2003 Viareggio / I discorsi li porta via il vento: restano i volti

“IL SOLCO DELL’ARATRO”
Incontro nazionale PO e amici / Viareggio, 2-4 maggio 2003


Quando ho cominciato a pensare a cosa dire rileggendo la mia vita ho dovuto smettere perché l’affollamento di volti e di fatti era troppo.
Ho utilizzato il vecchio consiglio dei monaci: ho fatto silenzio.
Ho ripensato il mio cammino.
Ma dove mettere l’inizio…? E mi sono trovato a pensare alle innumerevoli generazioni di umani che dalla valle dei Rift fino a quella dell’Arno, hanno trasmesso la vita fino alla mia, e mi sono perso un’altra volta.
Allora, come mi aveva detto una mia cara amica lontana, ho cercato di fare pace col mio passato e col mio corpo.
Ho abbracciato questa umilissima ed indispensabile compagna della mia vita che è la mia carne, e l’ho ringraziata per tutte le volte­ che mi ha servito nel sostenere le scelte e superare la fatica, da quella dell’addestramento militare a quella della pala e dei turni di notte in fonderia. Ed insieme alla carne ho abbracciato il mio spirito e gli ho detto di non sognare, di essere un angelo, ma di scendere sulla terra e di interessarsi della sua carne e della carne di tutti gli altri uomini e donne intorno a me. È proprio ora che questa carne è invecchiata ed è più debole che c’è bisogno di lui, perché occorre spingerla verso la resurrezione.

Mi sono guida e maestri i bambini delle elementari e dell’asilo con cui cerco di passare più tempo possibile; uno in particolare, a cui per un po’ ho fatto da nonno e l’ho portato in giro, imparando di nuovo a guardare il mondo dal basso verso l’alto, come se fosse la prima volta.
Alla scuola elementare ci sono bambini che parlano otto diverse lingue; non c’è alternativa al dialogo e al confronto con le culture.
È un salto di qualità che condiziona tutta l’evoluzione della nostra specie.
È un cambiamento enorme che richiederà forme nuove, inedite, di rapporto e di relazione ed è affidato alle nuove generazioni. Ci sono ostacoli di ignoranza e di pregiudizi radicati da secoli di lontananza, di contrapposizioni e di dominio, da superare e da abbattere.

C’è una urgenza di salvezza, di attenzione alla terra, di giustizia, di pace, che erano gridate e proposte nei grandi incontri di Roma e del Social Forum di Firenze.
Pace, giustizia, salvaguardia della creazione, i grandi temi dell’incontro delle chiese cristiane nel 1990 a Seoul, a cui abbiamo partecipato come segreteria dei PO.
Dovranno affrontare uno di quei salti di qualità che l’umanità è stata capace di inventare nei millenni passati; e dovranno farlo in 2 o 3 generazioni.
Il passo in avanti non potrà essere compiuto senza l’uscita definitiva dalla logica dell’accumulo dei beni e dalla logica della violenza; e questo passo non potrà essere compiuto senza la riscoperta della ricchezza interiore della persona.

Per fare pace col mio passato ho seguito ciò che tante volte ho sentito dai miei compagni in fabbrica: “… i discorsi li porta via il vento, quello che conta sono i fatti”.
Ed i fatti che contano nella mia vita sono tutti legati a dei volti e li ho potuti riposizionare e riordinare solo partendo dal presente, da oggi; il futuro di quei fatti avvenuti nel passato.
Li ho riletti nel loro contesto, ed ho capito che la loro importanza sta nel fatto che solo attraverso quei fatti ho potuto fare quelle scelte, ed incontrare così quei volti di uomini e di donne.
Senza di loro, come avrei potuto capire che l’unica conoscenza di Dio possibile è limitata alle sue tracce e come in Gesù di Nazareth la rivelazione si è tradotta in gesti umani, così le tracce di Dio nella storia sono sempre impronte di passi umani.

