Due lettere agli operai della Gover

Davanti ai giudici (2)


LA PRIMA LETTERA

 

Fonte: Centro documentazione di Pistoia, gennaio/febbraio 1975
Quando Don Bruno Borghi entrò a lavorare alla GOVER di Firenze, al padrone non dovette dispiacere che questo prete, allora parroco di Quintole all’Impruneta, avesse deciso di fare l’operaio. L’idea dovette sembrargli un po’ stravagante, ma pensò che un prete in fabbrica sarebbe servito per smussare tanti angoli, per mantenere la pace, per mediare tra le “pretese” degli operai e le “necessità” dell’azienda.
Dovette però accorgersi ben presto che il Borghi era uno degli operai sindacalmente più attivi. E nel novembre del 1968 lo licenziò in tronco.
Don Borghi ricorse al Pretore che gli dette ragione e ordinò che venisse riassunto. Il padrone fece appello. La causa si trascinava per le lunghe e intanto il Borghi stava fuori. Nel mese di marzo ‘71 egli scrisse ai compagni di lavoro la seguente lettera:

 

Cari compagni,
sono passati quasi due anni e mezzo da quando il padrone della Gover mi licenziò per rappresaglia. Che il licenziamento fosse una rappresaglia lo ha riconosciuto perfino il giudice che ha fatto la prima sentenza che poi l’Ugolini ha appellato.
Nonostante ciò, sono ancora in attesa della sentenza di appello. Fino dal giorno in cui il padrone mi licenziò, ho cercato di impostare la causa in modo da ottenere questo: tornare a lavorare dentro la Gover a dispetto del padrone. La legge 604 del 1967 sui licenziamenti individuali ha un articolo (l’art. 8) che prevede il licenziamento ingiustificato e permette al padrone di cavarsela con un piccolo indennizzo.
La legge contiene anche un altro articolo (l’art. 4) il quale afferma che un licenziamento fatto per motivi sindacali, politici o religiosi è nullo. Ho puntato tutto su questo articolo (ancora non era stato approvato lo statuto dei lavoratori) perché è l’unico che può farmi sperare di ritornare dentro la Gover. Dico solo sperare e vi dirò perché.
Se vi ricordate, dopo il licenziamento fu fatto un giorno di sciopero. Una protesta che non servirà mai a niente se i lavoratori non sono in grado con la loro lotta di impedire l’ingiustizia di un licenziamento. Restava il ricorso alla magistratura che ho fatto senza entusiasmo e senza fiducia.
In questo caso l’articolo 4 era l’unico su cui puntare per tentare di avere giustizia. Infatti mi sono sempre più convinto che l’unica vittoria nostra e l’unica sconfitta del padrone è che un operaio licenziato rientri effettivamente dentro lo stabilimento. Questo forse può essere possibile solo se i giudici di appello riconoscono che il licenziamento è stato fatto per i motivi che l’articolo 4 precisa. Infatti secondo me e, credo, anche secondo voi, se il licenziamento è nullo vuol dire che non esiste e il rapporto di lavoro non è mai cessato e continua ancora.
Ho detto che anche in questo caso il ritorno in fabbrica forse può essere possibile, perché i padroni hanno delle enormi risorse.
Perfino lo statuto dei lavoratori dà loro la possibilità di pagare uno facendolo stare a casa.
Alcuni di quelli che se ne intendono fanno l’ipotesi che nel migliore dei casi la causa vada a finire proprio così: che il padrone pur di non farmi rientrare in fabbrica mi paghi lo stipendio facendomi stare a casa. Questo risultato sarebbe ingiusto perché i padroni possono permettersi il lusso di pagare a casa, pur di non averlo tra i piedi, un lavoratore che “gli rovina la fabbrica” (parole che l’Ugolini disse a me).
Durante questo tempo gli avvocati del padrone hanno fatto delle offerte per arrivare ad un accordo e sospendere il processo. Ho rifiutato ogni possibile accordo. Anche il denaro che l’Ugolini fosse costretto a darmi deve essere la conseguenza di una condanna.
