Intervista a Bruno Borghi / seconda parte

L’OPERAIO BRUNO BORGHI



Intervista realizzata da
Alessandro Del Conte e Rossella Degl’lnnocenti

 

Bruno: …io avevo già incominciato a fare una piccola esperienza di lavoro, perché era tanto il desiderio di andare a lavorare che, mi ricordo, avevo conosciuto un operaio che lavorava alla Franchi, che è lì nella zona di Varlungo, c’è ancora il capannone…
[La Fratelli Franchi è stata una delle più importanti industrie tessili fiomntine, con circa 100 addetti. Lo stabilimento si trovava – ormai è dismesso da molti anni – alla periferia orientale della città, lungo l’Arno].
Pensa che cominciai a andare a lavorare con questo… lui aveva probabilmente parlato con la direzione non so… senza prender niente… Quando facevo il turno di notte, e poi smontavo andavo a casa alla parrocchia… e poi alle Acli, specialmente la sera… Una vita impossibile, non mi ricordo quanto durò questo… ma veramente impossibile da continuare, a parte poi questa posizione equivoca, non chiara per niente… ma era tanto il desiderio… Arrivò il momento in cui l’università di Firenze… aveva fatto questa scuola per esperti del lavoro in via Laura e io capii che forse c’era la possibilità…, perché c’era due anni di insegnamento e poi un tirocinio pratico… io capii che forse questo poteva essere la possibilità di entrare…

Ma questo quando più o meno?
Bruno:
Forse nel cinquanta… quarantotto, quarantanove… e allora io dissi al cardinale “Guardi eminenza, c’è questo corso fatto dall’università, è un biennio con tirocinio pratico, posso frequentare?” “Certo”. “No – io gli dissi – mi serve, sa, perché stando alle Acli si conosce sempre di più i problemi anche da altri punti di vista “Si, sì, va bene, va bene” e mi iscrissi….
Il professor Mazzoni era entusiasta perché un prete… frequentava questo corso… Dopo il primo anno detti degli esami, mi ricordo… ma a me non me ne importava di tutte quelle cose lì… fatto sta che chiesi al professor Mazzoni di fare il tirocinio e lui mi disse “ma dove lo vuol fare il tirocinio?”, perché in genere chiedevano, gli allievi, o all’INPS o a questi enti previdenziali, o anche all’INAM eccetera… “No, dico, in fonderia alla Pignone”. “Come in fonderia alla Pignone? ma vediamo… ma come, se la sente?” “Sì, sì, io… se no il tirocinio non lo voglio fare”. Dice:”va bene, vediamo”; dico: “può scrivere… una lettera al cardinale, perché il tirocinio è necessario e quindi Don Borghi Bruno vorrebbe farlo alla Fonderia della Pignone, eccetera”. Lui gli scrisse questa lettera,… poi io sono andato dal cardinale e lui dice: “e certo, se è necessario…”.


Ma perché proprio la fonderia? Perché la fonderia era dura…?
Bruno:
perché già… essendo alle Acli e la conoscenza di questi ragazzi poi e persone più adulte che erano nel sindacato, io conoscevo… poi il Pignone era una fabbrica dove ogni mese c’eran problemi… perché c’era questa fabbrica sempre in subbuglio, sempre in passaggio, passava da una proprietà ad un’altra. Allora io andai dal Cardinale e gli dissi: “guardi …“, lui probabilmente non si rese conto, pover’uomo, della decisione che insomma…

