2003 Viareggio / Quasi una cronaca

IL SOLCO DELL’ARATRO
Incontro nazionale PO e amici / Viareggio, 2-4 maggio 2003


 

1965 – ordinazione sacerdotale
– 9 anni come aiuto in parrocchia
– lavoro con Azione Cattolica poi Gruppi giovanili – Acli – M.C.E.
– gruppo di giovani preti
– attenzione a “Rinnovamento conciliare” arduo entro la Chiesa locale
– mondo del lavoro: fabbriche occupate – lotte operaie.

1974 – Referendum sul divorzio – messo in “libertà” dal Vescovo, lavoro in fabbrica – vivo con un altro prete operaio.

1975 – entro in Coop (Emilia-Veneto)
impegno sindacale da subito con il Consiglio sindacale – Filcams-CGIL e poi a poco a poco con il PCI.

1994 – da Conegliano mi sposto con la residenza a Vistorta – un Borgo rurale di Sacile che avevo incominciato a frequentare dal 1988.

1996 - mi licenzio da Coop (diventata Iniziative Commerciali e area veneta di ex Coop Emilia Veneto).
Mancanza di coraggio? Riflusso nel privato? La mia scelta fu allora dettata sostanzialmente da due motivi:
1. Mi sentivo privilegiato rispetto ai compagni di lavoro perché a me non osavano chiedere orari spezzati, turni domenicali, flessibilità al limite… che stavano diventando prassi abituale dopo la firma di un contratto di “restituzione” da parte del Sindacato di Categoria Regionale;
2. Mi sembrava fuori luogo trascinare i compagni di lavoro (nella stragrande maggioranza avevano già dato le dimissioni da Filcams) su di una strada di testimonianza radicale e di scontro duro con l’Azienda e il Sindacato che aveva sottoscritto un simile accordo.
Così mi sono calato in tutt’altra realtà. Una piccola borgata, di stampo rurale e altrettanto tradizionale con poche risorse umane, tanti anziani, pochissimi bambini e i giovani assenti dalla vita di una comunità che cerca di stare in piedi per impegno di pochi sia in ambito religioso che sociale (un apposito Comitato cura la Sagra paesana e altri momenti di socializzazione). Ritrovo altro spazio di condivisione, dell’essere in compagnia, lontano dal “gran” mondo. Sto sognando Nazareth? Mi ci ritrovo sempre più spesso. È fuga? Mai!

1997 – Inizio a lavorare come bracciante agricolo in una Azienda del posto con contratto a tempo determinato annuale: sono compagni di viaggio 3-4 operai fissi a contratto indeterminato più 6-7 pensionati più o meno in nero.
Se non piove e se non arriva il mese di stanca, lavoro tra le viti da gennaio a di­cembre. Niente sindacato, poca tutela se non quella di un anziano che ha passato la vita in questa azienda.
Vivo da solo, ma a pranzo, a rotazione secondo i giorni della settimana, sono ospite di qualche famiglia.
Pastoralmente parlando resta il contatto con le famiglie, gli anziani e gli ammalati e l’Eucaristia domenicale.
Col passare del tempo, impercettibilmente, è caduta una sottesa aspettativa che la mia presenza potesse far rinascere la parrocchia (il Borgo lo era stato dal 1960 al 1985 e da allora diventato parte di una parrocchia vicina).
Questo ha comportato l’allontanarsi anche fisico di alcune persone tra le più impegnate fino allora nell’attività religiosa.
Parallelamente è emersa, anche se non detta a viso aperto, una sostanziale incomprensione, quasi sordo rifiuto del mio essere prete-operaio.
Penso di trovarmi così a percorrere, non saprei come definirla, una via, una presenza dell’“inutile”.
Non mi aspetto risposte che non ci sono.
Mi accontento di lasciare cadere qualche piccolo seme, qualche stimolo a venir fuori da quell’annebbiamento, da quel vuoto che viene dalla TV, vera regina della casa, campione di stupidità e di abbrutimento con i suoi quiz quattrinari.
È quanto sopravvive – tolta ogni supponenza politica-sindacale-istituzionale ­– degli anni ’70, del Concilio, della compagnia quotidiana con la Parola di Dio e con la vita della mia piccola “zolla”.

E altrettanto proposta dell’inutile (senza che si offendano gli amici che ne fanno parte) mi pare quella che in sei o sette persone stiamo facendo nell’ambito diocesano tenendo viva la memoria e la riflessione di un amico prete (anche amico nostro) morto da 10 anni, sugli enormi temi morali (quale moralismo imperante!) del nostro Nord-Est e dell’umano convivere. Anche questo un piccolo seme, un tentativo di andare al nocciolo delle questioni, ai nodi essenziali quasi del tutto trascurati nella ricerca spasmodica di palliativi per le crisi di: preti, vocazioni, laici, vescovi, istituzioni … che annebbiano non la pastorale ma la presenza credibile di cristiani nel nostro mondo. Benedetto allora quel supplemento di pensiero da voi auspicato per questo nostro ritrovarci.

Benito Introvigne