Di questi fatti desideravo informarvi. Ma desidero anche dirvi quello che penso. Le convinzioni che avevo sono state rafforzate dall’aver vissuto direttamente queste due cose: l’ingiustizia che uno subisce perché appartiene alla classe operaia e il potere che il padrone ha per il fatto di essere padrone.
Il fatto stesso che la sentenza di appello venga dopo due anni e mezzo dal licenziamento è una prova chiarissima che la magistratura non serve agli operai, ma serve invece ai padroni.
In due anni e mezzo (e ci sono cause che vanno avanti anche il doppio) uno è costretto a fare qualcosa per vivere, forse è costretto anche a dei compromessi e il fatto, evidentemente ingiusto, si allontana talmente che l’aspetto della sua ingiustizia si perde nel tempo e così i padroni, con lo strumento legale e «democratico» della legge che il magistrato applica, ottengono di prendere due piccioni con una fava sola: licenziare chi gli è scomodo e affievolire lo spirito di lotta nell’operaio stesso a vantaggio del prossimo padrone.
Perciò il fatto di essere ricorso alla magistratura non mi fa dimenticare lo stretto rapporto che c’è tra magistratura e sistema capitalista.
Le incriminazioni di migliaia di operai a base di articoli del codice fascista, sono il servizio più efficace che la magistratura ha reso ai padroni. Se perciò esce una sentenza che faccia veramente giustizia, anche se in ritardo, sarà un’eccezione che conferma la regola.
Vi dicevo che la magistratura non serve agli operai. Agli operai serve una giustizia che viene fatta non in nome del popolo da giudici che sono così lontani dal popolo, ma dal popolo stesso perché la sovranità risiede nel popolo.
Agli operai servono dei giudici che amministrino la giustizia del lavoro in fabbrica, nei quartieri, dove solo è possibile rivivere il contrasto e le contraddizioni che ci sono all’interno, capire qual è il vero rapporto di lavoro, toccare con mano lo sfruttamento. Dei giudici che giudichino con l’aiuto di tutti i lavoratori. Una giustizia quindi che sia di fatto e non a parole, espressione del popolo e amministrata dal Popolo.
Per ora perciò c’è solo un modo per impedire i licenziamenti: la lotta della classe operaia contro la classe dei padroni. In questa lotta bisogna essere capaci di andare fino in fondo, cioè fino a far sparire i padroni e il sistema capitalista, per fare una società uguale, senza sfruttamento. Di fronte a questo grande obiettivo per cui la classe operaia lotta da sempre e che è il più autentico servizio che si possa rendere all’uomo, non bisogna lasciarsi intimidire da ordinamenti fascisti che puniscono le manifestazioni di pensiero, il picchettaggio, la violenza della lotta operaia contro la continua violenza dei padroni e del loro sistema.
Questo sistema che i padroni hanno messo su e difendono anche con le armi, è strutturato in modo che l’esercito, polizia, magistratura e perfino la Chiesa servono a puntellarlo.
Il popolo invece, e soprattutto noi lavoratori, dobbiamo riuscire ad esprimere, attraverso la lotta, una nuova società, in cui ci sia una giustizia diversa, un’economia diversa, un uomo diverso. Questo è possibile perché, mentre il denaro e il profitto non hanno ideali e servono solo per corrompere e sfruttare e sono quindi al di fuori dell’uomo, la lotta operaia e la lotta del popolo nasce dal profondo dell’uomo, dall’esigenza di giustizia, dalla necessità assoluta di uguaglianza.
Può sembrare una piccola cosa quella che è capitata a me e capita a tanti altri lavoratori. Però diventa grande quando si capisce che è uno dei modi con cui i padroni esercitano il loro potere.
È questo potere di licenziare e di opprimere in Italia e di torturare in Brasile che dobbiamo abbattere. È questo potere di distruggere i popoli come nel Vietnam, di sfruttare milioni di uomini, di farli morire di fame, che deve finire. Se è unico questo potere disumano, unica deve essere la nostra lotta. Una lotta capace di affratellare la classe operaia di tutto il mondo.