Si ricollegava a quella tua vecchia domanda di andare a lavorare…
Bruno:
sì, ma… delle conseguenze che avrebbe avuto tutto questo… io devo dire anche che ero già stato in precedenza a parlare con la commissione interna della Pignone e al segretario della commissione interna, che poi l’ho ritrovato segretario della CGIL… Perissi; e lui mi disse: “mah, senti, ora noi qui…”. Intanto tutti meravigliati; andai con la tonaca in commissione interna della Pignone… “ma senti, noi ci s’ha proprio la fonderia… in fonderia ora c’è una vertenza per il cottimo collettivo sicché ci s’ha una assemblea la settimana prossima; io ne parlo e poi tu vieni, tu riprendi la risposta”. Perché avevo saputo… che la direzione non aveva rifiutato la mia richiesta di entrare in fabbrica come prete, però aveva posto la condizione che sia d’accordo la commissione interna: “non vogliamo grane con la commissione interna”. Io ritornai a sentir la risposta dopo una settimana, dopo che c’era stata questa assemblea, e lui mi disse, “senti, le uniche obiezioni che son… son meravigliati, ma le uniche obiezioni che son venute fuori sono: basta che non venga qui a far le prediche o a rimproverarci perché si smoccola… poi per noi può venire”. Allora, forte di questa decisione della commissione interna, andai in direzione, parlai con l’amministratore delegato… e dice: “mah, ci sono problemi, ci son qui, ci son là…”. “Come problemi? Voi m’avete detto se la com…”. Dice: “mah, forse non è possibile subito…”. Dico: “no guardi, io fo uno scandalo, rendo pubblica questa vostra posizione prima di assenso e poi…”. “Sì, insomma, vediamo un po’…”. E fecero un contratto con l’Inail, per gli infortuni, insomma una forma di assunzione che non fosse una forma… insomma è una forma di assunzione per cui io ero cautelato, malattie, credo… Poi, era tanto l’entusiasmo… queste cose non mi importavano.
Sicchè mi ricordo… s’era rimasto alle Acli e diventava difficile che io potessi fare di qua e di là; io avevo rifiutato di fare l’assistente generale, provinciale, e allora venne, dopo un certo periodo, da monsignor Civardi, che era l’assistente centrale nazionale… “guarda, è bene che tu vada ad un altro compito, in diocesi… ma alle Acli non è il caso di restare più”. Io gli scrissi anche: ma che cosa c’è, come mai, possibile che prendiate un provvedimento senza dirmi le ragioni, i motivi…?” “Non ti, non ti… non pensare a niente”… Fatto sta che io lasciai le Acli.
Il primo giorno andai in bicicletta al Pignone, …con la tonaca e una tuta di riserva… il primo giorno me lo ricorderò sempre… tutta la vita… e andai in commissione, mi levai la tonaca e mi misi la tuta… sì, e il Perissi, molto intelligentemente… insomma, capii che gli piaceva questa cosa e mi volea bene, capiva che io soprattutto in un ambiente così mi sarei trovato… e allora mi aveva affidato ad un certo, mi sembra si chiamasse Mantellassi: era il socialista rappresentante dei socialisti in commissione interna (eran sette, mi sembra; e quindi c’era un democristiano, che poi con le vicende del Pignone ha fatto carriera… non carriera di responsabilità, ma di tranquillità come stipendio, come posto; poi c’era questo, mi sembra si chiamasse Mantellassi… e poi c’erano cinque della CGIL, comunisti. Allora lui mi disse: “vieni, vieni”, e mi portò – avevan già fissato con il caporeparto – mi portò a in una specie di posto di passaggio dove c’eran da collaudare dei pezzi, dei pezzi molto piccoli, semplici: “ecco te, tu stai qui e tu fai questo lavoro… tu guardi questi pezzi”. Non mi ricordo se mi dette qualcosa con cui dovevo collaudarli… se eran pezzi della fonderia che erano a posto. Io non ti dico… quante persone passarono in quelle ore della mattina…

A vederti…
Bruno:
a vedermi… donne, uomini, tutti, chi con la scusa: “ho da andare a pisciare”… tutti a guardare e io lì tranquillo… una cosa!… Suona… si va a mangiare alla mensa e io non mi portavo nulla… non pensavo a queste cose… sicché mi misi a sedere lì vicino a Palle d’oro, il famoso Palle d’oro, una storia il mio rapporto con lui, bellissimo… Adelmo Cantini, Palle d’oro… e allora dissi: “Non c’ho…“ e quello aveva bell’e mangiato e l’era un continuo parlare: “ma icché tu fai, ma dove stai, come mai tu sei voluto venire?”; e io non pensavo nemmeno a mangiare… e uno pulì il cucchiaio, aveva bell’e mangiato la minestra, mi dette il suo cucchiaio e io non mi ricordo nemmeno se mangiai… Dopo tre o quattro giorni mi misero a sbavare in fonderia …una vita!… Io non mi ricordo… quanto io stetti al Pignone… alcuni mesi, però nel frattempo si scatenò una campagna, anche giornalistica…

Su di te alla Pignone?
Bruno:
sì, su questo prete che addirittura (ero ancora alle Acli…) il vicepresidente Ristori andava a protestare in curia col Cardinale: “che ci fa questo prete in fabbrica?” E venne da Roma, io non so se era Monsignor… che poi è diventato Cardinale:…“questa è una contraddizione, i preti operai in Francia sono stati [sospesi]… e qui a Firenze c’è uno che lavora”… E il Cardinale, che tante volte mi aveva detto, quando si parlava di questo, del lavoro in fabbrica (proprio questo devo dirlo che… mi commuove tra l’altro), quando a tutti i vescovi arrivavan le circolari dell’Onarmo, l’ente morale… e assistenziale eccetera, e che andavano a dir la messa in fabbrica… lui mi faceva vedere le circolari, queste lettere, le strappava e diceva: “queste non son forme… se c’è una forma per entrare in fabbrica è lavorare”; …poi diceva: “non si può, ma quest’altre non servono a niente”…

Questo arrivo di questo monsignore da Roma…
Bruno:
allora il Cardinale… io, sinceramente, non mi ricordo dopo quanto… mi ricordo che l’Uomo Qualunque era uno dei più…

