1992 Salsomaggiore / Gli interventi dei PO

“DAI DIAMANTI NON NASCE NIENTE…”
NELLA CONDIZIONE OPERAIA:
VANGELO O EVANGELIZZAZIONE?

Convegno nazionale 1992


Sono qui riprodotti gli interventi di:

 TONI MELLONI

 

[…] La nuova situazione in cui mi trovo non è più quella della fabbrica, ma dell’inserimento in un compito pastorale. Anzitutto, devo dire, che non ho scelto io di lasciare il lavoro otto anni prima del termine della pensione. Nel mio trasferimento a Livorno era anzi previsto, almeno come possibilità, un lavoro part-time come operaio. Ma le difficoltà di trovare un lavoro in una nuova città e in un mercato poco favorevole e, insieme, le indicazioni dei superiori e del vescovo, mi hanno portato ad essere un disoccupato o, se si vuole, un prepensionato ma senza pensione. Mi trovo nella situazione di vivere alle spalle di Serafino, che è l’unico della comunità che lavora – e l’unico gesuita che ancora lavora in fabbrica.
Sento molto la differenza tra l’essere stato al lavoro in fabbrica (la condivisione quotidiana della fatica, della lotta, dell’amicizia, del confronto, della speranza: anche della rassegnazione, dell’incertezza del posto di lavoro, della costrizione, della competitività, delle ristrutturazioni); e l’essere invece fuori dalla fabbrica, e per di più in una nuova città dove non conoscevo nessuno. I rapporti con tutta questa nuova realtà nascono non sulla base di una situazione di condivisione di vita, ma sulla base di una funzione ecclesiale e sociale: prete, religioso, animatore, formatore. Era molto diverso quando eri conosciuto come compagno di lavoro; ora sei conosciuto come un prete e per di più senza gli agganci che avevi costruito prima attraverso il lavoro con tutta una realtà.
Certamente ciò che ho vissuto non è né rinnegato né perduto; è un patrimonio umano e spirituale che non potrei cancellare neppure se lo volessi; è una grazia che mi si è appiccicata alla pelle e all’anima.
Ora però emergono per me anche altre realtà e altri modi di affrontarle; ad esempio tutto il mondo degli emarginati (anziani soli, handicappati, ecc.) […]; e la vasta fascia del volontariato giovanile e adulto; e poi gli obiettori di coscienza al servizio militare, e ancora gli abitanti dei quartieri popolari che vivono il degrado delle abitazioni, dell’ambiente, dei rapporti umani. E tra tutte queste categorie di persone ci sono alcuni credenti e anche – la maggior parte – non credenti; alcuni di questi alla ricerca di Dio, o almeno del senso della ropria vita. Con queste ultime persone è necessario forse esplicitare maggiormente un discorso di formazione umana e anche di proposta di fede, che nell’esperienza operaia rimaneva più implicito e più legato alle vicende stesse della classe operaia, all’amicizia tra compagni di lavoro, alla testimonianza dell’essere come credenti e preti accanto ai compagni di lavoro, nel sindacato, nelle associazioni di quartiere ecc.
E mi accorgo che c’è impercettibilmente nella mia proposta di un cammino di fede agli altri e anche nella percezione personale della fede, uno spostamento di accento: se prima seguivo un itinerario dalla fede alla giustizia (cioè per essere veri credenti è necessario assumere un impegno per la giustizia sociale, la pace ecc.), ora mi pare di essere portato o seguire un itinerario diverso, cioè dalla giustizia alla fede: le lotte per la giustizia, per la pace sono importanti, sacrosante ma non sufficienti; è necessario andare più in profondità, trovare il senso ultimo del proprio agire sociale; cioè una fede esplicita in Gesù e nel suo Vangelo di salvezza.


ROBERTO BERTON

 

