2003 Barcellona / gruppo italiano

VIVERE L’INTERNAZIONALE, L’INTERCULTURALE, L’INTERRELIGIOSO
Incontro internazionale dei PO europei / Barcellona, 7-9 giugno 2003



UN APPELLO ALLA SPERANZA

di Renzo Fanfani


Nel mio quartiere dove vivo (un piccolo quartiere di 1400 persone, d’una piccola città di 50.000 abitanti vicino a Firenze) si parlano nove lingue. Nella piazzetta, davanti alla chiesa spesso vengono a giocare dei bambini. Il gruppo è formato da: 2 cinesi, 1 filippino, 1 marocchino, 2 senegalesi, 1 albanese e 2 italiani di genitori meridionali.
Aziz senegalese, che lavora come operaio in una conceria, nella chiesa del quartiere, ha parlato di Dio commentando un versetto del Corano, per la fine del Ramadan.
Nella nostra chiesa, sopra un altare laterale è raffigurato S. Andrea Kim, un santo della chiesa cattolica coreana, ed un pittore senegalese ha dipinto, con bellissimi colori africani, un quadro intitolato: “La luce della fede”.
Con me vive un giovane prete coreano, 3 suore coreane vivono e lavorano nel quartiere di Avane.
La dimensione interculturale ed internazionale la vivo quindi con “semplicità”, incontrando le persone e affrontando i problemi che gli immigrati incontrano: l’inserimento dei figli nelle scuole, i problemi del lavoro e della casa, l’azione politica e sindacale, il diritto di voto e di garanzia sul lavoro, la nascita di un figlio, una festa tradizionale, lo scontro con i pregiudizi ed i luoghi comuni degli italiani e degli stessi immigrati.

 

Alcune considerazioni

1. Per il futuro della specie umana non esiste alternativa al dialogo ed al confronto con le culture. Questo confronto esige strumenti mai utilizzati ed uno sforzo inedito per intensità ed estensione.
2. A questo passo in avanti, fondamentale per l’evoluzione della nostra specie, siamo impreparati; mancano le qualità spirituali per vivere in modo positivo questa stagione della storia. L’incontro con altre culture e l’invenzione di nuovi modelli di convivenza, richiede l’abbandono definitivo della logica della accumulazione dei beni e della logica della violenza, dell’eliminazione del diverso come strumenti per essere felici. Questo cambiamento di modello culturale richiede, alle persone che vogliono farlo, il sostegno di una grande ricchezza interiore.

 

Alcune idee forza da sostenere e diffondere

1. La vita contiene ricchezze e possibilità che sono ancora inespresse e che devono essere ancora sviluppate.
2. La specie umana si trova in una fase decisiva della sua evoluzione. C’è in gioco il futuro della vita su questo pianeta.
3. Sono necessari persone o gruppi capaci di far fiorire qualità umane oggi indispensabili.
4. Le singole persone umane sono la base delle relazioni: attraverso le relazioni la vita si arricchisce e si sviluppa.
5. Le singole persone, i gruppi, le comunità, devono favorire la creazione di ambienti dove la vita e le relazioni possano essere vissute con intensità e con bellezza.
6. Le chiese saranno utili solo se saranno capaci di produrre nuove ed originali forme di mediazione e di dialogo.

Se non scopriamo ragioni profonde di vita, rischiamo di non avere più nulla da sperare; e senza speranza la vita umana perde di senso.



IN ASCOLTO E IN DIALOGO  

di Mario Signorelli


Noi siamo cittadini del mondo e la terra è nostra madre. Ognuno di noi vive nel proprio paese dove si trovano le proprie radici, ma nello stesso tempo è parte di questa umanità e quindi è importante “agire localmente e pensare globalmente”. Conoscendo l’altro con il dialogo noi ci accorgiamo di non essere il centro del mondo. E ogni nostra scelta, piccola o grande, ha un’influenza sull’umanità: nessuno è un isola.

 

Vivere l’internazionale

• è capire tutto quello che succede nel mondo.
• In Italia, negli anni ’60, don Milani ha fondato una scuola alternativa: la scuola di Barbiana, che aveva come motto “I CARE”. La scuola di questo piccolo paese è diventata il centro dell’Italia culturale aperto al mondo intero. Lo stesso motto si applica nei rapporti col mondo.
• Significa non sentirsi al di sopra degli altri.
Il Nord del mondo per la sua tecnologia ha il complesso di Caino, che vuole possedere il territorio da cui deriva l’accumulazione dei beni, mentre Abele è libero, nomade e senza terra. Ogni popolo ha la propria civiltà e ogni popolo è debitore verso gli altri perché siamo complementari.
Ecco la testimonianza di Rachele, che vive sulle montagne boliviane, in un incontro internazionale, che esprime bene questo concetto, visto dal Sud del mondo:

“Io avevo quattro figli e coltivavo insieme a mio marito Pepe i nostri campi a mais e fagioli. Per la cattiva raccolta, determinata dal grano transgenico, che una multinazionale aveva regalato a lui e ad altri contadini per sperimentare i rendimenti e per l’impossibilità di avere il prezzo dell’anno precedente, Pepe si suicidò. Non avevo il diritto di ereditare il campo e per questo mi recai come bracciante da mio cognato, al quale toccò in eredità il campo. Durante il primo anno di vedovanza il più piccolo dei miei figli, che aveva solo qualche mese di vita, morì per diarrea. Qualche mese dopo morì la mia figlia maggiore e non si è mai capito di quale malattia, oppure di sfinimento, dato che lavorava come me nei campi ed aveva solo otto anni.
Fu poi la volta del mio secondogenito che prese il morbillo e non aveva nessuna difesa immunitaria, almeno così dissero al dispensario. Quell’anno si presentò Compare Paco che tutti conoscevano molto bene per la sua ricchezza fatta commerciando coca. Mi offrì di andare in montagna a coltivare coca, mi avrebbe regalato lui un campo e così il mio figlio superstite ed io avremmo potuto sopravvivere. Lo guardai dritto negli occhi e gli dissi un secco no”.
Nella sala della conferenza, che si svolgeva in una città del nord del mondo, e dove le parole di Rachele erano state ascoltate in un silenzio assoluto, una signora, visibilmente sconvolta, si alzò e quasi urlò: “Ma che madre sei? perché non ci sei andata?”.
“Rachele, senza avere neanche la forza di sollevare lo sguardo, continuando a contorcere il manico della sua borsa di pezza, rispose semplicemente: “Perché sarebbe morto tuo figlio!”.
(Testimonianza di Rachele, una donna delle montagne boliviane, a un convegno internazionale su “Droghe e Sud del mondo”; da Il drago e l’agnello di G. Martirani, Ed. Paoline).

Vivere l’inter-culturale

Le civiltà che noi conosciamo sono il prodotto dell’incontro di molteplici culture. Nel Medio Evo nella penisola iberica, cristiani, musulmani ed ebrei vivevano in pace sul medesimo territorio e là fiorì la letteratura, l’arte, la medicina, la filosofia e la matematica. Vivere l’interculturale è ascoltare l’altro, non per dare a lui una risposta o per giudicare se dal nostro punto di vista quello che lui ha detto è vero o non vero, ma è creare una relazione, senza sapere dove questa ci porterà. Per la velocità del rimescolamento delle persone e delle idee si realizza l’incontro delle culture, che può fortemente controbilanciare gli effetti negativi della globalizzazione economica. È la prima volta nella storia umana che uomini e donne di tutto il mondo possono incontrarsi. Questo ci trova tutti impreparati ed è forte la tentazione di eliminare le differenze per stabilire relazioni di dominio e dichiarare l’altro inferiore per la nostra superiorità tecnologica: è il dramma del modello di sviluppo del Nord o di qualche nazione che insieme si arroga il diritto di decidere la sorte del mondo attraverso accordi (G7 e G8). Oggi l’omologazione culturale è un pericolo per l’umanità.

“L’umanità è uno stock di differenze genetiche e, anche se noi ignoriamo il senso profondo di queste differenze, si può fare l’ipotesi che questo sia una garanzia per l’autonomia della specie umana nelle differenti geografie dove i suoi membri sono chiamati a muoversi; è anche una garanzia di autonomia culturale della specie umana senza la quale non esiste un’azione diversa possibile. Ogni tentativo per ridurre queste differenze, per imporre un unico modello è una forma di genocidio che può avere molte forme e che da un certo punto di vista indebolisce l’autonomia della specie umana nel suo insieme”. (C. Raffestin, Pour une géographie du pouvoir ).

Vivere l’inter-religioso

La scienza e la tecnologia, le organizzazioni mondiali, le migrazioni dei lavoratori e la fuga di milioni di disoccupati, senza parlare dei turisti, rende l’incontro delle culture e religioni inevitabile e indispensabile… I nostri problemi attuali di giustizia, ecologia e pace esigono una comprensione reciproca dei popoli, impossibile senza dialogo.
Vivere l’interreligioso è vivere l’incontro con l’altro senza una agenda prestabilita. Ogni questione può essere messa in discussione, anche gli stessi punti di vista dei dialoganti. Ciò richiede una enorme fiducia e l’inizio del dialogo non è la rimozione delle diverse opinioni per ridurre tutto ad un unico principio. L’interreligioso è l’incontro senza alcuna pretesa di arrivare a delle conclusioni, secondo un programma prestabilito. Il dialogo comincia mettendo sinceramente in discussione le mie certezze, dopo aver scoperto che non c’è nulla di assoluto e di solo in questo mondo. Se io non ho dei dubbi, se la mia opinione è già stabilita, se presumo di avere la verità completa, non avrò bisogno di dialogo. Il dialogo non è un mezzo o un punto di arrivo, ma un esercizio di tutta la vita. Non dà mai alcuna risposta definitiva, c’è sempre posto per degli interrogativi, correzioni e continuazioni. Resta sempre aperto ed è mai definitivo. Il dialogo è in se stesso un momento religioso ed è una autentica manifestazione di religiosità. Non ha lo scopo di portare solo al divino, ma anche all’umano e libera la spiritualità dalle rigide strutture dottrinali e crea nuovi collegamenti che vanno al di là dei limiti tracciati nelle religioni.

«Le religioni sono vie differenti e convergenti verso il medesimo punto; che importa se prendiamo strade diverse, se poi arriviamo alla stessa destinazione? In realtà ci sono tante religioni quanto gli individui. Dopo molti studi ed esperienze io sono giunto alla conclusione che:

- ogni religione è vera
– ogni religione contiene degli errori
– io amo tutte le religioni come amo il mio induismo.

Tutti gli uomini ci devono essere cari come i nostri parenti. Una venerazione verso le altre fedi è la stessa verso la mia. Per cui non è possibile pensare a una conversione. Non credo a coloro che parlano agli altri della loro fede, soprattutto per convertire. La fede non ama essere raccontata, ma essere vissuta e allora si espande da sola» (Gandhi).