Scatenati contro di te
Bruno:
non tanto contro di me, quanto questo fatto, che a Firenze di nuovo si faceva una cosa proibita da Roma per i preti francesi, eccetera, eccetera. Io non è che abbia letto molto, non mi interessava, mi preoccupava, invece, che, il Cardinale si pentisse di questo. E lui un giorno mi chiamò e mi disse: “guarda, non devi andare più”… “Ma come? questi operai con cui io ho stabilito un rapporto, e poi soprattutto le speranze che sono nate in me, l’entusiasmo per una cosa così?… Dice: “no, no, basta, da Roma è venuto quest’ordine”. “Ma guardi, Eminenza, che non…”. “Non si discute più”. E quando diceva così…

Non se ne discuteva più
Bruno:
Allora la commissione interna, alcuni almeno della commissione interna, andarono dal Cardinale a dire: “ma perché questo?”. Non ci fu nulla da fare. Naturalmente sul Cardinale era più forte la pressione di Roma che non le sue convinzioni, se aveva delle convinzioni; io credo che le avesse, almeno convinzioni negative sulle altre forme – diciamo, allora si diceva – dell’apostolato operaio.

Poi a te, fino a che non erano venute queste pressioni da Roma, non ti aveva osteggiato.
Bruno:
No, no, per niente. Forse non ci ha pensato più, m’ha dato il permesso e poi… non è che io sia andato a fargli le relazioni, anche perché avevo paura che da un momento all’altro se ne pentisse, perché ero cosciente della cosa che, anche se non nuova, però era la prima, la prima di nuovo in Italia, eccetera.
E allora io distrutto… il Cardinale mi disse: “vai cappellano a Pontassieve”. Mi ricordo che fu tale il colpo, lo shock, non so come chiamarlo, il dolore, che non riuscivo a camminare – andavo sempre in montagna – non riuscivo a camminare su un marciapiede, perché avevo sempre paura, avevo le vertigini.
Per fortuna trovai un Proposto a Pontassieve molto bravo. Io gli dissi: “guardi, io vengo da questa storia, non mi faccia fare uffizi, archivio, perché io non fo nulla di tutto quello che normalmente fa un prete. Dirò la messa e basta”. Dice: “guarda, c’è una cooperativa qui, della saldatura rotaie, ti potresti occupare”. E fu un modo per farmi passare questi nove mesi lì a Pontassieve, perché poi mi mandarono da un’altra parte; una maniera perché si recuperò questa cooperativa democristiana, che poi si è comportata malissimo. Con un ragazzo s’andava continuamente al Ministero, per vedere… perché la cooperativa aveva cinque milioni di debito, allora eran tanti, prendeva questo lavoro della saldatura rotaie a Pontassieve – ora c’è la grande officina per questo – in subappalto, da un appaltatore a Firenze, che vinceva sempre il concorso lui. Allora si cominciò ad andare a Roma, s’andò al Ministero dei Trasporti, si cominciò a conoscere un impiegato che ci insegnò la strada, mi ricordo che gli si portava delle bottiglie di rosé Ruffino; si partiva alle due di notte con un accelerato, si dormiva tutta la notte, alle sei si arrivava alla stazione di Roma, si andava a pigliare il caffè a quel famoso Caffè che c’è di fianco alla stazione Termini e poi si andava al Ministero. Si concorse e si cominciò a vincere i concorsi noi. La cooperativa arrivò non solo ad eliminare il debito, ma ad avere quindici milioni di attivo, da una ventina di operai nemmeno si arrivò perfino ad oltre cinquanta, e dopo, purtroppo… quando io venni via da Pontassieve mi regalarono il bianchino, il 125 con cui sono andato poi in Spagna… perché io potessi andare a Pontassieve da Cortenuova (vicino ad Empoli dove mi avevano mandato) per aiutarli ancora; ma siccome loro ai nuovi soci, ai nuovi assunti non permettevano di essere soci, non permettevano neppure di avere dei rappresentanti sindacali, dissi: “non voglio più aver nulla a che fare”.
E qui finì questa esperienza che io definirei la conoscenza, l’impatto con la lotta di classe. Quindi prima la povertà, la povertà, i poveri, meglio, più che la povertà, i poveri del Vangelo, la lotta di classe.

Ecco, torniamo alla Pignone, a questi mesi alla Pignone. Come te li ricordi? La vita… prima di tutto questo “covo di comunisti”…
Bruno:
Di una simpatia enorme. L’unica cosa, forse lo dico per la prima volta, l’unica cosa che mi dava noia era uno che mi disturbava all’inizio, poi no, diventò molto amico, un certo, anziano, Sassi, Sossi, non mi ricordo, che parlava sempre di sesso, di donne, di fica, di tutto, sempre – che poi ho ritrovato alla Gover uno simile e gli dicevo “ma te ci devi avere un cazzo nel cervello” – altro che questo; e quindi mi metteva un po’… non ero abituato a questo linguaggio. L’unico problema fu questo. Poi ho conosciuto Palle d’oro, con cui nacque un’amicizia grandissima e tanti, tanti altri che io ora non ricordo. Perché sai, me mi hanno conosciuto subito, io invece, tutti no. Ma era una vicinanza, sentivo una simpatia enorme, proprio da parte… e mi ricordo le grandi decisioni: quando si muovevano per un motivo o per un altro quelli della fonderia, facevano piazza pulita, qualche reparto che no, sai “via, via smettere il lavoro, sciopero!…“. Era una cosa!…

