La meta è partire

Frammenti di vita


 
Quando Mario mi ha chiesto di scrivere qualche “frammento di vita” sono andato subito a rileggermi l’articolo di tre anni fa (n° 58-59 Aprile 2003). Tra l’altro, oltre all’emozione di gratitudine nel rileggere e sentire risuonare l’esperienza di “noviziato” a casa Fanfani-Carla, mi sono accorto che sono passati già tre anni: lo stesso tempo di Avane e oltre. Concludevo, infatti, allora il mio articolo così: “Una casa-scuola di liberazione che mi ha accolto, liberato un po’ di più. Ho potuto sostare e ricevere la libertà di andare oltre”.
Ecco, sono contento di raccontare a me stesso e a voi un po’ di questo mio “andare oltre”. Dove? A Caserta innanzitutto. Famosa per la sua Reggia. Meno conosciuto, forse, il suo etimo: “Casa Hirta”. Il bellissimo borgo medioevale posto in alto ne dà ragione. Beh, in un certo senso il primo anno per me e Adriano fu proprio “irto”! In salita. Mio Dio che impatto! Per certi versi traumatico.
Ma ci immaginate noi due in giro per la città e dintorni a cercare lavoro con tutta la genuinità e l’innocenza di chi dà per scontato che se uno vuole lavorare basta che cerchi? Ci vedete entrare negli uffici delle poche realtà di fabbrica o, meno ancora, di cooperative (con un accento che non assomigliava certo a quello napoletano!) e chiederci immancabilmente appena fuori: “Ehi, Adrià ma perché secondo te ci hanno guardato con due occhi un po’ sorpresi e imbarazzati?”. Forse hanno un po’ timore: ci hanno scambiati per possibili “ispettori”, ci dicevamo le prime volte.
Dopo poco, però, abbiamo cambiato idea. Quegli occhi strabuzzati a volte sembravano dirci invece: “Ma questi sono proprio scemi! A cercar lavoro: qui? da soli e senza alcuna presentazione (alias: raccomandazione)? Tra l’altro s’era sparsa la voce, nei pressi di dove abitavamo, che erano arrivati dei preti-operai. Questa voce era arrivata anche alle suore Orsoline di cui avevamo appena sentito parlare.
Un giorno ci decidiamo a far loro visita: non si sa mai, dicevamo, che almeno da loro arrivi uno sguardo un po’ meno preoccupato e, chissà, magari anche qualche consiglio. Sì è! Dicono in Toscana. Ci ha pensato Sr. Silvana a metterci coi piedi per terra. Da buona bergamasca ci risponde così al citofono: “Madona me, i preti-operai! Qui dove non c’è lavoro!”.
In realtà quell’incontro fu l’inizio della nostra “conversione” per tanti motivi. Uno di questi come recita un antico adagio popolare: “L’è la dona che fa l’omm”. Lo diceva anche S. Paolo in 1Cor 11,12: “L’uomo ha vita dalla donna” che qualcuno traduce anche: “La donna è vocazione dell’uomo”. Abbiamo sentito da subito che lì c’è dello Spirito, di quello buono, e ci siamo lasciati guidare, ammaestrare nonostante a noi maschi, in genere, non piaccia molto lasciarci guidare, specialmente dalle donne, così abituati come siamo a sentirei investiti della grazia divina di “dover guidare” gli altri.
Siamo tanto grati alla comunità delle suore Orsoline. Loro sono a Caserta da ormai dieci anni e molto significativo è il nome scelto e con cui sono più conosciute: “Casa Rut”, comunità di accoglienza per donne straniere in situazioni di difficoltà e sfruttamento. Con loro ci siamo sentiti guidati a conoscere questa terra dalle mille contraddizioni ma affascinante per le potenzialità umane. Ci hanno in qualche modo “partorito” perché venissimo alla luce di un mondo, quello del Sud che fino ad allora sentivamo un po’ “altro”, un po’ “ostile” e, per certi versi, a volte quasi impenetrabile. Tutto questo, forse, anche a causa di quella veste di “superiorità” che senza accorgerci noi maschi portiamo ovunque. oppure per quella famigerata sindrome di Pisacane (del salvatore cioè) dalla quale pensavo di essere guarito dopo la “cura” Fanfani, il quale mi diceva spesso scuotendo la testa: “Un jour abbé, toujours abbé”.
 
