Lettera del Cardinale Elia Dalla Costa, vescovo di Firenze

Nella crisi della Galileo (2)


 

A Firenze, c’era sindaco Giorgio La Pira e… Dalla Costa ne condivideva diverse vedute. Lo si vide con chiarezza in occasione del dramma degli operai alla Galileo. Il cardinale accettò di prendere posizione con una lettera datata 2 novembre 1958 (ne abbiamo trovato vari cenni nel carteggio di don Milani). La lettera diceva testualmente:

«Novecentottanta operai delle officine Galileo vivono sotto l’incubo del licenziamento. Siamo angosciati al pensiero della triste condizione in cui verrebbero a trovarsi insieme alle loro famiglie. Di fronte alla sofferenza di tanti nostri figli non può rimanere indifferente il nostro animo di padre. Come non scegliere la parte di coloro che sono nell’angustia per l’incertezza del loro avvenire? Preghiamo Dio che allontani dalla nostra Arcidiocesi una così grave sciagura. Ci rivolgiamo ai dirigenti industriali perché vogliano riconoscere ed osservare le proprie obbligazioni sociali nella trattazione dei loro affari. Chiunque non è pronto a condizionare in giusto grado al benessere comune l’uso dei beni, impedisce l’affermarsi dei fondamentali valori umani e cristiani. Scongiuriamo coloro che dispongono di autorità e di potere economico a considerare questo nostro richiamo e a prendere decisioni dettate dalla verità e dalla giustizia. Invitiamo altresì sacerdoti e fedeli a elevare suppliche a Dio perché venga scongiurato il minacciato pericolo».

La lettera, ovviamente, provocò critiche pesanti da una parte della barricata; un coro di lodi dall’altra. Delle lodi si rese interprete lo stesso La Pira, scrivendo tra l’altro: «Grazie, Eminenza, per questo Suo nuovo atto che porta conforto e speranza ai deboli. Questa vertenza della Galileo, sigillata dalla Sua benedizione paterna, è destinata ad avere una forte risonanza e profonde e salutari conseguenze nella vita non solo fiorentina ma anche nazionale. Il rapporto di lavoro, fondamento del pane quotidiano e autentico titolo di partecipazione del lavoratore alla vita sociale tocca la radice stessa della persona, della famiglia e della società umana e della vocazione soprannaturale cristiana. Esso ha un valore quasi sacro: nessuno può, quindi, in base ad una visione tecnicamente sbagliata e moralmente pagana dell’economia, violare impunemente ed arbitrariamente questo valore umano così alto che è oltre tutto anche la base del nostro edificio costituzionale, sociale e politico». (S.S. Annunziata, febbraio 1959, pag. 64 in «Lettere al direttore»).
Uno dei protagonisti della vicenda Galileo fu proprio don Bruno Borghi: l’intelligente e scanzonato amico di don Milani negli anni di seminario; altro prete comodo per le gerarchie ecclesiastiche quanto una manciata di puntine da disegno sulla sedia. Preteoperaio, porta avanti con estrema coerenza il suo discorso pastorale, navigando imperterrito tra minacce continue di sospensioni a divinis (cioè: interdizione dagli uffici sacerdotali) assai di moda nell’arcidiocesi fiorentina. Nel 1958 don Borghi era curato nella parrocchia di S. Antonio a Rifredi, poco lontano dalle Officine Galileo. Quindi aveva seguito da vicino le ansie degli operai che già sapevano, per ammissione degli stessi dirigenti, di un prossimo massiccio licenziamento. Scrisse allora un giudizio sui fatti alla Commissione interna, che lo rese pubblico attaccando la lettera del sacerdote nella propria bacheca.
Più tardi, don Borghi spiegherà: «Volevo rimuovere ogni dubbio ai dipendenti della Galileo circa la liceità morale di una eventuale occupazione della fabbrica. Subito dopo la mia ordinazione a sacerdote mi sono trovato in mezzo ai lavoratori. E ho potuto in questo modo arricchire la mia sensibilità sui problemi umani delle vicende del lavoro. Ho capito sempre meglio quanto sia grave la responsabilità morale della società di fronte a operai che possono trovarsi disoccupati». Fece tali affermazioni al processo in cui era imputato con 152 operai.

[All’epoca dei fatti della Galileo, Bruno Borghi non era ancora prete operaio: chiese ed ottenne il trasferimento da Rifredi nella minuscola parrocchia di Quintole presso l’Impruneta (il paese dove è nato e dove è nata anche sua madre), proprio per potersi dedicare a quell’attività].

Il dibattimento si svolse nel giugno 1961, quando il più clamoroso processo Fenaroli stava mangiandosi gran parte dello spazio sui giornali e nel cervello della gente. E così i più fecero pochissimo caso alla sentenza per i fatti della Galileo: assoluzione «perché il fatto non costituisce reato» per tutti gli imputati. La lettera del cardinale Dalla Costa, ricordata in aula a più riprese, ebbe certo il suo peso su questo verdetto.

a cura di Renzo Fanfani

 

(Testi tratti da: Neéra Fallaci, Dalla parte dell’ultimo. Vita del prete Lorenzo Milani, Milano libri Edizioni, 1974, pag. 300-301).