Se non avessi dato le dimissioni dall’esercito per entrare in Seminario, non avrei incontrato voi, amati compagni, e non avrei ritrovato il mio popolo, né avrei riavuto la mia identità perduta. Se la Carla non fosse venuta a Viareggio nel ’79, come avrei capito che il Dio di Gesù è un amico fedele che si prende cura di te, costruisce una casa dove si può sostare, ricevere forza e libertà per andare oltre?
Quei fatti sono stati una profezia e quelle persone dei profeti, che mi hanno permesso di trovare umanità in un mondo disumano.
Questo, detto in altre parole, è l’inaspettato, l’allegria dell’incontro con le persone amate, è il prendersi cura, il dare il nome alle cose e fare progetti, chiedere perdono, ripetere le parole dei grandi poeti o dire le piccole parole di chi poeta non è; è sconfiggere l’aquila e liberare Prometeo perché possa portare il fuoco agli uomini; è diventare S. Giorgio e mettersi in mezzo tra il drago e la vita.

In questo tempo, ancora una volta mi domando che cosa mi chiama dal futuro e quale risposta devo dare.
Quale risposta devo dare in un contesto come quello di oggi, quando con più urgenza si pone la domanda: “che senso ha la mia vita, che senso ha il cammino che l’umanità sta facendo e di cui faccio parte?”.
Nel rileggere la mia vita scopro una costante, una continuità di lievito di malizia, come un virus dell’HIV, che si chiama rassegnazione.
Rassegnazione di fronte alle piccole sconfitte personali, ai peccati della mia vita; rassegnazione di fronte alle grandi sconfitte della specie umana: l’impotenza di fronte alla guerra, l’imposizione del capitalismo sfrenato e delle sue leggi, dove il più potente prevale sempre sul più debole, si sfruttano e si distruggono i beni e le risorse dell’umanità a beneficio di pochi.
Questa rassegnazione, favorita dall’età, si riveste di buon senso e mi porta a misurare la mia anima sul metro delle possibilità, scartando tutte le altre, perché tutte le altre sono sogni.
L’antidoto che ho usato in passato, è stato quello di spostarmi su un’altra frontiera, come luogo esposto, luogo di arrivi e di partenze, luogo degli incontri imprevisti ed inediti, luogo dell’avventura. E così ho fatto: dall’ufficio della Nuova Pignone all’Accademia militare, dall’esercito al Seminario, dal prete all’operaio, dalla Tinaia ad Avane.

 

Ed ora si intravede l’ultima frontiera, la soglia della morte, dove inizia il “grande largo”. In questo cammino verso la frontiera, il territorio di riferimento è il quartiere di Avane ed il popolo che ci vive.
… Devo fare poche cose:
1. Cercare insieme ai compagni ed alle compagne di viaggio i punti essenziali del cammino indicato da Gesù; il suo progetto di vita (la compagnia della fede).
2. Essere una “terra” capace di accogliere e di crescere i semi di vita che ci vengono donati, usando le 3 chiavi: la chiave d’argento che apre la porta della conoscenza del sè, la chiave d’oro, che apre la porta del Regno e quella di ferro che apre la porta della poesia e della bellezza necessarie per costruirlo.
3. Liberare dalle false immagini di Dio e dalle false parole di Dio.
4. Essere spazio di libertà e di accoglienza aperto al mondo, ma anche capace di raccogliere e di non disperdere quanto di buono e di vero il popolo di Avane ha prodotto nel passato, custodirlo come valore da riproporre nel futuro.

Non permetto a nessuno di chiamarmi padre o maestro, ma in questa fase della mia vita accetto di essere “Pietro”, punto per appoggiare i piedi e sostegno a chi lo cerca; e se di una immagine di Dio ho bisogno è quella del Dio elementare e misericordioso, perché appartengo a quelli che devono posare il sasso per primi.
Ma a dire il vero non lo cerco nemmeno più, mi fido dell’Amico di Nazareth.
Questa fiducia diminuisce le insicurezze, le tempera, ma non le trasforma in sicurezze; mi dà quanto basta per stendere la mano, nel gesto dell’invocazione e nel gesto del dono.
Tutto il resto me lo aspetto in sovrappiù.

Renzo Fanfani