2003 Viareggio / Solo alla fine della vita si può parlare di fedeltà

IL SOLCO DELL’ARATRO
Incontro nazionale PO e amici / Viareggio, 2-4 maggio 2003


 

1. Compiendo i sessant’anni viene voglia di fare bilanci, riflessioni retrospettive e proiezioni verso il dopo. Un alfabeto di questa fase della vita caratterizzata dalla prossima futura pensione vede comparire alla lettera “P” la parola pretioperai, come alla lettera “A” amici. È il desiderio di curare, con il tempo che speriamo sarà meno tiranno, i rapporti trascurati e i progetti rimasti nei cassetti.
2. Nella mia vita cosa è rimasto della scelta fatta come preteoperaio nel ’69? Dopo aver deciso di lasciare il ministero nel ’77? Dopo la scelta di vivere con Lida? Ed ora dopo il pensionamento.
3. Penso che la fedeltà sia un argomento importante per creare un capofilo ordinatore dei pensieri. Il titolo dell’incontro ne dà lo spunto: Il solco dell’aratro. Evoca la frase del vangelo: chi pone la mano all’aratro e si volta indietro non è degno del Regno dei cieli.
4. L’educazione ricevuta nel Seminario mi ha formato alla inflessibilità della coerenza, all’aderenza integrale al sistema istituzionale attraverso un’obbedienza perinde ac cadaver, all’aspirazione agli ideali e modelli di santità. Sono entrato radicalmente e con tutto il mio essere in questo lavoro di forgiatura. Ne sono contento e devo ringraziare Chi (con la “c” maiuscola e minuscola) me lo ha permesso.

