2003 Viareggio / I tempi della vita

IL SOLCO DELL’ARATRO
Incontro nazionale PO e amici / Viareggio, 2-4 maggio 2003



Quando ero bambina, e credevo di essere atea e materialista,
avevo il timore di fallire non la mia vita, ma la mia morte.
Questo timore non ha mai cessato di diventare sempre più intenso.
(Simone Weil)

Per la prima volta dagli anni settanta sono mancato all’appuntamento dei pretioperai italiani. Sì, in qualche modo ero presente, perché anche questa volta facevo parte dell’equipaggio dei rematori per preparare Viareggio 2003. Però mi sono mancati quell’allargarsi dei polmoni quando ti ritrovi, percorrendo la Versilia, tra le alpi Apuane e il mare, le gincane un po’ strane per le strade viareggine per arrivare alla chiesetta del porto e al capannone dei lavori, i volti degli amici che per tre decenni si sono incontrati con una certa regolarità, nel loro lento modificarsi al trascorrere delle stagioni, le passeggiate sul molo con le barche dei pescatori che tornano dopo una nottata in mare e la selva di yachts e motoscafi che pigramente attendono i padroni per veleggiare al largo…
Mi è mancato l’ascolto di vite che si raccontano, che esprimono il loro sguardo sul mondo in grande mentre emergono le radici affondate nel proprio piccolo territorio, come pure quel pregare insieme assolutamente sobrio, con poche parole; un pregare carico di pudore, che procede per allusioni e lascia trasparire i legami, tanti, che si sono annodati nei lunghi anni di lavoro e di frequentazione paritaria dei propri compagni. Mi sono mancati i viareggini, i nostri amici che ci accolgono da una vita con simpatia e ilarità, sospettando, a ragione, che per molti PO italiani Viareggio sia stata come una patria. Sono ancora vive le tracce di Sirio, di Beppe…
Nel mio appartamento a Mantova, dove, ora che sono in pensione, trascorro gran parte del mio tempo, si affollano le immagini, si sovrappongono sfumando la prospettiva dei tempi diversi nei quali si sono costruite. Frammenti di momenti lontani vissuti si saldano quasi in un continuum. Una regia occulta li mette insieme: una regia dettata dalla mia stessa esistenza così come si è dipanata nell’incontro con volti e storie tanto diversi. Avviene come negli armonici musicali: pizzichi una chitarra e si mettono a vibrare anche le corde degli strumenti vicini per una legge fisica che assume i tratti della magia.

