1989 Salsomaggiore / Un parroco lavavetri

“PRETIOPERAI QUALCHE ANNO DOPO”
Convegno nazionale 1989

Interventi personali (7)


Sono andato a lavorare a quarant’anni per mantenermi con le mie mani.
Non è stata una decisione ideologica, ma condividendo la vita con Gianni Manziega e seguendo la ricerca dei Preti Operai italiani e dei preti del Prado, mi son trovato “condotto” per questa strada.
Dopo aver molto cercato un posto di lavoro, sono stato assunto come lavavetri da un’impresa di pulizie. Lavoro con gente semplice, ma non per questo i rapporti sono sempre semplici: che un prete, un parroco, decida di lavorare in un’impresa di pulizie vuoI dire che ha deciso di spretarsi, di sposarsi. Questo giudizio l’ho sentito su di me per parecchi anni. E’ stata una “spogliazione” più dura di quella di passare dal clergyman alla salopette.

Il lavoro ha avuto una conseguenza diretta sul mio modo di fare il parroco: la limitazione del tempo da mettere a disposizione della parrocchia mi ha imposto una verifica dei miei impegni; così mi son reso conto che molte attività erano di carattere sociale: l’affiancamento a famiglie in difficoltà, l’organizzazione di attività di quartiere culturali e ricreative, il collegamento con strutture e servizi pubblici, ecc.
Se il tempo è poco, devo spenderlo in ciò che riguarda direttamente il religioso: e questa è stata la seconda spogliazione. Rinunciare al supporto di una funzione sociale mi ha fatto perdere in immagine presso la gente e in gratificazione; e mi ha posto davanti alla domanda: cosa resta di un parroco se gli si tolgono le motivazioni sociali della sua presenza?
Di qui si è imposta per me una riscoperta del “religioso”.
Sono fortunato perché nel mio lavoro, dalle 6 alle 8 del mattino sono praticamente solo, con il mio semplice, anche se pesante, lavoro manuale. In questo spazio ho la possibilità di pregare.
Spesse volte riprendo qualche versetto del salmo che ho letto a casa prima di partire. Rimastico lentamente, e insieme con i vetri, anche la mia vita guadagna trasparenza.

Talvolta arrischio di dare la precedenza, nei miei pensieri, alle “cose da fare”, ma so che questo è secondario; so che prima viene il cogliere la presenza dello Spirito di Dio che sta rinnovando la vita.
A questo punto vorrei dire che il mantenermi con le mie mani mi ha reso evidente quanto spazio e quanta possibilità di ricerca si trova quando ci si mette fuori dagli schemi del Concordato. Possibile che non ci si renda conto quanto esso sia angusto e centrato sull’autoconservazione del clero?

Altri due aspetti della mia vita sento segnati dal mio lavoro manuale e dipendente. Innanzitutto mi sono aperto ad un rapporto molto più sciolto con le persone e in particolare con la donna. Mi son reso conto che ero molto intriso di un senso di possesso.
Il secondo aspetto è sentire l’importanza di un impegno per la pace e la mondanità. Da “uomo dei vetri” mi sento in rapporto un po’ meno staccato con gli uomini e le donne del sud del mondo, partecipo alla loro lotta per affermare la dignità di ogni persona.

Mi viene ora da chiedermi cosa ne sia stato del mio esser prete dopo questi dodici anni di lavoro e ripenso a quello che ha scritto Paolo di Tarso: “Le cose che prima per me avevano valore, ora le ritengo da buttar via. Tutto è una perdita di fronte al vantaggio di conoscere Gesù Cristo, il mio Signore. Io non sono ancora arrivato al traguardo, non sono perfetto, continuo però la corsa perché sono stato afferrato da Cristo Gesù”.
Neanche lui avrebbe accettato di star dentro al Concordato!

Gianni Fazzini