 

La fonderia è il covo di quelli… Anche alla Galileo, mi hanno raccontato, quando partivano quelli dalla fonderia non c’era verso, bisognava uscire tutti e fare sciopero. E proprio…
Bruno:
Sì, sì, avevano una forza, io credo che provenisse anche dal lavoro, durissimo, tremendo; mi ricordo quando sono stato lì, è successo un infortunio gravissimo di un operaio, un compagno, che non portava le scarpe adatte, e gli è entrato un po’ di colata nella scarpa, gli ha roso tutto il calcagno, gli hanno amputato una parte della gamba, poi è morto, ma dopo tanto. Mi ricordo ad esempio di questo particolare. E mi ricordo di questa grande fatica, io credevo di non farcela. Alla Gover mi è poi successo lo stesso, con quella roba che si trattava io ero quasi per dire: “son venuto qui, ma io non ci resisto mica”… quei puzzi, tutta quella roba chimica che si trattava per far la gomma
La Gover Ugolini e C. era una importante fabbrica chimica, specializzata nella produzione di oggetti in gomma. Negli anni ‘70, quando ha avuto fra i suoi operai anche Bruno Borghi, occupava oltre 400 operai.

Lì, ecco, questa fatica dello sbavare, con questo martello pneumatico… io non so come abbia fatto, era proprio l’entusiasmo, finalmente una cosa che rientrava nella mia visione utopica dell’operaio, del mondo operaio, della lotta di classe, eccetera, si realizzava… forse non sentivo nemmeno la fatica, cioè… la sentivo la fatica, ma riuscivo a superarla, perché mi sentivo l’uomo più appagato del mondo, al centro di una vicenda, di una trasformazione, di una battaglia, di una lotta che, insomma, mi ritenevo un privilegiato…

 

Al centro del mondo, in un certo senso
Bruno:
Sì, al centro del mondo, proprio. Perché per me, da un po’ di tempo, era entrata nella mia visione, ecco, che i poveri, la classe operaia erano i costruttori, dove si faceva veramente… la storia, diciamo molto… a parte poi il sindacato… Tanto che, appunto, quando il Cardinale mi disse in quella maniera… dopo non avrei obbedito più, ma con tutte le conseguenze che poi son successe. Ma allora non ero preparato per questo. Io son ritornato dentro poi per dir la messa per un’occupazione; ma anche questo l’ho fatto, ma non lo rifarei… C’era l’occupazione della fabbrica, ritornai dal Cardinale a dirgli: “ma posso andare a dir la messa al Pignone?”. “Perché?”. “Sa, c’è qualcuno che forse c’ha piacere, non lo so”… “Ma, vai, vai a dir la messa”.

A dir la messa puoi andare, certo…
Bruno:
Allora preparai tutto per andare a dir la messa. Mi misi in contatto la mattina dopo con la commissione interna. La mattina dopo, era di sabato mi ricordo, sabato mattina ero andato dal Cardinale, la sera mi sentii telefonare dal professor La Pira, che mi dice: “ho saputo che tu – a volte mi dava del lei, a volte mi dava del tu – vai a dir la messa domattina… Volevo venire anch’io, insomma mi piacerebbe”… “Ma non gli devo mica dare il permesso io. Io vo a dir la messa”. “Allora passiamo noi a prenderti da via dei Pucci”… E infatti s’andò, dissi la messa. Non ho un ricordo entusiasta… capivo che era una cosa appiccicaticcia un po’, mentre invece nella fonderia io ero dentro proprio. E però mi ricordo di una grande attenzione, di un grande silenzio. Poi, naturalmente, il professor La Pira fece una visita, andò a vedere dove dormivano gli operai, gli occupanti della fabbrica. Ecco, però, si limita a questo il ricordo. Invece la fonderia, il lavoro nella fonderia e soprattutto questi operai… Io il comunismo l’ho conosciuto attraverso i contadini, i primi scioperi dei contadini all’Impruneta, in campagna: questo decidere di non battere, questo andare a fare le manifestazioni con i forconi e poi le persone che conoscevo lì da ragazzino all’Impruneta. E poi attraverso gli operai… io non ho letto cosi di Marx, testi, eccetera, io…
Questi operai, una vita… che poi dopo ho seguito; alcuni almeno, anche dopo, hanno continuato a non contar nulla, a vivere al limite della sopravvivenza, con grandi, devo dire in molti ,con grandi speranze… E io mi sentivo, non dico interprete delle loro speranze, però mi sentivo dentro questa visione…

 