Comunque che donne, ragazzi, queste suore! Con loro prima di tutto è iniziata una bellissima amicizia e una collaborazione del tutto nuova per noi e anche per loro. Negli incontri sempre più frequenti eravamo assetati di conoscere la loro storia a Caserta e, di conseguenza, venivamo a contatto con tante “belle” persone che, via via, ci aprivano non solo la porta di casa ma ci consegnavano chiavi interpretative senza le quali, sinceramente, avremmo rischiato un inserimento del tutto generico e alla fine non qualificato, non “alternativo” ad un sistema dominante come invece volevamo.
In una realtà di chiesa, poi, ancora molto tradizionale, pensate cosa può voler dire anche solo il fatto che due comunità religiose, una maschile e una femminile, si incontrano, si confrontano, a volte anche in modo acceso e appassionato, sui temi del crescere umano e sociale. Che grande segno e ricchezza di spirito la preghiera fatta insieme. Che forza sentire la stessa passione per il Cristo, il suo Vangelo e accogliere le tante provocazioni che ci arrivano, così, dallo Spirito.
Per questo sentiamo che non ci possiamo sottrarre dalla necessità di donare ciò che riceviamo. Con il nostro stile di vita cerchiamo di annunciare che siamo amati e che ogni donna e uomo su questa terra è mia sorella e fratello. Abbiamo però anche il coraggio di denunciare l’ingiustizia e mettere in atto percorsi ben precisi e possibili che permettano di ristabilire il primato dell’uomo e di arrivare alla verità dentro le vicende umane, quando queste calpestano la dignità umana.
Vi sembra strano se poi si mette in piedi anche una cooperativa? Infatti, insieme alla creatività delle ragazze, ecco la NewHope: laboratorio di sartoria etnica per la formazione e l’addestramento al lavoro. Che roba: senza alcun aiuto dal potente di turno! È un grande segno. Pensate anche solo al clima diffuso di omertà che purtroppo c’è. Ebbene, loro, ragazze anche giovanissime, donne di diversi paesi, che trovano il coraggio di denunciare l’ingiustizia subita e diventano segno di riscatto, di dignità ritrovata, di non sottomissione con il loro ricuperarsi umanamente. Non solo. In un territorio in cui il lavoro è a nero e in mano alla camorra: ebbene, loro dicono: lavoro, non assistenzialismo. . . insomma un altro mondo è davvero possibile.
Da vere “compagne” militanti le suore di Casa Rut ci hanno introdotto anche nel cuore della città, a scoprire quel lavoro di base che cercavamo e che possiamo riassumere così: per una cultura della pace, del diritto e della giustizia.
Nonostante i tre anni di Avane in cui vedevo il Renzo che frequentava più la casa del popolo e i consigli comunali che la canonica o la chiesa, non fu facile per me e Adriano vivere la nostra “religiosità” così dentro l’interesse per la città, nelle sue pieghe e — ahimè purtroppo — le molte piaghe. Ora lo facciamo con molta più passione e interesse, anche se non senza fatica e sguardi di disapprovazione che spesso vengono proprio da quella chiesa (non solo di Caserta) che considera ancora “troppo pericolosi” e lontani dal Cristo certi ambienti.
La realtà invece è che solo in certi ambienti davvero laici si respira qualcosa che si avvicina al Vangelo! In questo abbiamo la vera fortuna di avere un Vescovo, Nogaro, “schierato” nettamente per l’uomo e la sua dignità. Su questi aspetti essenziali della vita della chiesa e della società rimane uno dei fari più forti e scomodi. Ci incoraggia continuamente a “resistere” e a “costruire la pace”. Nel suo bellissimo responsorio della pace dice: “Non c’è che un cielo per tutta la terra, non c’è che una pace per tutta la vita”.
 