La prima cosa da dire è questa: non abbiamo ancora chiaro che, per un certo verso dovremmo fare discorsi intolleranti, estremamente violenti, dove la violenza è necessaria. In un altro contesto invece, vale necessariamente il discorso dolce, per esempio qualcuno di noi viene qua e ci parla della sua vita, della sua storia; deve essere dolce questo discorso, perché è l’esporsi di una singolarità. Le altre singolarità non possono trattare questo testo se non come la poesia di un poeta morto che anche se non la si capisce la si abita.
Non la comprendi ma è di necessità che tu non comprendi una poesia di un poeta morto. Ed è morto anche un poeta che è vivente, nel senso che se un poeta fosse qui a dire una poesia non potrebbe condividere la poesia come un vigile che spiega le regole del traffico stradale. Necessariamente deve condividere l’informazione del traffico di fronte all’utente della strada.
Quando parliamo delle nostre storie non dobbiamo pretendere che gli altri le ascoltino prendendole come loro storie, perché gli altri sono singolarità. Che cosa vale? Vale l’ascolto limitante e anche direi rovinante dei messaggi che tu dici. Pérché quando sento una singolarità che parla non posso niente altro che riciclare, non capire, mal intendere quello che dici, perché io non sono te. Allora devo rovinare il tuo bel messaggio e questo necessariamente. Il rispetto che io porto per te è quello di rovinare il tuo messaggio, nel senso che la tua storia per diventare mia, devo trattarla come un materiale, come una materia su cui lavorare.
Allora, nelle situazioni estreme, sia che proponessi la mia storia come la storia universale, sia che gli altri pretendessero che la mia storia singola diventasse collettiva, questo è l’errore di tutti i maestri. Il maestro dice la sua storia e pretende che diventi la storia di chi l’ascolta. È necessario invece un rapporto dolce, ma estremamente attivo e attento.
Rapporto dolce che è rapporto di libertà fra singolarità. Quindi rispetto, e imparo dall’altro, anche se la mia tendenza sarebbe di dire che la mia storia non è questa. Si ha l’ascolto di singolarità, che restano sconosciute, morte anche se sono vive, morte perché non posso abitare la tua singolarità, posso solo adoperarla come materiale. Lavoro sulla tua singolarità per farla diventare mia. E questa è la storia del rapporto fra culture.Dove invece bisogna che noi siamo intolleranti è quando rivendichiamo la nostra libertà come dobbiamo assicurare la libertà degli altri.
Che significa questo? Significa che non è possibile transigere sul fatto che si è liberi soltanto se ciascuno esercita la propria libertà e lascia che gli altri esercitino la propria. La confusione è questa: che io sia dolce e remissivo nell’esercitare la mia libertà e intollerante nel proporre una storia mia come fosse una storia esemplare.
Ecco, noi pretioperai siamo come un motoscafo che sbanda da una parte e dall’altra; dobbiamo chiarire che i pretioperai hanno a cuore esattamente la distinzione fra la loro storia personale e il fatto che loro reputano importantissimo l’esercizio della propria libertà, e importantissimo che questo esercizio sia assicurato a tutti.
Questi sono nodi ai quali pensare.Il primo è la duplicità fra l’evento evangelico e quelli che sono i suoi riverberi, cioè la traccia che questo riverbero ha lasciato sui muri, sulle coscienze, i testimoni che hanno scritto. Questa duplicità è molto importante perché altrimenti poi avremmo l’angoscia, che è stata chiamata l’angoscia di chi è arrivato tardi. È questa: perché non sono vissuto ai tempi di Gesù?…
Si entra nel girone infernale: dalla tradizione alla teologia, ai vangeli e avanti, avanti, ma dove nasce l’angoscia? Che non c’è niente. Perché i quattro Vangeli sono quattro, e questo plurale è molto importante. Anche la Bibbia è plurale. Non solo, questi quattro vangeli sono la sinossi di materiali scomparsi, ma non del tutto.
Cosa vuol dire allora? Che è vana la nostra ricerca di andare a trovare un testo primitivo che sia padre di tutti gli altri testi. Praticamente anche i Vangeli sono teologia. Ho letto l’introduzione di Carlo Angelino a Il canto della perla (Acta Thomae 108-113, edito da “Il melangolo”) dove si accenna ad un vangelo di Tommaso, trovato nelle grotte, che fa vedere una chiesa evangelica dove sono sopravvissuti questi vangeli ma per caso. C’erano probabilménte tremende lotte tra i membri della comunità grazie alle quali questi sono sopravvissuti, ma questo non è scandalo: è il fatto, appunto, di questa duplicità: evento evangelico e riverbero.
Questa duplicità fra evento e riverberi non implica l’umiliazione dei vangeli a teologie. Si innalzano le teologie alla dignità dei vangeli. Duplicità: è accaduto qualcosa… di cui i vangeli sono tracce.Secondo punto, quando arriva il testimone, che racconta questo. Non dico che cominciano i guai, ma il vero testimone è colui che col dito ci indica la luna ma avverte di non confondere il dito con la luna. È colui che indica questa duplicità. Questo non è semplice perché un testimone che indica la duplicità si svalorizza, squalifica se stesso perché riduce il suo dire a un dito e non alla luna.
Però può accadere di tutto, ed entra la fame del testimone. Se il testimone, se l’evangelizzatore, ha fame, sarà tentato di ridurre l’evento ai riverberi, perché altrimenti come potrebbe innestare lo scambio? Il commercio nasce da “io ti do qualcosa e tu…”, ma se indico solamente, questo non avviene.
È chiaro allora che – e se i vangeli sono teologia questo è accaduto quasi subito – in una classe di testimoni affamati il sorgere della tendenza di ridurre la Bibbia a teologia, la teologia a catechismo e il catechismo a niente, praticamente, ai famosi valori. È inutile meravigliarsi se la chiesa si comporta così perché le leggi per le quali io evangelizzatore vivo del vangelo sono le stesse per le quali uno vive vendendo automobili, ceramiche. Perché è nel prodotto finito che tu guadagni, dice il capitalismo.
Quindi inevitabilmente le persone che vivono con noi, la gente, non ha potuto altro che essere eretica rispetto a questo messaggio, perché il messaggio dato dal testimone era il messaggio che veniva da questi testimoni che avevano fatto la loro vita, e la gente si è trovata nelle mani un messaggio che era quello che era.Ecco quindi, terzo punto, l’eresia è necessaria. Per eresia intendo il fatto che chi ascolta non può assumere in proprio questo messaggio. Perché non lo può assumere? Perché viene da una condizione sociale che non è la sua. Non sono d’accordo con chi pensa che sia grave che la chiesa comandi, perché a mio parere è grave che la gente sia in una situazione bastarda, per cui è mezza obbediente, mezza disubbidiente. Perché la gente oggi non è che ascolti la chiesa, è in uno stato di eresia passiva che li fa mezzi padroni perché sono atei fondamentalmente, mezzi schiavi perché sono bigotti. Ritengo che questo fatto sia grave, il fatto che la gente abiti in questa situazione di mistura; sulla sessualità, per esempio, chi ascolta la chiesa?
Ma altro è chi elabora per sé la sua disubbidienza passando da una eresia passiva ad una eresia attiva, altro è invece chi rimane in questa situazione di mescolanza, poi nella morte tutti corrono. Dobbiamo passare ad una eresia attiva, per dire che la chiesa non è una comunità politica dove c’è bisogno di disciplina, ma nella chiesa deve valere invece il discorso delle tre libertà.
– Libertà della grazia. Ringrazio Jean il quale ha detto: “lasciare parlare Dio”, non “parlare di Dio”, complemento di argomento: “loqui de Deo”; lasciare parlare Dio. Indicherebbe una libertà della grazia, genitivo soggettivo però. Tu ti metti in una situazione anarchica rispetto al tuo creare, ma Dio può parlare. Libertà della divinità. Ma libertà vuol dire anche futuro, e il Dio cattolico non avrà un futuro!
– Libertà del singolo. Finiamola con questa obbedienza che è servilismo. Rivendichiamo la grandezza del soggetto, la dignità della gente, la libertà del soggetto, non questi eterni schiavi; noi pretioperai viviamo con gente di cui siamo preoccupati; della libertà nel lavoro e della libertà nella chiesa non siamo preoccupati?
– Libertà dell’incontro tra singolo e tradizione… La tradizione va reinventata per essere fedeli.