Ecco, c’era questa speranza di questo mondo che cambi…
Bruno:
Si c’era, anche perché non era solo il Pignone, allora c’era Galileo e poi venne la Fivre, era… Richard Ginori, era un continuo… Mi ricordo di uno, di un amico di Don Rosadoni, Giorgio Lorimer: un americano, figliolo di un ambasciatore, con un monte di mezzi, ha messo al mondo tredici figlioli con questa donna molto brava, la moglie… mi ricordo che lui rimase a Firenze, perché lui era per andarsene, era qui, era passato per Firenze, e mi ricordo il Rosadoni gli diceva “ma guarda, Bruno dice che qui a Firenze è l’unica città dove ci sono queste lotte, questo movimento…”. E lui rimase per questo, rimase qui… era un uomo aperto alla conoscenza di questi fatti… ha fatto molta amicizia con diversi preti…
Insomma, era un continuo: via dei Pucci, io stavo in via de’ Pucci tra la CGIL e la Prefettura; era… battaglie, la Celere, camionette… mi ricordo una manifestazione per la Galileo in piazza della Repubblica… e camionette incendiate… mi ricordo proprio di queste lotte… e del Florit che scende giù in piazza e dice “ma siete tutti figlioli”; e Midolla gli dice “ma allora, guardi, dica ai nostri fratelli che la smettano di bacchettarci, perché la polizia ci …”. Ecco, si respirava… io devo dire, son cosciente di questo, che non avevo i problemi che avevano altri operai; quando sono stato in fonderia ho fatto la loro vita, ma non avevo la loro vita… prima di tutto materiale, perché non avevo figlioli a casa, non avevo problemi di casa, lo stipendio…

 

Di sopravvivenza…
Bruno:
…di sopravvivenza materiale vera e propria. E poi non avevo, diciamo… non povertà, assolutamente, io avevo una ricchezza ulteriore per potere sostenere questa vita, cioè una formazione, ripeto, come ho detto prima, che nasce da questa conoscenza della forza dei poveri come facitori di storia, ecco… E poi, appunto, questo entusiasmo, che nasceva… da varie cose, da varie condizioni, da varie conoscenze, da esperienze fatte, che un operaio, un ex contadino che è andato a lavorare in fonderia non poteva avere; che mi ha arricchito moltissimo, ma che, nelle condizioni reali, era una situazione diversa dalla mia. La mia può essere anche interessante come testimonianza, però è un po’ particolare… io di questo me ne rendo conto…

Certo, ma l’interesse è proprio in questa particolarità
Bruno:
insomma, da un punto di vista, come potrei dire… da un punto di vista storico, o di storia del movimento operaio, è molto più valida la testimonianza, che ne so, di Savellini, di Bartolini, di Midolla, eccetera… è molto più valida perché riconosco che, veramente, hanno pagato in una maniera diversa dalla mia, ecco… Il mio non era uno sport o un’idea vaga, così, uno sfizio… essere andato lì, no. L’ho fatto coscientemente, con un entusiasmo enorme, ripeto, era la cosa che ho sempre desiderato di più. Fino ad allora, fino a quando non sono andato in Nicaragua, credevo di non aver raggiunto nessun punto così di gioia, di felicità. E naturalmente, poi, fuori dalla fabbrica, ho mantenuto questi contatti e soprattutto uno, il contatto con la Galileo, attraverso il Gori Savellini, attraverso il Bartolini. Anche perché io ero andato a finire come cappellano a Sant’Antonio a Romito, cioè in via del Romito, la chiesina con un prete con cui ero compagno di classe, a cui voglio molto bene, con cui ho mantenuto rapporti, anche se rari, ma molto affettuosi, molto di stima grande.

 

Il quartiere del Romito si è sviluppato nel ‘900 a ridosso della ferrovia ed è stato caratterizzato dalla presenza di importanti stabilimenti ferroviari - comprese grandi officine per la costruzione e manutenzione di locomotive. La popolazione è stata per decenni a maggioranza operaia.

Chi è?
Bruno:
Renzo Innocenti.
Allora dopo di me, io sono stato nel ‘53, ‘54, non ricordo, insomma quando nacque, cominciò e poi scoppiò il problema della Galileo, quello dei 900 licenziamenti eccetera.

Nel ‘58, quindi
Bruno:
sì, nel ‘58… ma fino ad allora, fino al ‘58, io partecipavo anche alle riunioni di questi gruppi di operai, Bartolini, Gori Savellini, e addirittura, insieme a Renzo Innocenti, gli abbiamo dato alcune sere, lì dei locali, per potere fare queste riunioni. Perché naturalmente le altre componenti all’infuori dei comunisti e dei socialisti, diciamocelo chiaramente, non erano favorevoli, tant’è vero la CISL si schierò contro, non partecipò… A un certo momento nacque questa difficoltà, questo problema enorme della non partecipazione di altri sindacati ad un’eventuale occupazione. E, non so, non è che mi fosse stata richiesta, però so che fece abbastanza piacere, io mi decisi a scrivere una lettera alla commissione interna della Galileo, in cui dicevo, con parole che ora, naturalmente… non è che mi vergogni di averle scritte, ma che non userei più: “il corpo mistico di Cristo”… ma, insomma, la sostanza era questa e di questo, insomma, son convinto ancora, della lettera: che l’unica cosa era l’occupazione della fabbrica, non c’era altra soluzione a questa situazione. Questa lettera, appena arrivata alla commissione interna, fu appiccicata nella bacheca della commissione interna… sparì subito, quasi subito e andò a finire in Questura. Tant’ è vero che mi chiamò il Questore e mi disse: “ma lei ha scritto questa lettera?” “Si”. “Ma si rende conto, questo è incitamento a…” come lo chiamano?

