Al mio vescovo P. Flavio Roberto

Frammenti di vita



Con la presente porto a Lei alcune riflessioni fatte dal gruppo dei pretioperai veneti per la chiusura della Comunità presbiterale di Porto Marghera, composta da due PO e da un Cappellano del lavoro dei frati Conventuali.
Non ci interessano i giochetti che sottendono al rimandarsi la palla tra il Patriarca ed il Provinciale. Il nocciolo è la chiusura di una realtà di riferimento di vita, di testimonianza evangelica e di ricerca di fede in una zona caratterizzata da un’alta concentrazione di lavoratori nonostante le ristrutturazioni ed i ridimensionamenti.
Il chiudere una comunità non è come spostare un singolo prete da una parrocchia ad un altro ufficio. È uno spegnere un segno collettivo e visibile che aveva il suo peso di “presenza” come lo chiamate col vostro vocabolario; noi potremo dire “politico” nel senso più alto del termine, ossia: testimonianza collettiva nell’ambiente.
La decisione non è nemmeno stata accompagnata da una verifica del senso di questa presenza; è stata semplicemente dichiarata inutile se non dannosa. In concreto è stata sconfessata ancora una volta la linea evangelica dell’incarnazione, della condivisione a partire dal basso, dalla kenosis. Ma le alternative quali sono?
Il cambiamento sociale, culturale e delle strutture di produzione e del lavoro pongono a noi PO seri interrogativi, eppure ci ostiniamo a rimanere perché la gente lavora più di prima ed anche in maniera peggiore.
Resta per tutti la domanda del come portare il Vangelo in questa fetta di mondo a partire da che cosa!
Ciò che è avvenuto può esser un momento di Grazia per tutti in quanto svela le direzioni delle nostre e delle vostre scelte mettendoci nella contraddizione evangelica.
Forse la Chiesa è più “moderna” degli stessi PO assumendo acriticamente gli stessi orientamenti delle direzioni aziendali.
1. La produttività e l’efficienza del lavoratore che si traduce in “forte mobilità” dentro e fuori il luogo di lavoro, producendo precarietà ed impossibilità di orientare la propria esistenza.
Nelle nostre diocesi la mobilità di preti e diaconi è molto alta impedendo il radicamento sul territorio ed i rapporti con le persone per i quali occorrono tempi lunghi. Il valore non è costituito dalla vita delle persone poste nelle situazioni storiche ma dalla produttività “pastorale” che si riduce al gran fare qualcosa.
2. La tecnologia ed il mercato hanno stravolto le professionalità ed il lavoro sia nei tempi e sia nelle conoscenze per cui il singolo lavoratore in poco tempo si colloca fuori mercato se non si riqualifica continuamente.
La Chiesa sembra aver adottato la stessa visione; occorre avere persone sempre più competenti attraverso titoli di studio settoriali per coprire la domanda pastorale. Non rischiamo di avere tanti manager e pochi profeti che hanno la sapienza del cuore?
3. Nelle aziende, il prodotto viene posto sul mercato attraverso l’analisi, il confezionamento, ed il marketing cercando di incidere sulla cultura e sui comportamenti del cliente.
La chiesa, ormai cosciente di essere minoranza tra minoranze, è ossessionata dalla categoria della “presenza”, del peso sociale e politico, dell’occupare spazi che dovrebbero esser di tutti (concordato, scuola, questione dei crocefissi, cappellani vari nelle istituzioni civili). Abbiamo ancora fede nella Grazia o pensiamo che la Chiesa si identifichi con il Regno di Dio; siamo noi i salvatori dell’Umanità o non siamo i testimoni (inutili) presenti negli spazi di tutti?
Gesù di Nazareth ha vissuto circa 30 anni nel suo paese (nascondimento) e per tre anni percorrendo le strade della Palestina (visibilità e presenza); però la strada ha portato a Gerusalemme. L’esperienza cristiana nasce dal fallimento culturale e socio-politico del suo fondatore.
La resurrezione è Grazia che si diffonde anche attraverso i testimoni di vita. Lo Spirito Santo è anche il difensore della libertà di Dio di fronte al tentativo di catturarlo da parte dei credenti, delle Chiese e delle religioni.
Nel cambiamento in atto, i PO esperimentano il disagio di tante persone, compreso le Chiese. Resta, come cantus firmus, il nostro esser situati “in basso” e da questo punto guardare la società, la politica, l’economia… ed anche la Chiesa. Il Cristo ed il suo Vangelo da questa posizione di kenosis assume un senso profetico particolare. Riconosciamo che nella Chiesa c’è la figura di Pietro, ma anche la figura di Giovanni, oltre a quella di Paolo. Se ogni componente afferma di essere la Chiesa” e non una espressione dell’unica Chiesa, prende campo la reciproca esclusione ed emarginazione. Se, invece, la Chiesa è un dinamismo dello Spirito, la Chiesa è un divenire in cui le varie componenti scoprono il volto di Dio proprio nell’accogliere il diverso che rivela il limite e la nostra parzialità, ma anche la novità di cui noi non siamo capaci.
La Grazia è garanzia di futuro e noi ci riconosciamo servi inutili, ma solo dopo aver fatto tutto quello che la Vita ci ha chiamato a fare.

Con stima

Luigi Forigo preteoperaio

S. Giovanni Lupatoto 04/11/2003