Libertà della grazia, libertà del singolo nella chiesa e libertà dell’incontro fra il singolo e la sua storia e la storia dell’uomo; ecco che allora bisogna rendere un omaggio alla vita singola di ciascuno, a quegli operai che vivono in quel culo di fabbriche, di cui si parlava ieri mattina. La loro storia non va battezzata. Il vero battesimo è quello di desiderio e di sangue, quello cioè che sta all’interno della storia di ciascuno, che non è una storia sacra o profana, è una storia assoluta perché è l’unica sua.
Queste tre libertà, a mio parere, deve dire il prete-operaio. Però strategicamente bisogna sciogliere il problema della fame dell’evangelizzatore; il problema della chiesa è sciogliere la fame dell’evangelizzatore perché se l’evangelizzatore ha fame riduce il messaggio dal grande angolo della Bibbia a se stesso, perché lui deve vendere questa roba. Perché la Bibbia non diventi roba bisogna che lui sia libero.
Nel contempo però che dobbiamo esercitare la libertà, la nostra vita è finita… La libertà deve essere esercitata senza guardare in faccia a nessuno, nel senso che la nostra vita è così corta che è impossibile che il regno di Dio sia affidato al fatto che io sono concime della storia. Quindi occorre riscoprire il valore assoluto della vita di ciascuno…

Ultima, sulla quale ho più dubbi, è sui rapporti fra fede e politica. Sono convinto che la religione aveva delle occasioni per dimostrare i suoi corretti rapporti con la politica… Le ha perdute. In questo senso è giusto che noi scopriamo un’etica atea, per vivere assieme nel mondo. Etica atea significa che nessuna divinità deve coprire le nostre scelte politiche, in quanto la divinità renderebbe dure le scelte politiche. Vediamo che CL fa una cooperativa di vacche e subito vede il regno di Dio. Chissà perché le vacche delle cooperative di CL devono essere più cristiane delle altre? La sacralizzazione rende assolute cose banalissime. Guardiamo per esempio le suore, fanno le infermiere come tutte, forse meglio, e subito ti mettono la vocazione da infermiera.
Nessuna scelta politica può ridurre Dio, ad un certo momento, ad essere l’idolo del villaggio, quindi tutti questi valori, questo Dio moralista che controlla i preservativi cristiani se funzionano, sono sciocchezze… E poi, il dono della divinità che governa il senso della nostra morte ridotta a controllo morale. Però qui c’è da pensarci, perché sembra che le religioni siano utili perché fanno sì che ci vogliamo bene.
Dobbiamo stabilire invece che la politica è un’arte della giustizia con la quale tutti i beni devono essere divisi nel mondo in parti uguali, però con le regole del dialogo e del rispetto reciproco, senza coinvolgere divinità del villaggio. L’esistenza di Dio cosa ha garantito sul fatto che i cattolici fossero più civili dei non cattolici? Non ha garantito niente. Stabilire piuttosto il fatto che forse la divinità, (però questo è già un discorso che appartiene alla libertà di cose che accadono, ma non mentre ne stiamo parlando), appartiene alla cifra del rapporto con la morte, la morte come cifra personale della mia solitudine.
Però allora noi come testimoni dobbiamo sapere che stiamo facendo un discorso di cose che non accadono mentre noi ne stiamo parlando, e non accadono nei termini in cui ne stiamo parlando. Può darsi che quel discorso sulla divinità in relazione alla singolarità sia in relazione al discorso di quando qualcuno annuncia cose che accadranno in categorie, in tempi, in modi che non sono quelli della comunicazione sociale.
Del resto questo accade già nell’amore, nella poesia, nell’arte, quando la comunicazione crolla sul fatto che ciò che tu vedi non appartiene alla comunicazione, ma non perché sia indicibile, ma perché appartiene all’immediatezza, e l’immediatezza non è dicibile; essa è.