A commettere un reato.
Bruno:
Sì, a commettere un reato. Dico: “ma, non so se è un reato, però l’ho scritta, non la ritiro…”. E ci fu tutta la storia dell’occupazione, la partecipazione della gente, di altri preti, da Rifredi portavano la roba, lettere di solidarietà…. e io entravo, non dico tutti i giorni ma quasi, dentro la Galileo per vedere quello, per parlare con quell’altro, per sapere come andavano, cosa c’era di bisogno… E fu anche questo un rapporto di grande…

 

Com’era la vita durante l’occupazione dentro una fabbrica, cosa facevano gli operai?
Bruno:
Tante riunioni, tante riunioni per organizzare tutto, turni per la notte, per il giorno. Anche al Pignone, in fondo, non è che si facessero grandi cose… ora non mi ricordo se c’era qualche reparto in cui si cercava anche di lavorare… Comunque manutenzione delle macchine sì, questo sì, anche perché poi gli occupanti, in tutti, quanto saranno stati? Un centinaio che dovevan fare i turni, occupanti veri e propri, sempre con questa posizione negativa delle altre organizzazioni… E, appunto, vissi questa vicenda anche da Quintole… perché a un certo momento Florit [il vescovo ausiliario] mi chiamò e mi disse, prendendo a pretesto, tra l’altro, una lettera che io avevo mandato all’Osservatore Toscano… il pretesto fu perché l’Osservatore Toscano, diretto da Don Staccioli, aveva scritto – senti la combinazione – aveva scritto che a non votare Democrazia Cristiana si commettevano tre peccati.

 

Addirittura!
Bruno:
addirittura, due o tre peccati… ma mi sembra proprio tre… non vorrei attribuire a Don Staccioli una cosa per un’altra… Insomma, io leggendo quest’articolo rimasi allibito e presi questo Osservatore Toscano e andai dall’allora professore di morale in seminario, che era quello, padre Tarocchi, che aveva fatto la predica all’Impruneta sui poveri. E gli dissi “scusi padre, ma come fa un giornale della Curia a scrivere che si commette tre peccati a fare”… “O i’ che l’hanno presa pe’ acqua da occhi!?” – mi disse proprio questa frase – “basta un peccato per andare all’inferno e questi scrivono…“.

Addirittura tre!
Bruno:
allora scrissi una lettera a don Staccioli. Il Florit mi chiama e mi disse: “ma non ti vergogni?”. Era a letto, lui aveva l’influenza, però mi ricevé lo stesso, cioè mi mandò a chiamare lo stesso… dice: “ma non ti vergogni a scrivere una lettera così?” Dico “perché?” Dice “ma lo sai che a don Staccioli gli è venuto…” – soffriva, soffre ancora, credo, d’asma… – “gli è venuto un attacco che… Dico: “mi dispiace per questo”… “e poi ha dato le dimissioni da direttore dell’Osservatore Toscano. Lo fai te il direttore?”
“Ma lo posso fare anch’io, certo lo farò in un’altra maniera… lo posso fare, sì”… “Non scherzare te! e poi anche a Rifredi, la Galileo eccetera… Te da Sant’Antonio vieni via e andrai a Quintole… Non mi ricordo come mai venne fuori Quintole… probabilmente perché era vicino all’Impruneta… Comunque io avrei dovuto lasciare e andare lassù. Ma questo fu un pretesto, perché c’era, appunto come raccontavo prima, la Galileo…
Durante l’occupazione della Galileo, ecco… un documento eccezionale… a un certo momento i preti, io e gli altri preti, specialmente della Madonnina del Grappa, ma anche il parroco don Franci, parteciparono… a aiutare gli occupanti… Si ritenne opportuno di fare una riunione per pigliare una decisione, per fare intervenire il Cardinale… Il Cardinale mi disse “io piglio posizione”… mi sembra proprio a me. Ero andato lì “ma perché non prende posizione? la Galileo, un affare grosso, 900 licenziamenti …“ Dice “preparatemi qualcosa voi e io lo firmo.” Ci si riunì, si espresse tutti la nostra opinione…

