1994 Salsomaggiore / La Parola e le parole

“PARADOSSO CRISTIANO NEL CREPUSCOLO DEL XX SECOLO”
convegno promosso dalle riviste Esodo, Il Foglio, Il Gallo, Pretioperai
Salsomaggiore 23-25 aprile 1994


Premesse

A. Le seguenti considerazioni, pur aspirando, ovviamente, a un certo rigore, non si configurano come un contributo scientifico: non mi preoccuperò, dunque, di segnalare i debiti e le divergenze nei confronti dei classici della tradizione teologica: dirò soltanto che la struttura generale dell’argomentazione è “liberamente ispirata”, come si dice dei film, alla cosiddetta “dottrina delle luci” (Lichterlehre) di Karl Barth, sviluppata nel tomo IV/3 della Kirchliche Dogmatik.

 

B. Intendo il tema come segue: un’indagine sul rapporto tra l’unica Parola di Dio e le molte parole umane che, nella loro autonomia e profanità, possono legittimamente essere considerate “vere”. Escludo programmaticamente il problema del rapporto tra la parola cristiana e le altre religioni. Si tratta di una questione che richiede una trattazione apposita.

 

Possibilità escluse

 

“Gesù Cristo, così come ci viene attestato dalla Sacra Scrittura, è l’unica Parola di Dio. Ad essa dobbiamo prestare ascolto; in essa dobbiamo confidare e ad essa dobbiamo obbedire, in vita e in morte”. Così si esprime la Dichiarazione teologica del sinodo di Barmen (1934), ed è questa la concezione di Parola di Dio a cui mi rifarò. In senso diretto, solo Gesù Cristo è la Parola di Dio; lo è, in senso indiretto, anche la Scrittura, in quanto si impone alla chiesa come testimonianza autentica relativa a Gesù Cristo.
Parlare del rapporto tra Parola e parole implica l’esclusione di due impostazioni del problema che, in tempi diversi e configurandosi in modi disparati, si sono presentate più volte nella storia della chiesa cristiana.

 

a) La prima sostiene che la Parola di Dio è l’unica parola vera pronunciata in cielo e in terra. Le altre parole, quelle della cultura, della scienza, dell’arte, rientrano in una di queste due possibilità: o sono, semplicemente, false (come gli splendida vitia dell’etica pagana); oppure sono forme di manifestazione della stessa parola di Dio. Insomma, le parole del mondo e della storia, se sono altre rispetto alla parola di Dio non sono vere , e se sono vere non sono altre. Ne deriva la negazione secca della profondità delle proposte etiche e culturali: o queste “parole” sono divine, o sono demoniache.
Questa forma di eresia integristica può presentarsi in una versione biblicista, in cui la Parola di Dio è massicciamente identificata con la lettera della Scrittura, in base alla quale viene deciso fondamentalisticamente ciò che va accolto in quanto divino e ciò che va respinto perché diabolico; oppure in una versione ecclesiocentrica, in cui la verità di Dio è identificata con la dottrina della chiesa, che funge dunque da criterio decisivo di riferimento.
Una variante molto frequentata di questa ideologia consiste nell’individuare una matrice direttamente o indirettamente cristiana nelle parole umane riconosciute come vere in un determinato tempo. A volte, naturalmente, la cosa è storicamente e/o oggettivamente giustificata, altre volte assai meno (cfr. come esempio particolarmente clamoroso, la rivendicazione alla tradizione cattolica, da parte del pontefice romano, dei principi della rivoluzione francese).
Evidentemente, questo punto di vista dipende da una comprensione cristianamente inadeguata della creazione e del suo rapporto col Creatore:
la profanità del creato, la sua radicale alterità rispetto a Dio, che egli stesso ha voluto, non viene salvaguardata, ricadendo così in una forma di emanazionismo.

 

