. Queste lotte hanno messo in evidenza anche la divisione e la separazione che c’è tra Magistratura e popolo. L’avanzata del movimento operaio nelle fabbriche e nella società ha operato una frattura politica all’interno dell’apparato giudiziario. Infatti ha scoperto il volto vero della neutralità della Magistratura e ha messo in evidenza la giurisprudenza di classe. Ha così reso inevitabile la spaccatura all’interno della Magistratura tra giudici fedeli almeno alla Costituzione e quelli fedeli al Codice Rocco e alle leggi fasciste. Da qui in avanti saranno più difficili certi servizi al potere costituito.

 

C’è un altro aspetto del processo che è molto importante. Il P.M. e il Giudice Istruttore mi contestano di aver affermato che questo sistema va abbattuto ricorrendo anche alla violenza.
Sono convinto che nonostante tutti gli sforzi non si può né controllare né razionalizzare un sistema che condanna centinaia di milioni di uomini a una vita di miseria e disperazione e che mette in pericolo attraverso la sua sfrenata dissipazione e violenza la stessa continuazione della vita sulla terra. Non si può rendere umano se non abbattendolo un sistema che aliena gli uomini e li chiama pazzi, che è responsabile della fame e delle torture, ecc. La violenza del sistema è costituzionale ed è la condizione della sua sopravvivenza. L’unica risposta è la violenza operaia. Tutti gli altri tentativi sono mediazioni borghesi e riformatrici che lasciano le cose come stanno e perpetuano lo sfruttamento sotto il mito della pace sociale. La liquidazione della lotta è uno degli scopi del sistema borghese perché possa continuare la sola violenza del sistema.
La classe operaia deve conquistare il potere per rifare la società nuova. Anche qui la storia insegna che l’imperialismo internazionale impegna tutte le sue forze per mantenere il potere. Quando è sconfitto sul piano parlamentare ricorre ai colpi di Stato, ai golpe, ai Colonnelli. La violenza del proletariato non è la violenza per la violenza ma è la risposta alla secolare violenza del padrone e un passaggio obbligato per l’abbattimento del sistema capitalista.
Tutto quello che vi ho detto ha un solo scopo: farvi capire che questo processo non è un processo in difesa del prestigio dello Stato o delle sue istituzioni. È un processo che tenta di colpire ancora una volta quello che di nuovo sorge nel mondo e che contribuisce alla crisi dell’imperialismo e della borghesia: la ribellione delle masse sempre più estesa e la coscienza che lo scontro è inevitabile.
E anche voi siete obbligati a scegliere tra il potere e il popolo. O scegliete il potere che permette ai padroni di disporre della vita di altri uomini di sfruttarli, di affamarli di licenziarli: la manifestazione più propria e il simbolo della potenza distruttrice del capitalismo che opprime in Italia, tortura in Brasile, distrugge i popoli in Asia, fa morire milioni di uomini in tutto il mondo. Oppure scegliete a favore della richiesta e della lotta per un nuovo potere che sale dai luoghi stessi dove avviene lo scontro: la fabbrica, il carcere, i campi, le scuole. L’unico potere che potrà farvi nuovamente sentire la nobiltà di essere Giudici, cioè garanzia degli oppressi.

Firmato: BRUNO BORGHI