MARIO SIGNORELLI

 

Da molti anni si parla di evangelizzazione, soprattutto quest’anno in riferimento alla evangelizzazione forzata di 500 anni fa, avvenuta con l’invasione dell’America. Si parla di una nuova evangelizzazione. Vorrei collegare questa tematica al vissuto. Più che parlare di evangelizzazione amerei parlare di Vangelo, perché il regno di Dio c’è già, si tratta solo di scoprirlo. Esso è un tesoro nascosto che non è proprietà di nessuno. L’azione del cosiddetto “evangelizzatore” è quella di scoprire nelle persone, negli avvenimenti e nelle speranze di liberazione quello che già c’è. È fare come Michelangelo, che vedeva la figura nel marmo prima di scolpire. Per questo mi sento più discepolo che maestro: non mi sento un contenitore pieno che deve riempire degli elementi vuoti. Le carte vengono rimescolate perché siamo tutti pieni e tutti vuoti, sulla linea della pedagogia degli oppressi: educazione intesa come prassi di libertà, entrando in un mutuo apprendistato della fede a partire da scambi di esperienza, partendo dal principio che in ciascuno c’è un tesoro nascosto.Lasciarsi coinvolgere per arricchirci a vicendaIn questi mesi insieme ad un gruppo abbiamo organizzato un corso di educazione alla pace e alla nonviolenza, articolato in momenti di dibattito, di lezioni e in momenti di training, dove si fanno degli esercizi che servono a sciogliersi gli uni verso gli altri, a lasciarsi condurre dall’altro per una mutua e reciproca comprensione e fiducia. Li trovo estremamente positivi perchè mi abituano di fronte a qualsiasi persona a mettermi in un atteggiamento di ascolto, come propedeutica alla accoglienza di Dio. Mentre si sta parlando, qualsiasi altra cosa, pensieri, preoccupazioni non devono esistere. Silenzio e calma, staccare il telefono: chi mi sta davanti ha il diritto di essere ascoltato.

