Il panettone di Natale

Frammenti di vita raccontati dai pretioperai


Tutti gli anni a Natale ci regalavano il panettone.
Anzi, ci davano la possibilità di scegliere tra il panettone milanese e il pandoro di Verona.
Quest’anno per Natale non abbiamo ricevuto né panettone né pandoro.
A metà ottobre ’98 la direzione dell’azienda ha chiesto un incontro con il sindacato dei metalmeccanici, in cui manifestava l’intenzione di mettere in cassa integrazione a zero ore per tre mesi la quasi totalità dei lavoratori (19 su 25 occupati).
Era scontata la risposta negativa da parte nostra e del sindacato, poiché ormai si sapeva che l’azienda stava procedendo all’apertura di una analoga attività in altro paese europeo, precisamente in Romania, dove stava dirottando parte delle commesse. La nostra produzione era: fusione in ottone di elementi per impianti idraulici, specialmente contatori per acqua e gas (destinazione Germania).
In un successivo incontro, il 5 novembre, la direzione ci comunicava, tramite un legale, la sua intenzione di cessare l’attività.
Purtroppo non c’è stata da parte nostra una reazione decisa di rifiuto di questa prospettiva.
La direzione aziendale da quel momento si è resa irreperibile, non preoccupandosi nenche di fornire ai lavoratori indicazioni precise sui lavori e compiti da svolgere, lasciandoci in uno stato di totale incertezza e precarietà per tutto il mese di novembre. Nel frattempo non ha neanche risposto a ripetute richieste di incontro avanzate dal sindacato.
Il 30 novembre una impiegata ci ha convocati in ufficio per comunicarci a nome della direzione che dal 1° dicembre dovevamo usufruire, fino a nuovo ordine, di giornate di ferie.
Noi ci siamo opposti a questa imposizione e ci siamo presentati regolarmente al lavoro. In questo periodo abbiamo avuto qualche discussione con alcuni dirigenti, che ci invitavano ad andarcene a casa.
Il 18 dicembre a otto di noi è arrivata una lettera che ci contestava “gravi e reiterate insubordinazioni” con minacce e comportamenti che creavano grave turbativa al normale svolgimento della vita aziendale”, per cui si disponeva nei nostri confronti la “sospensione cautelare” di giorni sei (art. 26 CCNL metalmecc.).
Dopo un incontro in azienda del rappresentante del sindacato, in cui abbiamo espresso le nostre giustificazioni respingendo le false accuse contestateci, il giorno 18 gennaio abbiamo ricevuto la lettera di licenziamento, motivato dal fatto che, “a causa dei Suoi comportamenti, risulta irrimediabilmente leso il vincolo fiduciario posto alla base del rapporto lavorativo”!
Ovviamente abbiamo impugnato questi provvedimenti, denunciando l’azienda per comportamenti antisindacali.
Intanto però il capannone è ormai deserto, le macchine rimaste sono ferme, anche il telefono è stato disattivato. L’unica impiegata rimasta deve far fronte a numerosi creditori che ogni giorno si presentano.
L’attività produttiva continua in Romania, l’attività commerciale in un ufficio di Milano.

Perdere il lavoro è un trauma personale e familiare.
Chi è più anziano, chi ha meno risorse professionali, chi è immigrato, è certamente più svantaggiato. Se non si ottengono neanche i così detti “ammortizzatori sociali” (mobilità, CIG), che dovrebbero favorire la ricerca di una alternativa, la situazione è ancora peggiore. Ancor più se ci si trova in una zona dove sono più numerosi i posti di lavoro che si perdono (circa 200 negli ultimi due mesi) che non quelli che si creano.
Qualcuno in questa vicenda, ha cominciato a prendere coscienza che, in questa nostra società “progredita”, l’operaio è “come uno straccio, quando non serve più, si butta”…

Piero Montecucco