Alla riunione chi eravate?
Bruno:
sacerdoti, sì: don Renzo Rossi, il don Franci, Corso, don Nesi, eccetera. A un certo momento venne fuori un documento (la stesura non mi ricordo se la fece don Corso o qualcun altro), dove si cercava di metter giù un testo che echeggiasse un po’ il modo di scrivere del Cardinale Dalla Costa… io mi ricordo che dissi, a un certo momento: “bisogna metter così: non possiamo non essere dalla parte”, infatti sul documento c’è proprio questa frase: “non possiamo non essere dalla parte degli occupanti…”. Questo testo, poi, ha fatto scuola, per il Vescovo di…

 

Di Lille…
Bruno:
di Lille, preciso… che si ispirava a questo testo… E insomma, quando si arrivò a discutere… “questa è una frase troppo… il Cardinale si schiera”… “Se si mette questa frase io ci sto, se non si mette questa frase, mi dispiace… è tutto qui, il succo l’è questo: il Cardinale che sta dalla parte…” con una frase che lui usava, che lui poteva almeno usare… E insomma, ci furono un monte di discussioni e finalmente la frase che ha poi suscitato lo scandalo fu accettata, fu deciso di mettere questa frase e il Corso, non so con chi, andò dal Cardinale. Il Cardinale, poer omo che era… forse non l’ha nemmeno letta, gli l’hanno letta loro, l’ha firmata, pubblicata e…

Apriti cielo!
Bruno:
apriti cielo, sì… In pratica poi ci fu l’intervento di chi, di Fanfani, di La Pira…

Sì, del governo…
Bruno:
sì, Vigorelli era ministro del lavoro, Fanfani aveva assicurato La Pira: “guarda, non interverremo” e invece…

 

Si dimise Fanfani. Vigorelli dette le dimissioni a sua volta, passando dal partito socialdemocratico al partito socialista. Ci fu una serie di cose… Allora il governo Fanfani, intervenne: il giorno dopo, era il 27 gennaio, ci fu l’intervento della polizia in fabbrica e quella giornata terribile di scontri…

Le vicende legate ai propositi di smantellamento della Galileo portate avanti dalla proprietà - la S.A.D.E. - furono uno dei momenti più drammatici e politicamente significativi della storia cittadina del dopoguerra, con grande risonanza anche a livello nazionale. La lotta contro i minacciati 980 licenziamenti (su 2800 occupati) iniziò nel novembre 1958 e proseguì nei mesi successivi fino all’occupazione della fabbrica avvenuta il 10 gennaio 1959. La lotta degli operai della Galileo suscitò un vastissimo movimento di solidarietà in tutta la città, dalle fabbriche alle parrocchie alle scuole. Il 27 di quel mese la polizia intervenne per sgombrare la fabbrica, scatenando una reazione molto forte da parte degli operai e della popolazione, culminati in duri scontri con la polizia nel centro cittadino. Due anni dopo oltre 300 operai furono processati ed assolti per l’occupazione. Con loro don Bruno Borghi, accusato di istigazione a delinquere.

 

Senti, a me interessava capire, durante questa occupazione l’impatto nel mondo cattolico andò oltre i preti… si veniva fuori da un periodo di forti contrapposizioni, cattolici da una parte, comunisti dall’altra. In questa occasione si vede un ruolo dei cattolici che è diverso, almeno per una parte.
Bruno:
Io qui ho una mia opinione… come anche su Genova [si riferisce alla manifestazione del 2001 a Genova in occasione del G8]. Tutte queste anime… ora questo non c’entra nulla, non sopravvaluterei… anche questa partecipazione. Il punto di vista che preme di più a me, è quello di una partecipazione alle lotte vere, agli scontri veri. Allora, il mondo cattolico si mosse: si mosse perché intanto c’era stata la presa di posizione del Cardinale; poi c’era questo aspetto, gli operai hanno la famiglia… occupano la fabbrica, stanno lì a dormire, hanno bisogno di mangiare, di alimenti, quindi ci fu questo aspetto assistenziale… perché tantissime parrocchie, dall’Isolotto fino a Rifredi eccetera, avevano qualche operaio che lavorava alla Galileo…era una minaccia reale, vera, che colpiva la povera gente, no?
E un ruolo lo ebbe anche la Madonnina del Grappa, anche se su don Facibeni ho le mie opinioni. Io ero molto affezionato, lui mi voleva molto bene, quando gli domandai il suo parere su lavorare in fabbrica: “No, no, macché, il prete non deve andare a lavorare, eccetera”… Don Facibeni è vicino alla Galileo, non per un motivo di lotta… c’erano queste cento-centocinquanta persone che occupavano la fabbrica, avevano bisogno di mangiare, di portare a casa anche qualcosa perché non riscuotono eccetera; ma non vedo, e anche in alcuni preti, non vedo una posizione… non voglio dire politica, ma una posizione di adesione alla lotta operaia…

 

È una posizione caritatevole la loro?
Bruno:
Sì, la definirei così, una posizione di aiuto a chi ha bisogno, a chi si trova in difficoltà e in questo le parrocchie, dalle più aristocratiche, per iniziativa dei parroci naturalmente, alle più periferiche. L’Isolotto forse prese delle posizioni.

