1995 Salsomaggiore / Resistenza all’indifferenza sessuale

32_beatoMINConvegno nazionale / Salsomaggiore 1995

Interventi


 

Vorrei intervenire in questo nostro incontro toccando un tema su cui sto riflettendo e lavorando per diversi motivi, ma la cui elaborazione è ancora molto acerba in me. Posso solo suggerire alcuni spunti con la speranza di non riuscire del tutto banale o irrimediabilmente ermetico. Non so neppure se questi miei accenni si possono collocare nell’ambito della testimonianza o dell’esperienza. Certo sono accenni di una resistenza che mi accompagna dai tempi assai lontani della comunità di Bicchio con Sirio, Rolando, Maria Grazia, Mirella. La chiamo “resistenza alla indifferenza sessuale”.
Ho pensato a questo intervento prima di conoscere il tema e i contenuti della lettera di Giovanni Paolo II ai sacerdoti per il giovedì santo 1995. Non parlo quindi, prendendo a pretesto le parole e le argomentazioni del Papa. Non ho difficoltà a dire che da sempre basta una donna a rendermi ‘debole’, perché mi ricorda la mia condizione di bisogno e la nostalgia della completezza. E da sempre ho temuto la debolezza.
Sono stato educato in seminario secondo quel prototipo della falsa forza maschile che nel vangelo è Pietro, il quale non può ammettere che Cristo soffrirà e morirà: “Questo non ti accadrà mai!”. E come Pietro – anche senza aver sentito cantare il gallo – ho pianto amaramente.
In quegli anni, giovane uomo vestito da donna, la cui massima aspirazione potevano essere la giacca e i pantaloni del clergyman (da portarsi con il collare, che segna il limite della distinzione sessuale dal collo in giù come la contemporanea moderna veste delle suore con la gonna sotto il ginocchio ne segna il limite dal sotto in su: quello che può comparire è quindi l’indistinto sessuale…); in quegli anni sono stato educato all’umiltà, obbedienza, sincerità, sensibilità, fiducia, disponibilità al perdono, pazienza; virtù che il padre francescano Richard Rohr nei “Discorsi spirituali per la liberazione dell’uomo”, da cui attingo queste intuizioni, definisce “virtù da ditta”, virtù che i capi predicano per tenere insieme l’azienda e che sono assegnate nella famiglia alla donna il cui ruolo classico è quello di tenere tutti uniti e di far sì che vivano felici e contenti.
Tutto questo può ancora andar bene! Ma il percorso era solo agli inizi. Dopo un anno del mio primo lavoro con i trattori nelle campagne, la comunità mi regalò un cappello rosso fuoco a tesa larga che portai per tutta la stagione della trebbiatura. Quel cappello me lo ricordo ancora e, dopo tanti anni, segna un lungo cammino in controtendenza segnato da una stagione intensa di lavori di manovalanza in ambienti rimasti fermi a prima della guerra, sia in campagna che in cantiere a spostare pesi immani con gli stessi attrezzi in uso al tempo delle piramidi.
Facevo parte di quelle storie quotidiane che Beppe Pratesi, prete operaio in quegli anni a Viareggio, che adesso vive e lavora nel Mugello con Lucia e 5 figli, racconta così: “Un sibilo di sirena e 130 uomini escono da un portone che dà su via Indipendenza. È mezzogiorno. Uno dopo l’altro, con la borsa logora del pranzo, si incamminano verso la mensa. La gente delle case popolari è avvezza a questo corteo e non ci fa più caso. Solo i bambini si voltano curiosi e si domandano: chi sono questi uomini così sporchi?”.
Uomini. Uomini.
Il linguaggio dei PO che descrivono la loro esperienza è tipicamente virile ed usa espressioni scopertamente falliche: “entrare in classe operaia”, “essere dentro” e così via. E il contatto con una realtà già così esplicitamente segnata dalla virilità, non può non crescere tutta una dimensione sessuata connotata da una spiccata tensione maschile. Ho in mente in questo momento tanto Sirio, ma non solo lui.
Dall’esperienza della vita operaia entrano in gioco altrettante controvirtù. Non solo umiltà, ma anche sana autocoscienza; non solo obbedienza, ma anche e soprattutto responsabilità personale. È virtù la fiducia, ma va completata con l’autenticità e con la decisione. Il perdono è importante, ma lo è ancora di più l’amore duro che, alla maniera di Gesù, chiama le cose con il loro nome, perdona ed esige reale cambiamento.
Non ci si può allora meravigliare che la Chiesa non abbia mai accettato l’esperienza dei PO, così identificata sessualmente da una ricca virilità. Tesa a rappresentare l’indifferenza sessuale (l’ideale di essere come tra fratello e sorella) quale elemento profetico della natura umana e leva di forza e di potere nella struttura ecclesiastica e non solo, la Chiesa si è scontrata con questa nostra scoperta differenza sessuale.

