Dal diario della Tinaia

Testimonianze



Fatti di normale vita quotidiana,

dal 1979 al 1990, con qualche variante

 

Insieme a Giacomo, il prete che mi ospita da sette anni, sono andato a vedere la “Tinaia”.

C’è una grande chiesa. Intorno un borgo, più qualche casa sparsa tra i campi. 170 persone in tutto. La canonica ha almeno 5 camere utilizzabili, ed è vuota. Il tetto tiene, la vetreria dove lavoro vicina, ed io sono stufo di essere ospite di questo e di quello. Vale la pena chiedere di andarci.

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Due ragazzi calabresi che lavorano in vetreria con me, sono venuti a stare in casa. Il peperoncino del Sud fa bella mostra di sé sullo scaffale di cucina, ed insaporisce il cibo e la vita.

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Sirio è venuto a presentarmi alla gente della Tinaia. Ci tenevo che l’investitura mi fosse data da uno di noi. Per quella ufficiale è bastata una firma su un documento scritto in latino.

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La vetreria va male. Malgrado l’impegno, le capacità, i sacrifici non riusciamo a fare pari. Gli interessi da pagare alle banche per il mutuo e per scontare le tratte della merce venduta, mangiano tutto il guadagno. Ed il. mercato non tira. Dentro di noi c’è molta rabbia e molta tensione. L’unica cosa sensata è una chiusura volontaria per cascare ritti. O smettere di pagare le banche. Ma questo va contro le regole del libero mercato.

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Con la gente della Tinaia va bene. Molti sono vetrai e li conoscevo già. Dico la messa solo la domenica, con una ventina di “fedeli”. Gli altri li incontro la sera a “veglia”, alla Casa del popolo.

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Da quando c’è la Carla la casa ha cominciato a cambiare e non solo per quanto riguarda l’accoglienza di chi passa. Prima era una casa che veniva usata, ora comincia ad essere vissuta.

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Non c’è niente di più triste di una vetreria con i forni spenti. È peggio di un cadavere. Passo a rivedere gli spogliatoi, i bagni, la mensa. Erano stati particolarmente curati quando fu costruita la nuova fabbrica. 32 docce, 12 water, i lavandini, i lavapiedi. Per 90 persone. Ora che è chiusa qualcuno dice le solite battute a bischero sciolto.

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Anche al Sindacato non fanno altro che parlare della caduta dei valori. Ed in questo gran polverone non si vede più “il valore” che ha vinto: quello del più forte. E non lo si combatte.

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Tre donne della Tinaia hanno messo su una “catenina”. Cuciono capi di vestiario per conto terzi in una stanza a pianterreno. Lavorano di più, in condizioni peggiori, al prezzo che altri stabiliscono. E questo accade un po’ dappertutto. Gli effetti della seconda rivoluzione industriale. «E speriamo che il lavoro ci sia e non arrivino i cinesi a farlo a costi minori», dicono.

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Questo lavoro di fabbro mi aiuta a pensare. Oggi la forgia tira bene e la campagna intorno è piena di girasoli. Penso a quanto sia disumano calcolare il costo del lavoro e ridurlo a merce. La cosa giusta sarebbe scambiarlo con altro lavoro. Ma anche questo è “sogno”.

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Ho sempre fidato molto sul mio corpo. È stato uno strumento utile. Ora, dopo l’incidente, mentre sono fermo a letto, scopro il limite della autosufficienza, di cui andavo fiero. Scopro quanta parte di questa autosufficienza era dovuta al lavoro, poco valutato, degli altri.

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Un’altra occupazione di fabbrica. Una grossa confezione a partecipazione statale. Un Consiglio di fabbrica molto combattivo e deciso. Ed ora deve gestire la “decimazione” ed accordarsi col “privato” che prenderà in mano l’azienda ed i soldi dello stato. Tutte le sere passo e mi fermo. Ma intorno c’è il vuoto.

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Ho passato metà della notte ad ascoltare la storia di L. Spreco di vita, violenze subìte, sbagli, continuati. Ed infine l’A.I.D.S. E dopo, che resta?

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La cucina è piena di donne. Una di Trento, due empolesi, una fihippina, una eritrea, una delle isole Mauritius. Parlano di noi uomini. Dicono che siamo tutti uguali. Sotto tutte le latitudini.

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Sono stato in seminario per parlare dei giovani operai. Ma il discorso si è allargato subito al resto. È impressionante il “vuoto” che c’è nelle menti dei seminaristi. Per loro questo “mondo” semplicemente non esiste.

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Bruno passa spesso dall’officina. Dopo 30 anni di “torniante” in ceramica e d’impegno duro nel sindacato, con la ristrutturazione del gruppo, lo hanno messo a scaricare ballini ai forni dei colori. In lui la sconfitta operaia si è come “personificata”. E quando arriva anche Osvaldo, vetraio in cassa integrazione, esercitiamo la nobile arte del vilipendio.

