I metalmeccanici fiorentini nel primo dopoguerra e negli anni 50

DON BORGHI NELLA GERMINAZIONE FIORENTINA
Il contesto (2)


 

Più che notizie sui metalmeccanici tento di trasmettere un’atmosfera, un clima nel quale Bruno s’inserì con naturalezza, come un pesce nell’acqua.
Racconta Giorgia Bettini, operaia della Galileo:

“…senta, da mezzogiorno all’una c’era la Roberts, la Galileo che erano tutti nelle strade, perché in un quarto d’ora mangiavano alla mensa, poi erano tutti nelle strade: sembrava fossero a una festa. C’era la Passigli […], e si riconoscevano perché quelle della Roberts erano vestite di bianco, erano col grembiule… era una cosa, come posso dire, una cosa che la non si ripete…”.

L’industria manifatturiera restò, infatti, concentrata in città o nelle aree immediatamente limitrofe, e questi quartieri popolari, questi borghi del circondario erano abitati da comunità operaie e popolari ancora coese e compatte, innervate da una rete straordinaria – la più forte d’Italia in quel periodo – di circoli, associazioni, luoghi di ritrovo fortemente caratterizzati sul piano ideale e politico.
Dal punto di vista professionale i metallurgici fiorentini erano una classe operaia per così dire «classica», fatta in prevalenza di operai qualificati e specializzati, con fortissimi legami con la tradizione artigianale e del popolo dei mestieri fiorentini. Una classe operaia che lavorava prevalentemente in piccole e medie aziende, ma che anche nelle grandi fabbriche (Galileo e Pignone in particolare) era padrona come pochi dell’ambiente di lavoro e conosceva fabbrica e ciclo produttivo come le proprie tasche.
Infine, per quanto riguarda la dimensione politico – sindacale, siamo di fronte ad una classe operaia fortemente politicizzata e sindacalizzata. Partito Comunista e FIOM, che ancora a metà del decennio raccoglievano la grande maggioranza dei consensi, basavano la loro forza su una fitta rete di militanti ed attivisti che si occupavano di ogni aspetto della vita di fabbrica. Una presenza in cui fu a lungo difficile distinguere fra sindacato e partito, determinando sovrapposizioni e continui scambi di ruolo e di militanti, che alla lunga avrebbero provocato non pochi problemi.
In una di queste fabbriche, la Pignone, entra a lavorare Bruno Borghi, un giovane prete cresciuto in un ambiente prevalentemente contadino (era nato a Impruneta) e che all’inizio del decennio chiese al proprio Cardinale il permesso per lavorare in fabbrica, una scelta assolutamente controcorrente per quegli anni ed osteggiata dalla gerarchia ecclesiastica.
Il richiamo, il prestigio, per certi versi persino il mito, che avvolgeva certe fabbriche gli fanno indicare nella Pignone e nella sua fonderia il luogo ideale per dar corpo ai propri desideri: per Bruno quella era la fabbrica «sempre in subbuglio», lì erano gli operai che cercava per condividere questa esperienza di vita e per lui di fede. Sarebbe stata un’esperienza intensa e destinata a segnare la sua vita, da cui nacquero relazioni personali, scelte politiche ed esistenziali profonde e durature. Ma anche polemiche feroci della destra clericale e politica, che insieme alle pressioni di Roma indussero la Curia ed il Cardinale Dalla Costa a por fine alla sua esperienza di operaio fonditore.
Dal punto di vista operaio e sindacale, la prima parte degli anni ‘50, almeno fino al 1953-54, furono anni di mobilitazione praticamente permanente. I terreni di questa mobilitazione furono essenzialmente tre: le agitazioni e gli scioperi per la pace e per la democrazia; le lotte contro i licenziamenti di massa; le grandi vertenze nazionali sul salario.
Il clima cambia improvvisamente nel 1955, quando la FIOM è duramente sconfitta nelle elezioni della Commissione Interna della FIAT di Torino. Crolla il mito dei metalmeccanici con una ripercussione tremenda sulla base, anche perché coincide con una fase di grande potere della controparte, sostenuta dal governo e dai suoi appoggi internazionali. Non a caso a questa sconfitta segue la “decimazione” dei militanti e dei dirigenti sindacali di base nelle fabbriche, nel corso di una grande ristrutturazione industriale.
Questo apre una crisi salutare di ripensamento nel movimento operaio e sindacale. I temi al centro della discussione furono molti: la subordinazione del sindacato al Partito, l’aver esasperato le divisioni sindacali, l’abuso delle mobilitazioni politiche, la mancanza di rivendicazioni credibili e, soprattutto, la mancata comprensione dei processi in atto, anche nelle fabbriche fiorentine; l’industrializzazione del nostro paese che passa da un’economia prevalentemente agricola ad una industriale.
La capacità di tenuta e di resistenza dei militanti operai fu molto alta, anche di fronte a sconfitte e repressioni, ma non bisogna mai dimenticare che essi non erano tutta la classe operaia, e loro stessi non erano solo militanti: erano anche padri, madri, mariti, figli che dovevano fare i conti con altri bisogni ed altre pressioni. Così, furono spesso costretti a rivedere tempi e modi del loro agire politico e sindacale per adeguarli al mutamento del contesto nel quale vivevano e delle sue prospettive.

(Da “Metalmeccanici fiorentini del dopoguerra” a cura di Luigi Falossi, 2002 EDIESSE)