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Mi capita spesso di guardare le mani di papà, a letto ormai da quasi due anni. La destra è inerte. Ha smesso di tremare per il parkinsonismo che negli ultimi anni si era andato accentuando. Ora è immobile, come tutta la parte destra del corpo. L’altra mano si è rattrappita, ma è in qualche modo ravvivata dal tremore che gli è rimasto. La vita di un uomo si ricostruisce dalle sue mani.
Durante la guerra lavorava in una fabbrica chimica utilizzata per la costruzione di munizioni. Papà era solito raccontare la sua storia lavorativa e uno degli episodi ricorrenti era quello di un ingegnere di quella fabbrica che aveva perduto le mani in una esplosione.
Nel dopoguerra aveva trovato posto in un’azienda mantovana dove si riparavano e costruivano carri ferroviari per il trasporto merci. 20 km al giorno in bicicletta per 20 anni in tutte le stagioni. Poi il mosquito e finalmente la 500, qualche anno prima della pensione. Occhi e mani per molte ore al giorno erano impegnate nella saldatura. La tortura più grossa era agli occhi di notte quando li sentiva bruciare “come se ci fosse la sabbia dentro”. All’inizio si leniva grattando una patata, avvolgendo il contenuto con pezzi di tela e applicandolo agli occhi; successivamente ricorreva ad un collirio che bruciava maledettamente. Gli occhiali da vista che utilizzava sul lavoro erano bersagliati da frammenti incandescenti che raffreddavano rimanendo aderenti alle lenti.
Le sue mani sapevano fare moltissime cose. A cavallo dell’anno ’50 il lavoro nell’azienda era scarso. Così si lavorava tre giorni la settimana. Allora con una forgia, incudine, martello e tenaglie, papà si era messo a fare il fabbro e confezionava piccoli prodotti di ferro utilizzati in agricoltura. Io giravo la manovella della forgia per mantenere i carboni accesi. Papà aveva imparato dal nonno materno a conciare le pelli degli animali e gli dava una mano. Si andava anche a pescare, non per diporto, ma per la necessità di aggiungere qualcosa al pane che per fortuna non è mai mancato. Una volta stavo scivolando sul cemento, reso viscido dall’acqua, che rivestiva le rive abbastanza ripide di un canale ed ero nell’incapacità di gridare aiuto, mentre ad ogni piccolo movimento i miei piedi si affondavano sempre più nell’acqua. Per fortuna mi sono sentito afferrare dalla sua forte mano…
Si intendeva di elettricità. Mi sistemava le scarpe con la suola rotta o con i tacchi da rifare, così pure anche la bicicletta quando bucava o aveva altri guai… Naturalmente c’era anche un po’ di orto da coltivare e la periodica tinteggiatura delle stanze di casa. Appena fu possibile avere qualche soldo in più si acquistava un po’ di vino dalle colline veronesi ed era un suo vanto imbottigliarlo secondo il calendario prescritto.
Qualunque cosa facesse con le sue mani, la faceva al meglio. Era incapace di far male un lavoro. La sua autostima e realizzazione erano strettamente connesse con il risultato dell’opera delle sue mani.
Mi sembra che papà corrispondesse alla figura dell’operaio pre-tayloristico, il cui lavoro era fondato su effettive conoscenze, capacità e autonomia professionali e non sulla ripetizione meccanica di frazioni del processo lavorativo.
Una delle cose che, con l’avanzare degli anni, più lo hanno fatto soffrire era il tremore delle mani, forse indotto anche dai fumi di manganese respirati nei tanti anni di saldatura. Lo viveva come una profonda umiliazione, perché lo colpiva proprio nel suo punto forza. Era la sua intelligenza trasmessa alle mani che sentiva offesa e ferita.
Più volte in questi due anni prendendogli le mani gli ho detto: “Hai lavorato tanto con queste mani ed eri tanto bravo a fare i tuoi lavori. Con le tue mani hai fatto tante cose e ce la mettevi tutta nel farle bene”. Quando gli parlo mi guarda e non mi sa più rispondere. Gli parlo con la convinzione che in una parte di sé possa afferrare almeno alcune delle parole che gli rivolgo.

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E’ soprattutto nelle veglie notturne che le immagini, le memorie, diventano più vive. Emergono da un archivio segreto. Nella notte ormai mi sveglio più volte: ascolto il respiro, soprattutto quando si alterna a pause inquietanti, un colpo di tosse, un lamento… Spesso gli prendo la mano, quella che ancora si muove, così percepisce la presenza che lo rassicura e gli trasmette energia. Mi accorgo quanto devo a quella mano; c’è un senso forte in quel tenersi per mano.
Quando il sonno tarda a riprendere, in quella strana situazione di veglia, le immagini sono come tessere di un puzzle che si va componendo. Partendo dalle mani, che rimangono congiunte, mi esce il confronto tra la sua destrezza manuale e la mia abilità, in ambito infermieristico, faticosamente guadagnata nel quarto decennio della mia vita.
In una testimonianza di 20 anni fa scrivevo:
“ Ricordo la gioia e la fatica nel fare le stesse cose degli altri lavoratori: l’orgoglio per una certa manualità che apprendevo, ma anche il rossore quando vedevo gli altri usare con destrezza e facilità le loro mani, mentre le mie erano impacciate, legate alla paura di sbagliare. Nel lavoro mi sentivo analfabeta, avevo bisogno che altri molto meno istruiti, mi insegnassero tutto. Nel lavoro manuale non ci si può nascondere in giri di parole: se una cosa non riesce tutti lo possono vedere; se si sbaglia, il giudizio è sempre in atto”.
Il mio problema non era tanto a livello di comprensione, ma di acquisizione di abilità operativa.
Me lo ricordava, all’inizio di quest’anno, anche il cardiologo di papà che ho conosciuto nel reparto ospedaliero dove ho svolto parte del tirocinio formativo. Si chiedevano che cosa ci facessi lì ad imparare le tecniche manuali infermieristiche ad oltre 40 anni di età, essendo conosciuto come prete, con tutti i crismi necessari, abilitato a tutti gli effetti in quell’ambito “professionale”.
Nella testimonianza citata ritrovo pure questa affermazione:
“ Sono convinto che la condizione operaia vissuta da mio padre fu una scuola dalla quale, pur senza avvedermi, appresi moltissimo; ora sono più che mai certo che un prete comincia a tradire quando recide le radici popolari sulle quali è cresciuto ”.
Nella mia storia personale ho verificato quanto sia vero quello che scrive d. Milani nelle sue Esperienze pastorali a proposito della cultura del prete e della formazione dei seminaristi e cioè la constatazione che “quel che si riceve nell’infanzia, di idee e di principi sociali non lascia traccia di sé nell’età adulta” . E aggiungeva: “ C’è dunque da rifarsi da capo e mettere sotto processo tutto quel che sappiamo, anche le cose che ci parrebbero più ovvie e di cui l’abitudine ci può nascondere un’intima malizia ” (pp.205-217).
Per quanto mi riguarda è attraverso i 30 anni di lavoro dipendente, con annessi e connessi, che ho riscoperto e rielaborato aspetti presenti nella mia infanzia e in particolare: il valore della vita, del lavoro, della fatica sostenuta e dalla sofferenza vissuta da papà nella sua condizione di vita operaia. E’ emerso lo spessore della vita nella sua materialità, concretezza e durezza, il valore del denaro quando lo devi guadagnare giorno per giorno per vivere e la follia oscena del suo sperpero non solo nella idiota ostentazione “mondana”, per così dire, ma anche nella vanità di tante spese della organizzazione – chiesa, il peso duro del tanto “tempo di vita” da investire in lavori prescritti e decisi da altri, dovendo sostenere non di rado l’arroganza, a volte la stupidità e l’ignoranza di chi sta sopra. In sostanza è l’acquisizione di uno sguardo dal basso, un andare a cercare persone e situazioni nella loro effettiva verità, oltre il muro di carta o di incenso, delle convenzioni.