È il momento di Dio

Vent’anni fa quando sono diventato prete, nel bollettino diocesano avevo scritto un articolo di presentazione della mia ordinazione intitolato: “E i poveri sono evangelizzati”. Quella frase dopo tanti anni oggi la cambierei con la beatitudine: “Beati voi poveri, perché vostro è il regno dei cieli”. È la scelta di campo e di ambito.
Si parla tanto di volontariato, lavoro con comunità; attorno alla solidarietà sono nati affari di grandi e piccole dimensioni. Moltissimi si sono buttati in questi problemi e le parrocchie sembrano dei servizi sociali del comune. La solidarietà è diventata una professione, il tutto è monetizzato come il ministero sacerdotale con l’otto per mille.
Il problema che si pone nella scelta di campo è il “come stare con” e il “come essere con”. La carità è l’apertura agli ultimi, non è una professione, ma è un sistema di vita che modifica il mio essere, mi mette in crisi e stravolge tutti i miei programmi. Una cosa è “fare la carità ed aiutare” un’altra cosa è “vivere con”, dividendo il mio piatto, la mia casa, il mio tempo perché diventi il nostro piatto, la nostra casa e il nostro tempo. Ed è qui che avviene la simbiosi, che non avverrà mai quando noi deleghiamo ad altri. È un po’ quello che avviene tra madre-padre e figlio: la nascita di un figlio sconvolge tutti gli equilibri creandone altri, la coppia ne è trasformata e diventa altra cosa.
L’incontro con le realtà e con le persone ti fa diventare altro e se non avviene significa che ti senti un contenitore pieno, autosufficiente. Su grande scala questo atteggiamento ha prodotto nella chiesa dei grossi disastri, soprattutto nel campo ecumenico, perché ognuno pensa di avere la ragione dalla propria parte. Nel campo dell’incontro con le religioni e culture le chiese cristiane hanno grossi torti, esse hanno portato e imposto la loro cultura che è quella occidentale, vivendo la missione come l’espansione pura e semplice del sistema ecclesiastico. Quando qualcuno ha tentato strade alternative è stato immediatamente stroncato e fatto entrare nei canali istituzionali.
Fatte queste premesse, ripensando al titolo del convegno: “Vangelo o evangelizzazione in condizione operaia”, lo completerei in “Vangelo in un contesto di liberazione”, che presuppone un annuncio che sia di speranza in una condizione che deve essere liberata.
Pertanto ci vuole una presa di coscienza della situazione con la conoscenza dei meccanismi che opprimono la dignità delle persone.
Assistiamo a uno sviluppo di nuove povertà dovute al meccanismo perverso dello sviluppo di oggi che elimina migliaia di persone, riducendole ai margini, perché non più produttive.
Oggi vale ciò che produce e se qualcuno ha il passo lento non serve: i rami secchi vanno tagliati. Perdita di lavoro, mancanza di case, solitudine di migliaia di persone, soprattutto di fronte alla propria sofferenza, quartieri dormitorio, martellamento continuo dei mass-media che ci costringono a pensare in un dato modo, la violenza sulle nostre città rese invivibili, la violenza sull’ambiente, i nuovi razzismi, la monetizzazione di ogni cosa, la creazione di nuovi bisogni indotti, le persone trattate come numeri (e questo lo avvertiamo negli ospedali, dove diventi un oggetto da analizzare e l’unico interlocutore diventa la macchina che analizza).
Una società tecnologica senza cuore. Il tutto visto in funzione del profitto: famiglie distrutte e figli abbandonati a se stessi con l’ingresso nel mondo della droga che sta massacrando quartieri interi; la politica intesa come rapina e non come servizio. Una corsa verso l’Europa, si dice, ma è una corsa verso la ristrutturazione dei profitti, come se il Nord fosse l’unico ad esistere, vivendo sullo sfruttamento dei tre quarti dell’umanità costretta a sostenere lo sviluppo dei pochi.

Il tutto è ridotto a massa e numero. Vorrei leggere un brano tolto dal “Libro delle Stirpi” del poeta maya Chilam Balam de Chumayel:

“Fu soltanto per il tempo folle
che entrò in noi la tristezza,
che entrò in noi il cristianesimo.
Perché i molti cristiani giunsero qui
con il vero Dio,
ma quello fu il principio della nostra miseria,
il principio del tributo,
il principio dell’elemosina,
la causa dell’emergere della discordia occulta,
il principio delle lotte con armi da fuoco,
il principio dei soprusi,
il principio della spoliazione di tutto,
il principio della schiavitù per debiti,
il principio dei debiti accollati,
il principio dell’alterco continuo,
il principio della sofferenza.
Fu il principio dell’opera degli spagnoli e dei padri,
il principio dell’uso dei cacicchi,
maestri di scuola, controllori fiscali…
I poveri non protestavano
contro chi li schiavizza a piacer suo,
l’Anticristo sulla terra, tigre dei popoli,
gatto selvatico dei popoli, sfruttatore del povero indio.
Ma verrà il giorno in cui giungeranno a Dio le lacrime
dei suoi occhi, e la giustizia di Dio
scenderà di colpo sul mondo”.
Chi più ne ha ne metta nell’elencare queste situazioni; e se andiamo sul versante ecclesiale assistiamo a una spaventosa crisi in cui la fede sta diventando rara.
Forse è giunto il tempo di ascoltare la voce dei profeti: la profezia oggi non manca, forse ha cambiato modo di presentazione, utilizzando dei canali insoliti;
essa passa attraverso la voce di coloro che non hanno voce,
di coloro che non contano nulla,
di coloro che esistono solo come numeri,
del silenzio.
È il deserto che deve parlare, perché è dal deserto che nasce un popolo nuovo. “In quei giorni si scioglierà la lingua dei muti e il deserto ritornerà a rifiorire”, così dice il profeta.
Le nostre città pur essendo un “casino continuo” sono ridotte a deserti, non si sentono più le voci delle vittime. Le nostre chiese fanno risuonare queste voci? Forse è il tempo del silenzio degli “addetti” per lasciare spazio alla voce della profezia. Per il Vangelo il povero non è uno dei tanti argomenti, fa parte della sua essenza, perché è a partire dal povero che il Vangelo si mostra ciò che è, buona notizia di liberazione.
Ripartire dagli ultimi: questo è il partire con il piede giusto.
In un libro di Sirio, “Antico sogno nuovo”, si parla di una celebrazione attorno al fuoco, dove una prostituta viene invitata a parlare: è lì che racconta la sua storia e tutta la comunità è in ascolto.
Ed è in questo contesto che nasce un progetto nuovo di evangelizzazione:
“Ti ringrazio Padre, signore di tutto l’universo, perché hai voluto far conoscere a gente povera e semplice quelle cose che hai lasciato nascoste ai sapienti e agli intelligenti. Sì, Padre, così tu hai voluto”.
Progetto che si basa su mezzi semplici: “non portate né borsa, né sacco, né denaro, né sandali; quando entrate in una casa dite ‘Pace a voi’. Se vi è qualcuno che ama la pace, riceverà quella pace che gli avete augurato”. E questo significa ritornare alla semplicità, al contatto umano, utilizzando mezzi e metodi alternativi a quelli dei “lupi rapaci”, che utilizzano la pubblicità, la violenza, la megalomania, come se tutto fosse una grande azienda, passando al di sopra delle persone.
Privilegiare il piccolo e le piccole realtà, dove il contatto è più semplice e dove l’attenzione nasce spontaneamente.
Noi pretioperai siamo fatti per questo, non per grossi contesti dove tutto è organizzato, affidato a riviste, giornali, dibattiti, tavole rotonde, computers e più che preti ci si sente dei direttori di azienda.
Noi vogliamo essere la goccia che penetra, che ha pazienza e col tempo sfonderà la roccia.
Avere la pazienza di aspettare, perché dopo aver lavorato, siamo sempre dei servi inutili, convinti che quello che conta non è il fare cose grosse, ma poche e significative, che privilegiano il gesto e il contatto.