5. L’impegno e lo sforzo per aderire a questo progetto hanno permesso la strutturazione degli strumenti intellettuali, volitivi e fisici a livelli di efficienza. Questo mi ha portato alla convinzione che il gioco della mia vita fosse nelle mani di Dio, mentre le redini del gioco stavano strettamente in mano mia, che pensavo di essere uno strumento duttile e raffinato perché teso alla perfezione. Io mi ero innamorato di Gesù (penso di esserlo tuttora) e gestivo il mio oggetto d’amore, come accade spesso/sempre nell’innamoramento.
6. La trappola in cui mi ero messo non aveva vie di uscita, a parte il fatto che la Persona a cui mi ero messo al seguito non era un dittatore, ma un liberatore … un liberatore di coscienze, di moltitudini, da gioghi e vincoli, da pregiudizi e strutture oppressive…).
7. Dopo solo un anno, pretino giovane, ingenuo ed entusiasta, rimango vittima di un incidente diplomatico tra la chiesa pisana e alcuni rappresentanti della DC. Vengo spostato in un’altra parrocchia. Apro lentamente gli occhi sul mondo e la Chiesa e maturo la decisione di seguire un maestro spirituale che mi aveva accompagnato da molto tempo, Charles de Foucauld.
8. Pensavo, però, di non allontanarmi e non isolarmi in una congregazione per non sfuggire al luogo originario della contraddizione. Una scelta profondamente spirituale e pastorale, all’interno delle regole, con spirito di vera sofferta obbedienza.
9. L’Arcivescovo non mi accetta e mi lascia andare volentieri a Viareggio dove mi unisco alla comunità di Sirio e Rolando, dove trovo Grazia e Mirella, per vivere come preteoperaio. Il vaso di alabastro si rompe ed il profumo della libertà si espande. L’unguento si sparge nella terra, nei luoghi più vari, meno sacri e consacrati, nelle stive delle navi e nello sporco dei cantieri e negli anfratti umani e sociali. Scelta di classe e dell’ultimo posto. Lavoro sindacale, politico, spirituale, ecclesiale, umano.
10. Il livello istituzionale, relazionale ed intrapsichico subiscono un terremoto nell’arco di 10 anni. L’amore di amicizia vissuto intensamente e castamente apre la porta al mondo del profondo e della sessualità. La condivisione dell’emarginazione (psichiatrica e di strada) in forme di vita comune creano un turbinio che abbassa il livello di vigilanza spirituale e i meccanismi di difesa della struttura psichica costruita per il celibato.
11. L’incontro con la donna è come una rinascita. Non è un parto indolore, soprattutto ad una certa età, per partoriente e nascituro. È come se tutto ripartisse da capo. Non è facile mettere al pulito questo cumulo di esperienze e questa sovrapposizione di livelli con tutto il loro retroterra. Decido di chiedere la riduzione alla stato laicale.
12. Paul Gauthier, una persona di riferimento fin dagli anni sessanta, morto lo scorso Natale, ha scritto un libro: … e il velo (del tempio) si squarciò . Gesù rompe la continuità della religione con il sacro e la sua intrinseca violenza, mette una distinzione tra fede e religione. Scegliendo il declassamento a laico, accettando la logica della legge (… nato da donna, nato sotto la legge… inchiodò la prescrizione alla croce… per fare pace… ) canonica, mi sento portatore di un intrigo di contraddizioni, in cui mi muovo con difficoltà.
13. Sono stato ordinato prete secondo il sacerdozio di Melchisedec, senza famiglia né genealogia (non istituzionale), e mi ritrovo annoverato tra la tribù di Levi (istituzionale). Un popolo (laos, da cui laico) di sacerdoti sta sotto la direzione di ministri ordinati che hanno il potere di ordine e giurisdizione. Ricordo Nicolino di Roma, nell’ultimo incontro prima della sua morte, che si rammaricava che nell’esperienza dei pretioperai non si fosse tenuto di buon conto del potere di giurisdizione. Era il suo punto di vista, da persona intelligente, coerente e sensibile alla sorte di questo movimento. Non ci fu dibattito (come sempre).
14. Ora siamo qui agli sgoccioli (ma solo per il numero dei pretioperai doc) ed è giusto porci la domanda del dopo. La forzatura istituzionale operata con la scelta operaia potrebbe andare nella direzione della laicità. Qualsiasi legge, come ad esempio il celibato, può essere pensata come un vincolo e anche come opportunità. Sia nell’osservanza come nella trasgressione. La trasgressione e l’infedeltà costringe noi e Dio a riprogettare, a riconvertire il disegno infranto in un nuovo modo di essere e di vedere. Può prendere il verso positivo o negativo. Come è stato detto che l’obbedienza non è una virtù, potremmo dire che la coerenza andrebbe ripensata.
15. Quando Gesù dice “ nessuno di voi si faccia chiamare padre perché uno solo è il Padre, nessuno si faccia chiamare signore (don=dominus) perché uno solo è il Signore, nessuno si faccia chiamare maestro perché uno solo è il maestro, il Cristo ”, ribilancia in modo radicale il potere delle chiavi. Una lettura biblica aggiornata ci fa pensare che c’era una dialettica fra comunità strutturate in modo diverso o con diversi punti di vista al loro interno. La sintesi istituzionale rigida schiaccia il pluralismo e le diversità nella sequela di Gesù. È un tema difficile e spinoso, ma vale la pena accennarlo per non rimanere strangolati dalle contraddizioni che non hanno apparente soluzione.
16. Vorrei ricordare Sauro e Mirella. Credo che siano il germoglio del seme lasciato dalla nostra esperienza al Bicchio. Sauro non è più presente fisicamente, è come diceva la mia vecchia mamma, dalla parte della verità. E vorrei chiamarlo/la come testimoni di un percorso profetico. Senza apparenti eroismi o santità, eredi di uno stile di vita normale, laborioso, evangelico, disincantato, laico, concreto, autentico.
17. È presente tra di noi Lida, semplice come l’acqua della sua montagna, tenace e dolce come il faggio, feconda come la madre terra. Esperti delle nostre esperienze precedenti quando ci siamo uniti abbiamo dichiarato il nostro amore reciproco affermando che solo alla fine della vita avremmo detto la parola fedeltà. Questo ha reso il nostro cammino più leggero, costruttivo e allegro. Un’altra frase ci ha aiutati a stare insieme: Infelice quel mondo che ha bisogno di santi e di eroi. (da “La vita di Galileo” di Brecht).
18. Percorriamo insieme la vita con i nostri figli naturali, Nicola, Sara e Irene, con quelli affidati grandi e piccoli, con gli amici dell’Associazione Raphael per la medicina naturale, della Rete Radiè Resh con un suo stile di solidarietà, con i colleghi omeopati per il recupero globale della salute, con amici preti in continua ricerca, con persone sparse qua e là nel mondo con cui siamo in rete di comunione e di solidarietà. Qui è in uso chiamare questa estensione “tribù”, io preferisco la parola “rete”?. Come Lilliput), perché in un rapporto paritetico può essere uno strumento idoneo per realizzare la profezia di Gioele ripresa da Pietro, per descrivere il funzionamento della nuova comunità:

Io effonderò il mio Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno dei sogni. E anche sui miei servi e sulle mie serve in quei giorni effonderò il mio Spirito ed essi profeteranno.

Un popolo percorre la strada intrapresa da noi. In un rapporto di parità, senza barriere e muri, senza gerarchie, con il metodo del consenso e della nonviolenza. Verso la piena maturità dell’essere individuale e collettivo.

Mario Facchini