Bruno Borghi

Firenze, 9 marzo 1971

 

LA SECONDA LETTERA

 

La sentenza di appello dell’aprile 1971 dava ancora ragione al Borghi obbligando l’Ugolini, padrone della GOVER, a riassumerlo. Ma il Borghi non poteva ritenersi soddisfatto. Alla fine di aprile scrisse ai compagni della GOVER quest’altra lettera:

 

Cari compagni,
è uscita la sentenza d’appello. Essa condanna l’Ugolini a riammettermi in fabbrica, a pagarmi tutti i mesi arretrati dal novembre 1968, e a pagare tutte le spese del processo. Nella sentenza ci sono molti punti molto importanti e desidero farveli conoscere perché se ne discuta e si tragga motivo e convinzione per continuare la lotta operaia contro il sistema dei padroni. C’è anche un altro motivo. In questa causa non sono stato guidato dal desiderio di una rivincita personale ma dalla certezza di rappresentare tutti voi.
Le considerazioni che si possono fare sono diverse: il padrone ha subìto una completa sconfitta giuridica perché sul piano giuridico non ha ottenuto nulla di quello che si proponeva. L’Ugolini pretendeva che un operaio prete fosse diverso dagli altri operai e con questa discriminazione e divisione tipica di chi ha il potere, rivendicava il diritto di licenziarmi. Per l’Ugolini e per i padroni, il prete è mediatore dei vari interessi, uno che esorta alla calma e alla rassegnazione, uno che cerca di eliminare o conciliare i vari contrasti e che vuol bene a tutti, ricchi e poveri, sfruttati e sfruttatori.
I giudici gli hanno dato torto anche in questo e hanno detto che un operaio prete è uguale a qualsiasi altro operaio. In realtà non c’era bisogno di una sentenza dei giudici perché mi sentissi nella stessa vostra condizione operaia e quindi impegnato fino in fondo nella lotta di classe. Il vero amore per gli sfruttati è lottare insieme a loro, il vero amore per i padroni è eliminare la loro classe e il loro potere.
C’è poi un altro punto importante nella sentenza. L’Ugolini, puntando sulla ormai secolare amicizia e connivenza tra padroni e magistratura, si appellava alla sua appartenenza alla classe dei padroni per chiedere una cosa gravissima e allo stesso tempo ridicola.
L’Ugolini diceva: “Nell’assumere il Borghi ho violato la legge n. 264 del 29 aprile 1949, sul collocamento della mano d’opera (ed è vero che l’ha violata). Ma invece di disporsi a pagare la contravvenzione, continuava: “Per questa mia violazione il Borghi è stato assunto male e perciò lo posso buttar fuori”. I padroni che sono a parole per l’ordine ed il rispetto della legge, sono disposti a vantarsi di averla violata per aver ragione e potersi liberare di un lavoratore che dà loro noia. Insomma ecco la cosa grave e ridicola: l’Ugolini chiedeva un premio per aver violato la legge.
Nella sentenza c’è ancora una cosa interessante dal punto di vista giuridico. Anche i giudici di appello riconoscono che il licenziamento è stato una rappresaglia e condannano l’Ugolini in base ai principi generali sulle nullità degli atti giuridici e non in base alla legge sulla giusta causa o in base allo statuto dei lavoratori. In parole più semplici, questa sentenza insegna che la magistratura ha sempre fornito, in tema di licenziamenti, interpretazioni faziose e a vantaggio dei padroni, perché una sentenza come questa poteva essere fatta anche trent’anni fa senza aspettare lo statuto dei lavoratori. L’eccezione di questa sentenza conferma la regola che la magistratura quando ha fatto comodo ai padroni e al potere costituito non ha applicato neppure gli articoli del codice.
Questi sono gli aspetti positivi della sentenza, ma ce ne sono anche di quelli negativi. Il principale è evidentissimo. A me e a voi operai il licenziamento di due anni e mezzo fa è parso subito una rappresaglia ed un sopruso. Alla magistratura che giudicava in nome del popolo italiano gli c’è voluto due anni e mezzo per capirlo. Questo fa comodo ai padroni, non a noi e perciò sono sempre più convinto che questa giustizia è la giustizia dei padroni e la magistratura è al servizio del padroni. Con processi di questo genere noi non avremo mai giustizia. Anche questa sentenza è un’ingiustizia. Infatti se la leggiamo e la esaminiamo staccata dalla realtà, cioè come una cosa scritta che non riguarda la vita e i diritti di un lavoratore, possiamo concludere che è una bella sentenza nuova ed interessante. Ma quando penso alla sentenza come ad una decisione presa in nome del popolo italiano, ad un fatto essenziale nella mia vita, per i miei diritti violati, per ristabilire il vero ordine necessario alla crescita del popolo, allora dico che anche questa sentenza è ingiusta.
L’ingiustizia sta nell’aver creato uno strumento come il processo che ci mette due anni e mezzo (e mi è andata bene) per accorgersi del grave sopruso commesso da un padrone verso un operaio. L’ingiustizia sta nel fatto che si vuol mantenere il processo e i giudici staccati dalla realtà, come una vera e propria casta, perché questo fa comodo ai padroni. Il mio diritto sostanziale, che fosse riconosciuto subito il torto subìto, è stato violato. Quello formale in parte mi è stato riconosciuto in quanto i giudici mi hanno dato ragione. In parte dipende dal potere che il padrone avrà di annullare o no anche questo riconoscimento formale. Il resto di questa battaglia è affidato a noi. Non ci si può accontentare di vittorie formali e giuridiche se poi i padroni ottengono vittorie sul piano sostanziale, cioè politico e sindacale. La lotta di classe è l’unico mezzo per togliere ai padroni il. loro potere. Bisogna lottare ad oltranza per sovvertire questo disordine costituito, questo sistema in cui il profitto, il capitalismo, la magistratura, la polizia, la Chiesa, tutte le forze fasciste e revisioniste hanno costituito una ferrea alleanza per mantenere il loro potere sul popolo.
La speranza degli uomini non riguarda la riforma di certe strutture che lasciano intatto questo potere oppressivo. Bisogna anticipare, affrettare l’abbattimento dei padroni, di questa economia, di questa cosiddetta giustizia, di questa polizia, per realizzare prima possibile una società che sia pensata, voluta e costruita dalla classe operaia.

Bruno Borghi

Firenze, 29 aprile 1971