BEPPE SOCCI

 

Il titolo del convegno a me è piaciuto molto: “Dai diamanti non nasce niente…”: dove però i puntini stanno al posto di quella frase che dice: “dal letame nascono i fiori”. Dentro questa storia del letame io metterei il Vangelo e l’evangelizzazione; anche perché il letame è una cosa viva, che fermenta, che fuma quando viene tolta dalle stalle: c’è speranza che qualcosa ci nasca.
Vorrei così fare la mia piccola teologia del letame: piccola, perché io presumo di essere un teologo da strada, nel senso letterale del termine. Ripensavo, dunque, al mio letame, a quello che aveva significato per me, nella mia vita.
Il primo letame che mi sembra di aver scoperto nella mia vita, e dal quale credo che sia nato qualcosa di buono, è la scoperta del Gesù di Nazaret, che feci tanti anni fa: questo aspetto della vita di Cristo che era rimasto così rimosso (e mi sembra che sia ancora rimosso) da tutta la realtà ecclesiale; i famosi trent’anni di silenzio, di nascondimento, la vita di lavoro, Gesù carpentiere… Scoperta che avvenne grazie anche alla lettura di alcuni libri (penso a Come loro di R. Voillaume); ed allora cominciai a ‘farneticare’ e a dirmi: questa è la mia vita, questa è la mia strada.
Questa è stata una buona dose di letame, attraverso la quale è nato dentro me il desiderio di essere prete, ma in quella maniera; da qui la grossa fatica per convincere poi il mio vescovo che questo letame, che questa realtà del Gesù di Nazaret meritava di essere raccolta.
E dopo il percorso di tutti questi anni, ancora oggi mi fa gioia ripensare a Gesù di Nazaret: ritrovo lì le radici di un percorso che mi sembra tuttora valido, pur attraverso i cambiamenti, i modi diversi nei quali ognuno di noi esprime la ricchezza e la diversità delle maniere concrete di viverlo: nella condizione di operaio, o di contadino, o di artigiano; nell’enorme difficoltà dei licenziamenti, della cassa integrazione, in questi scontri così duri e violenti con le leggi del mercato del capitale.
Insomma, mi pare che il Gesù di Nazaret sia una grossa ricchezza: veramente una grossa partita di letame molto buono. Uno degli elementi che pesano sulla storia dello chiesa: questa storia del Cristo che nasce in quella capannina, come si vede nel cartoncino stampato per il nostro convegno.Il secondo letame che ho conosciuto è stato la fortuna enorme di avere incontrato i contadini la prima volta, quando sono andato a lavorare nel ‘68: l’incontro con questa gente che ci accolse (sia me che l’altro prete, Beppe Pratesi) in maniera veramente straordinaria; e l’accoglienza, l’amicizia, la vita insieme per due anni come braccianti agricoli, sono state un arricchimento teologico fortissimo: la revisione delle cose che avevamo imparato in seminario, una rielaborazione, una pulitura, una riconversione…
Poi l’incontro con i pescatori; poi con gli operai…: insomma, questa realtà del mondo del lavoro, che io avevo tanto desiderato e che per me rappresentava un sogno straordinario da realizzare, realmente è stata una ricchezza grandissima. Ma tutta questa realtà rimane tagliata via dall’attenzione degli “esperti”: il luogo teologico dove si scopre Dio, dove si pensa Dio, dove si ragiona su Dio, sono le università o sono i tavoli di lavoro? Per tutti noi, credo, è molto bello avere scoperto Dio là dove uno pensava manco ci fosse. Mentre la quasi totalità della chiesa, appunto perché contano i diamanti, non valorizza assolutamente questi due letami. E così mi spiego perché la chiesa italiana non abbia colto niente – direi – della nostra vita: appunto perché non ha l’attenzione alla realtà di Gesù di Nazaret. Per cui anch’io dovrò morire senza vedere un vescovo, un solo vescovo, in Italia, che faccia la scelta di vivere con il lavoro delle sue mani.All’interno di questi due letami mi pare di avere percorso una strada in cui Vangelo ed evangelizzazione si mescolano in maniera così particolare che non mi riesce bene di districarli; è tutto un grande mescolio per cui anche adesso, che da diversi anni viviamo (io con Rolando e Luigi; e prima c’era anche Sirio) un rapporto istituzionale con la realtà di due parrocchie, non mi riesce di distinguere. È una lotta continua per mettere insieme quelle briciole di Vangelo che sono essenziali; per vedere di stuzzicare, di provocare; per far sì che l’evangelizzazione sia Vangelo e perché il Vangelo diventi anche, in qualche modo, evangelizzazione. Però rimangono forti queste due tensioni: il riferimento a Gesù di Nazaret, in maniera radicale, pericolosa perché mette in crisi le certezze…; e la sintonia con la condizione operaia – pur non vivendola più -, il cercare il luogo dell’incontro con Dio là dove magari nessuno pensa che ci sia.
Insomma, io tento tutti i giorni di mettere insieme queste cose e mi pare che così facendo si mescola tutto, avviene una simbiosi… Questo fatto di Gesù di Nazaret come chiave di lettura, come modo di essere dentro la vita, manda subito il Dio-forte a carte quarantotto; e l’ascolto rivolto soprattutto alla realtà umana, l’incontro attento con chiunque incontriamo nella nostra vita… Allora mi pare che da questo letame venga fuori la possibilità di vivere un Vangelo e un’evangelizzazione che perlomeno non siano sospetti.