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Benny Nato si è fermato a dormire dopo la conferenza sul Sud-Africa. Questi momenti sono importanti per me. Mi aiutano a capire l’altro o gli altri, così diversi per colore, per cultura, per vita, per le lotte che conducono. E per i giovani del gruppo Nord-Sud questi incontri valgono più di 100 lezioni.

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È morto Natale, un vecchio vetraio della Tinaia. Comunista fin da giovane, raccontava spesso delle lotte in fabbrica alla Taddei, della sua militanza sotto il fascismo, degli incontri clandestini nelle viottole in mezzo ai campi, dei suoi sogni di allora. Ma al funerale non c’era nessuno dei dirigenti del partito. Ormai era “dimenticato”. E così l’elogio funebre al “compagno” Natale l’ho fatto io. E nessuno si è meravigliato.

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La domenica alle 9 vado a dire la messa per i vecchi della casa di riposo. I miei schemi religiosi sono completamente diversi da quelli che hanno loro, ma mi insegnano la fede “povera”. Per loro, Gesù Cristo, è molto di più di una consolazione; è l’amico che non tradisce, che non abbandona. Le donne pronunciano il suo nome con una profonda tenerezza.

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Questo mestiere mi mette in contatto con muratori, imbianchini, idraulici, elettricisti, falegnami, cottimisti. Quasi tutti lavorano in proprio. Non timbrano più il cartellino. Il risultato: molte ore di fatica e pochissimo tempo di vita. Imprenditoria diffusa!

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È morto il cardinale Benelli. Ho sentito questa morte come una perdita. Tra me e lui i rapporti sono stati estremamente chiari, senza maschere, e di reciproca stima. Quando mi disse «da ora in poi lavori con il permesso del vescovo», non fu una concessione ad uno stato di fatto, ma qualcosa di più. E gliene sono stato grato.

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Ventennale della resistenza. Sono stato ordinato prete il 29 giugno del 1966. Si è fatto festa. La Carla ha lavorato una settimana per prepararla. Il piazzale della chiesa era pieno. Tra quelli del paese, i compagni di vetreria e del sindacato, quelli del Comitato per la difesa della piana della Tinaia, gli amici di Firenze, qualche prete, qualcuno che passava per caso, c’erano 300 persone. Alle 10 di sera sono venuti quelli della Casa del popolo di Cortenuova, il paese vicino, e mi hanno portato là per bere alla mia salute. Mi hanno detto che ho fatto un bel discorso, ma io non me lo ricordo. “In vino veritas”.

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Sento molto la mancanza dei compagni di lavoro. Anche se ci incontriamo spesso al Sindacato, alle manifestazioni, agli scioperi, a veglia, non è più come in fabbrica.

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I ragazzi della Tinaia che ho conosciuto arrivando, stanno cambiando voce, e le “bambine” cominciano a darsi il rossetto. Gli anni passano come il vento. Non fai a tempo a voltarti e sei già nel prossimo. Restano i volti, e di quando in quando la brezza leggera del suo passaggio.

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Insieme al Sindacato di zona si è organizzato un incontro pubblico tra i Consigli dì fabbrica ed il cardinale Piovanelli di Firenze sul tema «Pace e mondo operaio». Il Palazzetto dello sport era pieno. Il vescovo ha fatto un discorsetto un po’ a prete, ma senza pretese. Il segretario provinciale della C.G.I.L. è stato più clericale di lui. Per fortuna c’è stato l’intervento di una operaia della Lebole, ed io avevo a disposizione il materiale del nostro convegno di Firenze, ed abbiamo parato il colpo. (Necessità della lotta interna).

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Per il 1° maggio a Empoli si fa ancora il corteo. Ci partecipo sempre. Se capita di domenica, sposto la messa al sabato sera.

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Quando mi chiedono cosa fo alla Tinaia, mi sento in imbarazzo. La risposta immediata è “vivere”. E mi sembra già tanto.

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Dopo il viaggio nelle Filippine ho dovuto rivedere tutti i miei schemi sul Terzo Mondo. Malgrado tutte le letture, gli incontri, le spiegazioni che quelli di loro che sono qui mi avevano dato, vedevo deformato, “come in uno specchio”.

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Sempre più spesso incontro operatori sociali, educatori professionali, annunciatori del Vangelo. Tutti dicono di sapere cosa è necessario fare per i giovani, per il popolo, per la Chiesa. Chi ci libererà da questi salvatori?

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Ho finito di piazzare un cancello in ferro battuto. Un grosso lavoro per me. Mentre me lo contemplo, penso con meraviglia a quello che le mie mani hanno imparato a fare. E mi sento qualcuno!