b) La seconda possibilità esclusa consiste nel mettere sullo stesso piano la Parola e le parole umane, il che significa negare l’esistenza stessa di una parola di Dio assoluta e normativa: precisamente la posizione rifiutata dal Sinodo di Barmen. Nella recente storia cristiana, questa idea si è presentata spesso: oltre e accanto a Gesù, confessato come Cristo secondo la testimonianza biblica, ci sarebbero altre parole nelle quali Dio stesso rivela la sua volontà: secondo i Cristiani Tedeschi (il gruppo più coerentemente filonazista della Chiesa evangelica tedesca, nei primi anni Trenta) si trattava del ruolo della Germania, del suo capo e della razza ariana; altri hanno conferito portata rivelativa al socialismo, alle lotte di liberazione, e simili.
Oggi diverse correnti della teologia femminista rivendicano la presa di coscienza delle donne e le sue conseguenze come luogo di rivelazione di Dio; più radicalmente ancora, sono in molti ai nostri giorni a ritenere imperialistica un’idea di rivelazione centrata sul carattere esclusivo della Parola risuonata in Cristo; tolleranza e pluralismo consiglierebbero di lasciare aperta la possibilità di una rivelazione molteplice: “Dio ha molti nomi”, in cui, contrariamente a quanto ritiene Atti 4,12, vi sarebbe salvezza.
Qui occorre rilevare che il carattere unico e assoluto della Parola risuonata in Gesù Cristo non può essere fondato dall’esterno, con un’operazione apologetica preliminare rispetto alla fede; lo stesso vale per l’autorità della Bibbia come unica testimonianza normativa di tale parola. La Parola, semplicemente, si impone come tale, nella potenza dello Spirito santo; oppure non si impone, e in tal caso non è ricevuta come la Parola, ma come una delle tante parole umane. Dove essa non viene riconosciuta come criterio primo e ultimo di giudizio, siamo già nella seconda situazione. Anche in questa visione viene smarrito il rapporto tra Creatore e creatura, profanizzando il Creatore o, che è lo stesso, sacralizzando la creatura.

 

Signoria della Parola e autonomia delle parole

 

Una corretta teologia cristiana non solo riconosce, ma rivendica la profanità benedetta della creazione e dunque, per quanto qui ci riguarda, della molteplicità delle parole umane che, secondo scienza e coscienza, riconosciamo vere. Profanità significa autonomia e relatività; benedetta, perché né l’autonomia né la relatività sono sottratte alla sfera della signoria di Dio in Cristo, che si manifesta nella Parola: in questo senso, la verità delle parole umane va compresa come partecipazione riflessa alla verità della Parola di Dio; tale partecipazione non deve significare assorbimento, né compromettere l’alterità delle parole umane. Si tratta, ora, di precisare in modo più accurato questo rapporto.

 

a) La Parola di Dio che è Cristo, è vincolante, e lo è in modo tale da far apparire la normatività delle parole umane come del tutto relativa. D’altra parte, queste ultime sono vere in quanto, nella loro autonomia, partecipano, riflettendola, della verità della Parola di Dio. Per questo motivo, anch’esse sono, a modo loro (cioè: in quanto realtà profane), vincolanti.

 

b) La Parola di Dio è una; è vero che essa è umanamente esprimibile solo in chiave dialettica, ma tale dialettica non ne deve compromettere l’unicità e l’univocità (2 Cor.1,18-20). Le parole umane, invece, sono molteplici. In quanto però esse riflettono l’unica Luce, la loro molteplicità assume un carattere “sinfonico” in cui esse, nella relatività loro propria, recuperano il carattere di unità.

 

c) La Parola di Dio si propone come definitiva e assoluta mentre le parole umane sono caratterizzate da relatività temporale e spaziale; in quanto però esse riflettono la luce della Parola, la loro relatività può esprimere in modo significativo l’assolutezza di quella.
È appena il caso di precisare che le parole umane, nella loro verità, riflettono oggettivamente la luce della Parola, indipendentemente dalla consapevolezza soggettiva di chi le pronuncia: il loro contenuto veritativo risiede nell’oggettività della grazia. In questo senso, le parole umane possono anche dire qualcosa di vero e significativo a proposito di Dio; certo, esse non aggiungono nulla alla rivelazione in Cristo, ma possono esprimerne, a modo loro, alcuni aspetti, ubi et quando visum est Deo. In questa prospettiva, l’assolutezza della Parola non solo non sottrae, ma fonda e garantisce lo spazio per un autentico pluralismo delle parole.
Detto, in sede conclusiva, in termini meno condizionati dall’ermetismo del linguaggio teologico: la fede in Gesù come Parola prima e ultima di Dio è fondamento e garanzia di laicità e pluralismo. Il fatto, storicamente incontrovertibile, che le chiese cristiane non abbiano reso buona testimonianza a questo evangelo, deve certamente indurle a un atteggiamento umile; proprio oggi, tuttavia, mentre integrismo da un lato e neopaganesimo dall’altro dominano la scena, l’unica Parola di Dio in Cristo, se annunciata con autenticità, può illuminare la molteplicità delle vere parole umane che, nella loro relatività, intendono umanizzare la vita e la storia.

FULVIO FERRARIO
pastore della Chiesa Evangelica e teologo