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L’ultimo anno di lavoro ed il primo da pensionato hanno coinciso con la messa a punto di tutte le mia capacità professionali ed organizzative per assistere papà a domicilio. Lui vive ancora perché è a casa sua. Amore e dedizione non basterebbero da sole a garantirgli questa qualità di vita. Mi sento perfettamente al mio posto. Per molti anni il mio lavoro è consistito nell’organizzazione dei servizi infermieristici domiciliari dell’ASL di Mantova. La gestione domiciliare di papà diventa così anche una testimonianza effettiva, per i miei ex compagni di lavoro, dell’aver creduto al lavoro fatto con loro.
Negli ultimi anni papà era cosciente del suo itinerario e diceva: “ogni giorno sento di perdere qualcosa”. Mi sembra che fosse Turoldo che scriveva: “la morte è la fine del morire”. E’ durante la vita che si sperimenta il processo del morire, come sottrazione di energie, possibilità, abilità, autonomia… futuro e come insorgenza e intensificazione del dolore fisico, della sofferenza psichica, dello stato di impotenza… La relazione attuale con papà è di accompagnamento in questo itinerario difficile e fa i conti con la sua attuale non autosufficienza, con l’assenza della parola, con la necessità di alimentarlo artificialmente, con la depressione… e con i limiti delle mie/nostre energie fisiche e psichiche… Al mattino, quando mi sveglio, devo sempre di nuovo realizzare che lui si trova in queste condizioni. Non ci si abitua mai. Una parte di me si aspetta sempre di rivederlo e risentirlo nel suo parlare, nelle sue abitudini.
Spesso, guardandolo, mi vengono in mente le prime parole della bibbia “a immagine di dio lo creò…”. Sono una profezia sulla vita di ogni essere umano.
È avvenuto più volte che la rottura del filo della vita sembrasse imminente. Non si percepiva più il polso e non si riusciva a misurare la pressione arteriosa, era evidente la fame di ossigeno… poi insperata arrivava la risalita…
E’ un accompagnamento quotidiano. Comunque è vita. Vita ridotta all’osso. Sempre sul filo. Ogni giorno è un regalo. Ogni giorno è una conquista. Eppure tutto questo ha una sua pienezza, rappresenta il cammino verso il compimento.
L’ultimo dono che papà mi fa è questa sua prossimità tra la vita e il morire a cui mi è dato di partecipare. E’ una lezione impagabile. E’ itinerario di avvicinamento alla verità.
Il dono che noi cerchiamo di assicurargli è di “onorarlo” in tutto il suo essere, garantendogli una presenza umanamente ricca, offrendogli volti di persone che gli vogliono bene, stringendo la mano che per tanti anni ci ha nutrito.

Roberto Fiorini