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Il gruppo giovani si è incontrato con 2 dirigenti della Camera del Lavoro. Lavorano tutti in piccole aziende artigiane: confezioni, carrozzerie, officine meccaniche. Meno di 50 ore la settimana non le fa nessuno. Quasi nessuna memoria di lotta, di movimento operaio. Come se i loro padri vivessero in un altro mondo.

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Oggi hanno processato J. Si è preso 2 anni e 2 mesi. E gli è andata bene. È di Manila e sta in casa con noi. il luccichio della nostra società lo ha preso ‘dentro’. Non riesce a capire perché di tutto quello che vede esposto, a lui non tocchino che le briciole. E noi non siamo stati capaci di oscurare quel luccichio.

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F e S. vengono qui da diversi anni. Si fermano un po’ e poi riprendono la strada. Appartengono alla grande “confraternita della Accattoneria”. Mi insegnano il gusto del provvisorio. Anche loro dicono che la vita è diventata più dura. La concorrenza aumenta giorno per giorno.

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Ho sempre combattuto la tentazione di essere leader spirituale e sociale. Però in questi anni di Tinaia mi sono accorto di essere diventato custode della “memoria” di questa gente e di saperla riflettere e rimettere in circolo. Ciò fa di me un punto di riferimento. Una “investitura” che va accettata ed articolata.

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Leggo sul volto della Carla il peso di questi anni. Le rughe hanno segnato giorno dopo giorno la fatica del vivere, dell’accogliere le persone, del mandare avanti la baracca. E mentre, con gli amici, parliamo ancora di questo, la casa ci avvolge e ci sostiene.

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Gabraith e Leteselanié mi hanno dato lezione di ballo eritreo. Così tra qualche giorno, al convegno che fanno ogni anno a Bologna, sembrerò meno orso quando la sera, finiti gli incontri della giornata, mi lascerò trascinare dal ritmo che il canto ed i tamburi danno. E cercherò di assorbire con la pelle quello che non riesco ad assorbire con la testa.

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Ascoltando gli altri parlare della Tinaia mi accorgo che quello che spesso vivo come provvisorio è vissuto da loro come uno spazio di libertà, senza inquadramenti. Questo mi fa pensare che le scelte grosse o piccole che ho fatto, siano servite solo ad incontrare alcune persone, quelle persone, e che il loro incontro abbia dato valore a tutto il resto.

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Dopo la nomina nella ‘troika’ della segreteria nazionale dei pretioperai ho avuto un momento di smarrimento. Un misto di paura, tenerezza, orgoglio. E mi sono accorto quanto del sapere e del sapore della mia vita è dovuto a questi miei compagni.

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Penso sempre più spesso a dove deve essere versato il vino spremuto dei preti operai. L’incontro dei PO europei a Basilea sul mercato comune ed i fax di Cesare mi sollecitano ancora di più.

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Alla manifestazione contro il razzismo a Firenze, c’era uno striscione portato da seminaristi e suore del Corso teologico. Ci volevano i ‘negri’ per farli scendere in piazza!

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Con la caduta del muro di Berlino anche il sacrestano del duomo di Empoli mi lancia delle battute sulla fine dei “rossi”. Finalmente ha vinto anche lui!

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D. è qui da un anno. La nostra vita si è incrociata spesso dal ‘64 ad oggi, in politica e sul lavoro. Ora, a 40 anni, sta faticosamente risalendo dal fondo. Mentre spio, con timore ed allegria, i segni della resurrezione, prego, per saper rispondere alla domanda nascosta che c’è in lui.

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Settembre 1990. Un altro inizio…

A tutte le famiglie di Avane

Mi chiamo Renzo Fanfani: sono il nuovo prete della parrochia di Avane. Il 10 luglio scorso il vescovo, dom Piovanelli, mi ha chiesto di prendere il posto lasciato da don Romano.
Ho detto sì.
Io sono un prete operaio. Di mestiere faccio il fabbro, ma ho lavorato molti anni in fabbrica. Diversi di voi li ho conosciuti lì.
Ho 55 anni. Non sono più di primo pelo. È facile che all’inizio abbia un po’ di fiato grosso.
Vi chiedo di avere un po’ di pazienza verso di me. Mi ci vorrà qualche mese per conoscervi, per fare amicizia, per capire qual è il modo migliore di servire il popolo di Avane.

Renzo Fanfani

P. S. Avane è una frazione alla periferia di Empoli. Sono circa 1800 persone. 2 insediamenti di Case popolari. Il primo negli anni ‘50, l’altro nell’85-’87. Chi sa se la “pastorale del niente” funziona lì come alla Tinaia? Al vescovo ho posto come condizione di mantenere il lavoro e l’impegno nella segreteria PO.