 

Gli anni più recenti hanno portato dentro la mia vita, come in quella di altri PO, esperienze di lavoro diverse, maggiormente legate all’attività terziaria e all’intervento sociale. Anche la presa in carico di comunità, parrocchiali e non, ha di fatto reso meno evidente lo scarto con l’atteggiamento della Chiesa. Ma lo ha forse reso più consapevole. Assunto non per reazione, o almeno non solo per reazione, ma attraverso tanti rivoli di azioni e relazioni creative. L’incontro da uomini con donne alla ricerca di una liberazione, le esperienze di solidarietà internazionale e l’incontro multietnico anche all’uscio di casa, l’abitudine a guardare la realtà da un punto di vista diverso e cioè dal basso, hanno portato a collocare la differenza sessuale, come altre differenze, nel modello antropologico di un’unica natura umana esemplificata in una molteplicità di differenze.
E questo va al di là dei modelli contrastanti sia di un dualismo sessuale maschile e femminile che di un’identicità di individui astratti (appunto l’indifferenza sessuale): arriva a celebrare la diversità come qualcosa di assolutamente normale.
E questo la Chiesa è ancora molto lontana dal poterlo anche solo prendere in considerazione. Tutta la conclamata attenzione “all’uomo” e ai diritti dei più deboli colgono un valore primario che si scontra però con una cronica difficoltà a spostarsi da un sistema unico (l’uomo, appunto) o binario (maschi e femmine, normali e handicappati, bianchi e neri ad esempio) ad un sistema multiplo che garantisca un legame nella differenza, invece di garantire costantemente l’identità per mezzo della contrapposizione o dell’uniformità. Solo questo spostamento può portare ad un autentico rispetto per tutte le persone nelle loro innumerevoli ed infinitamente concrete combinazioni di costanti antropologi- che. E la differenza stessa, anziché apparire come uno spiacevole ostacolo per la Chiesa, può funzionare come una forza creativa che dà forma alla Chiesa stessa.
Le quattro religiose nordamericane assassinate in Salvador nel 1980 e i sei gesuiti assassinati dieci anni dopo nella loro abitazione presso l’università insieme alla loro collaboratrice domestica e alla figlia di lei, danno tutti una testimonianza teologicamente identica, pur nell’unicità delle loro persone e delle circostanze del loro martirio. Come afferma Elizabeth Johnson in un articolo su Concilium 1991 da cui traggo queste considerazioni, teologicamente identica è la capacita di donne e di uomini di essere conformi alla immagine di Cristo. E l’immagine di Cristo non consiste nella rassomiglianza sessuale con l’uomo Gesù, bensì nella coerenza con la forma narrativa della sua vita compassionevole e liberatrice nel mondo, per la potenza dello Spirito. La storia del vangelo di Gesù chiarisce molto bene che il cuore del problema non sta nel fatto che Gesù era maschio, ma in quello che tanti maschi non si sono comportati e non si comportano come Gesù. Gesù predicò ed agì da una posizione sociale di privilegio maschile; e in ciò c’è un monito preciso. Anche la croce è un robusto simbolo dell’autosvuotamento del potere egemone maschile in favore della nuova umanità del servizio compassionevole e dell’aiuto reciproco affinché tutti – questa volta sì senza differenze! -, tutti acquisiscano la possibilità e la capacità di agire.
La pesantezza di tanti anni di lavoro, le lotte, le speranze ed i sogni, la solitudine e l’angoscia dell’amore duro, l’abitudine alla responsabilità personale, l’incontro sempre più assunto con l’identità sessuale e l’autorevolezza di una vita, fa sì che si lascino alle spalle dogmi, princìpi e ideologie. Il dono dell’età della saggezza è, per usare le parole di Paolo, il “servizio della riconciliazione” (2 Cor. 5). Il saggio non lotta più per un’alternativa “o - o”. È capace di vedere e di lasciare essere entrambi i lati di una questione. E di cantare, come dice ancora E. Johnson, con una poetessa americana “la differenza è un vincolo grezzo e potente…”.


Luca 8, 43 ss.


Resisti donna al pianto;
incrina e soffoca la tua voce.
Asciuga le lacrime amare
del cancro che espelle flussi di sangue
e di vita dal tuo corpo malato.

Afferra il lembo del mantello
di un uomo cercato da tutti.
Lui solo guarisce la velenosa radice
che di una malattia
fa spietata condanna a morire.

Accogli la forza che sprigiona:
dalla parola mai pronunciata,
dagli occhi che non scorgono speranza,
dagli orecchi
che non raccolgono più né inviti né messaggi.

Forza, energia divina
che si meraviglia e augura beatitudine
a chi si lascia impastare
nel pane dolce
della fede che salva. 

Luigi Sonnenfeld