Sì, l’Isolotto, fece una assemblea con gli operai…
Bruno:
appunto, questo qui. Però questo mondo cattolico che si muove e nella maggioranza, io l’ho vissuto così; non portai nulla io, mai, né fiaschi di vino; però quasi tutti i giorni ero dentro, lì, sapevo quali decisioni prendevano, quali erano i problemi, i rapporti con l’autorità, coi ministri, con il governo…, e soprattutto mi piaceva sostenere che 900 licenziamenti è un’ingiustizia, non sono giustificabili, che c’era la possibilità di evitarli, che bisogna lottare per questo, con l’occupazione… Ecco l’occupazione io l’ho vissuta così e la vedo così… In fondo anche la posizione del Cardinale quando dice “non possiamo non essere”, non è una adesione ad una lotta sindacale o politica, è una adesione ad una situazione in cui lui vede 900 famiglie nel disagio…

La paura e lo spettro della miseria…
Bruno:
sì, già… una posizione diversa da quella del La Pira, perché La Pira in un certo senso, anche se possono essere criticabili certe sue posizioni, però prende posizione contro chi licenzia (“voi non sapete fare… amministrare una fabbrica, non sapete portare avanti questo, gli operai sono gli artefici”), magari prospettando soluzioni discutibili, però è già diverso… nelle parrocchie siamo abituati… le parrocchie interclassiste…

Si aiuta chi è in difficoltà…
Bruno:
non mettendo in discussione perché, non parlando del motivo per cui queste persone sono in difficoltà

Più per gli operai che contro il padrone…
Bruno:
sì, questo sicuramente. Per degli operai in difficoltà, non per degli operai che affermavano certe cose. Questo per me è chiarissimo, è il mio punto di vista… quindi non lotta di classe.

Anche allora eri ben consapevole che era lotta di classe…
Bruno:
certo, certo…

Non è una riflessione che hai fatto a posteriori
Bruno:
No, no, anzi…

Cerca di farmelo capire ancora meglio, questo prete, con il suo bravo tonacone, che ragionava fra di sé, ma anche con altri, di lotta di classe, era un personaggio un po’… un po’ strano, no?
Bruno:
Sì, alcuni preti mi hanno detto, tu non sei più un prete cattolico… e non solo per questo… Tutte le leticate con Florit si concludevano con un “Te sei un sindacalista, te non sei un prete, perché un prete non fa quello che fai tu… quindi vai in Brasile, vai qua, vai là…

Te non vivevi questa contraddizione…
Bruno:
No… anzi io devo dirti che la Gover è poi riuscita a licenziarmi con il pretesto che io prendevo permessi… dopo essere rientrato in fabbrica, dopo la vertenza di lavoro… per assistere la mia mamma che negli ultimi anni ho dovuto assistere mattina e sera… mi ci volevano tanti permessi e ferie.

 

Ti avevo fatto la domanda se te sentivi una contraddizione fra l’essere prete e l’essere…
Bruno:
Ti dico una cosa molto sinceramente: uscito di fabbrica dalla Gover, non sono riuscito più a fare tante riflessioni, a scrivere qualcosa, dire qualcosa in pubblico…
Lì dentro invece mi trovavo… io sapevo che in fabbrica era possibile tutto, allora… Lì dentro, come si potrebbe dire, era l’aria, l’unica aria che potevo respirare…

 

Bruno Borghi, a quel tempo parroco di Quintole, piccola frazione vicino a Impruneta, entrò come operaio alla Gover nel 1968. Fin dai primi momenti fu membro della sezione di fabbrica della CGIL e fortemente impegnato nell’attività e nelle lotte sindacali, deludendo clamorosamente le aspettative della proprietà che aveva invece sperato in un suo ruolo paternalistico e pacificatore. Per questo nel novembre, dopo solo 4 mesi, Bruno fu licenziato in tronco proprio come rappresaglia al suo impegno politico sindacale. Al licenziamento, che ebbe vasta eco in città e non solo, seguirono proteste e iniziative di solidarietà, mentre immediata fu la reazione delle maestranze che scioperarono compatte contro la repressione padronale. In seguito Bruno Borghi ricorse al pretore che gli dette ragione e ne ordinò l’immediata riassunzione, sentenza a cui la proprietà si oppose ricorrendo in appello. Solo nell’aprile 1971 la sentenza d’appello impose la definitiva riassunzione alla Gover. Fra marzo e aprile del 1971 Bruno diffuse fra i suoi compagni di lavoro due lettere - che ebbero una notevole diffusione anche fuori della fabbrica - in cui proponeva una riflessione sulla sua vicenda e sul ruolo di classe della magistratura. Dopo qualche tempo Bruno fu costretto a lasciare definitivamente la fabbrica per assistere la madre gravemente ammalata.