L’arrivo del terzo compagno, Giorgio, fu un altro segno — si dice così, no? — della provvidenza. Da subito si è messo a lavorare con Centro Sociale e associazioni che seguono più da vicino i fratelli e sorelle immigrati tanto da diventarne un esperto in materia. Memorabile fu “il viaggio delle mille speranze” di due anni fa a Roma con più di mille immigrati dove ottenemmo la commissione per i rifugiati politici a Caserta. Su questo versante, anche grazie a Giorgio, tante altre belle lotte si son fatte sia pur con alterni risultati. Con suor Rita, responsabile di casa Rut e vera anima-guida, che spesso ci dice che solo con un lavoro umano così appassionato a contatto con le persone e le istituzioni si può arrivare a “piegare” la legge (come direbbe don Ciotti) alla interpretazione vicina al bisogno reale della persona.
Da due anni e più qui a Caserta noi Sacramentini, le compagne suore Orsoline e molti amici siamo “quelli della Tenda della Pace”: “laboratorio di approfondimento sui temi della pace e dei diritti umani a partire dalla lettura e meditazione del Vangelo con l’intento di costruire percorsi di giustizia e di pace negli ambiti di vita quotidiana”.
Non è facile operare con queste intenzioni in una città e territorio ancora molto militarizzato e snaturato da una politica a dir poco miope e assetata di potere. Pensate che l’ex presidente della Provincia (sentito con i miei orecchi) si vantava che la Campania e in particolare la provincia di Caserta aveva un tasso di iscritti al nuovo corso di Volontari in Firma Prefissata più del centro-nord messi insieme. Invece di preoccuparsi del lavoro!
Per non parlare di una chiesa ancora molto attaccata ai suoi privilegi e anche perciò reticente al cambiamento perché non può, non deve “toccare” i problemi ma far finta che non ci siano e… pregare il Signore! Capite perché la gente adotta allora, quasi obbligatoriamente, il sistema clientelare, la delega: perché non ha più fiducia di nessuno men che meno delle istituzioni. Il sistema “ad personam” scavalca infatti le istituzioni perché non funzionano, ma purtroppo così facendo hanno ancora più via libera per imporre qualsiasi regola del gioco. Capite anche perché non è facile farsi comprendere dalla gente che fa fatica a “campà” nell’esigenza di riscatto: perché il sistema camorristico è una mentalità non è solo violenza spietata e si presenta come protettivo: non chiede più tanto a chi ha tanto ma poco a tutti. Perché non starci, allora? si chiede la gente.
 
Nonostante le difficoltà la nostra avventura tuttavia continua, più convinti che mai di voler dare il nostro piccolo apporto alla storia e a questa terra dalle grandi risorse perché trovi motivi di risurrezione.
Ci sentiamo anche quasi orgogliosi per non aver ceduto, all’inizio del cammino, alla frenesia e ansia di sicurezza per avere una parrocchia, una casa, un progetto ben definito. Ci siamo messi tanto in ascolto della vita e del territorio. Siamo contenti di abitare in un appartamento a metà: l’altra è per l’accoglienza.
Ci sentiamo anche tanto fortunati per le tante compagne e compagni, già menzionati e non, con i quali possiamo dire di far parte di quel filone “alternativo” e speriamo anche un po’ profetico. Tra i tanti che mi piacerebbe nominare vi dico, a mo’ di esempio, la ricchezza e carica che ci viene dall’avere vicino a noi, a Napoli, Alex Zanotelli. È di questa mattina, per dire, la notizia che tutti aspettavamo con ansia, della “vittoria” dei comitati civici, in particolare di Napoli, per la difesa dell’acqua a gestione pubblica. Una vittoria straordinaria grazie anche, e forse soprattutto, alla “resistenza” di Alex che ha il merito, tra gli altri, di insistere cocciutamente sulla necessità che la “società civile” si svegli e lavori in “rete”. Questo per dire anche che insieme si può. Oggi più che mai, forse, c’è il dovere di crederci. Il clima generale infatti, dalla politica all’informazione, tende sempre più ad addormentare la base più che a risvegliarla per cui è vera la sintesi di Arturo Paoli secondo la quale oggi non è importante porsi chissà quali traguardi perché “la meta è partire”.
 
Mi sembra ieri che ho “lasciato” quella casa-scuola di libertà dal Fanfani. Oggi posso dire che sono andato un po’ oltre, sì, ma nello stesso tempo che quella casa-scuola continua… qui.

Pierangelo Marchi


 

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