 CARLO DEMICHELIS

 

La relazione di Piero e Luigi ci ha dato un campione molto significativo della fabbrica da noi oggi; che rimane il terreno specifico della condizione operaia, anche se è limitativo ridurre tutto alla fabbrica: in contesti diversi è altrettanto “operaio” il salariato agricolo o il pescatore.
Dopo varie vicende nei primi sette anni, da più di quindici sono nel mondo FIAT, attualmente nel gruppo Gilardini, una realtà di componentistica auto (sedili). Oggi le nuvole all’orizzonte sono ormai dense e noi in particolare siamo solo un piccolo “satellite” destinato a seguire l’evoluzione del “pianeta”. La FIAT non va bene, perde quote di mercato, e l’apertura di Melfi non potrà che significare chiusure al nord. Conviene di più far lavorare altrove, anche se non tutto è lineare: sui piazzali di Chivasso ci sono state nelle settimane scorse (e forse ancora ci sono) 5.500 vetture della “nuova 500” fatta in Polonia, che hanno bisogno di sostanziose revisioni e restauri prima di essere messe sul mercato.
La fonderia di Voghera, la Breda, la FIAT…, ciò che incontriamo sempre più attorno a noi, ci dicono di un decadere della condizione operaia, di un impoverimento crescente, non sempre economico, ma sicuramente una debolezza, un’insicurezza sempre più grandi. Altro che gli operai che non ci sono più!
Piuttosto ci sono interrogativi che emergono con forza e che dovrebbero avere risonanza qui tra noi, pur non essendo questo l’unico “luogo” in cui tentare risposte:
– quali sono stati i motivi reali che hanno portato la classe operaia e le sue organizzazioni allo “sbando” attuale?
– cosa ha determinato nel sindacato la debolezza e i compromessi attuali?
Dico questo pur essendo uno che ritiene ancora – nella mia modesta realtà di base – che essere rappresentante sindacale sia utile; riduttivo tanto, sovente molto vicino all’assistente sociale, ma comunque qualcosa che se lo si abbandona è anche peggio.
Questa è la nostra vita, questa è la vita della gente. E proprio a partire da questa concretezza mi sento un po’ a disagio con chi discute invece dei massimi sistemi, sembra avere le chiavi per porre dubbi, interrogativi di fondo (che sono pur sempre utili) ma anche per formulare ipotesi a livello di pensatori o fare affermazioni di portata universale.
Non ho mai avuto né progetti grandiosi né programmi di intervento con l’aiuto di esperti qualificati; non mi sono mai illuso di cambiare le cose. Così come non so se la laicizzazione debba o no ancora cominciare. So di essere una briciola nella storia e nello spazio, ma ho solo questa briciola da vivere e sono convinto che è preziosa. Certo le cose di cui sono convinto, quello che cerco di vivere, sono il prodotto di tanti condizionamenti, alcuni vicini nel tempo, altri che si perdono nei secoli e nei millenni. Anche la mia fede non è pura, anche il Vangelo così come l’ho ricevuto e come cerco di viverlo è segnato da chissà quante mediazioni e compromessi. Ma Dio è più grande, Dio va aldilà di tutto questo; e il suo amore raggiunge me, i miei compagni e anche quelli che stanno dall’altra parte della barricata. E chi sono io da pretendere di capire se ho bisogno di Lui o se il modo in cui l’ho ricevuto sia il migliore?
Questo non vuol dire allora che tutto va bene. Anzi, esattamente il contrario. Con tanti limiti, con tante zone d’ombra, ho capito che proprio a causa di Gesù e del Vangelo ci si imponeva e ci si impone di schierarci, di esserci e soprattutto di continuare ad esserci. E questo non è solo qualcosa di mio; è qualcosa di nostro, senza la pretesa di essere i primi della classe.
Mi ritrovo così pienamente nelle cose che diceva Gianpietro Zago, di cui vorrei riprendere una frase: “a noi sta a cuore la fedeltà al Vangelo e la fedeltà alla storia, al cammino degli uomini e delle donne: questo ci rende più sensibili a come può essere la presenza del Vangelo oggi, senza per questo diventare unici interpreti del nostro tempo”. “Sensibili a come può essere la presenza del Vangelo”, che vuol dire correre il rischio anche dell’evangelizzazione, come offerta libera e liberante; non certo “per favorire – cito Zago – una pratica religiosa scaduta o scadente”, ma “per favorire un’obbedienza al mistero, cioè un’introduzione al percorrere le strade aperte al venire di Dio”.
Così anche il piccolo tentativo, che procede da vent’anni, di vivere con un gruppo di cristiani il cammino e il rischio della fede, non è l’aver trovato il modo giusto e definitivo di ritrovarsi come chiesa. Una comunità con tanti limiti, che vorresti e sogneresti diversa, ma è quella che concretamente ti ritrovi e la accogli come un dono e come un impegno.
Il testimone: io, noi come testimoni siamo questa piccolissima presenza da vivere, se Dio ce lo concede, nel tentativo della fedeltà; sapendo che anche noi contribuiamo alle infedeltà della chiesa, ma senza davvero più nessun interesse a dare battaglia affinché tutti i profeti vadano a lavorare o a fare confronti sul sacro e sul profano. Tentiamo di restare gente tra la gente, capaci di accompagnarci con chi ci sta accanto, magari di porre con la vita più che con le parole qualche piccolo interrogativo; disponibili se è possibile al servizio e all’amore più gratuito, senza misurare risultati di nessun genere.
E, prendendo una riga di Gianpiero e una di Turoldo, vorrei finire con questo verso poetico:

“e affiancandoci nel cammino…
attraversiamo insieme il deserto”.

 ANTONIETTA POTENTE

 

[…] Da troppo tempo l’incarnazione era diventata beneficenza, e la resurrezione una semplice e inerme attesa di speranza: due misteri frantumati, che invece dovrebbero essere correlati: cioè incarnazione intesa come queste lunghe doglie del parto – come direbbe Paolo – per la resurrezione.
Mi viene in mente Bonhoeffer quando nella sua Etica parla di osare: osare nella storia, osare la pace, osare la resurrezione; osarla là dove si è, nella realtà di Voghera, alla Breda, alla FIAT, o da qualunque altra parte. Continuare ad osare qualcosa in un contesto, che è ben concreto, con dei volti concreti, eccetera.
Allora mi sembra chiaro che cosa sia l’evento di cui parla la seconda relazione: è l’incarnazione. L’evento è lasciare che la nostra carne sia profondamente segnata dall’incarnazione degli altri, di tutti coloro che vivono all’interno di questa storia. E quindi con gli altri osare.
Mi viene in mente l’espressione che usano i rabbini: “le doglie del parto del Messia”: cioè il Messia non è un arrivato, ma è uno che nel momento in cui è arrivato continua in questa lunga passione insieme al suo popolo.
E noi non possiamo scrollarci di dosso questo evento, questo mistero. Come suggerisce l’immagine ebraica della gloria, che non è un’immagine del trascendente, ma è – e lo dice il termine ebraico stesso – qualcosa di simile a una mano, un peso che sta sopra il popolo di giorno e di notte. E nessuno può toglierlo e chi tenta di toglierlo tradisce questo mistero.
Così certe scelte nella nostra storia sono le scelte di chi decide di non scrollarsi di dosso questo peso; come non lo decidono i poveri e tutti coloro che vivono in questa quotidianità: ricordiamo Giobbe… E chi siamo noi per scrollarci di dosso questo mistero, questo evento?
E qui mi pare si leghi bene all’incarnazione quell’altro termine che è la resistenza. Resistere: penso che l’opera di Dio nella storia sia solo questo: continuare ad osare, nonostante tutto, questo nuovo della storia […].


 NICOLINO BARRA

 

C’è una frase nella relazione su Vangelo ed Evangelizzazione che collega i sacramenti col “quotidiano”. Vorrei cominciare proprio da qui, perchè mi sembra che i sacramenti messi in relazione solo con il “quotidiano” si ritrovano con una certa parzialità di giustificazione. Li vedrei meglio situati nel terzo percorso “Vangelo, Evento…” (dove invece la Chiesa sembra indicata solo come momento di verifica dei vari cammini). Collocare i sacramenti in rapporto al vivere quotidiano e/o al vivere in Chiesa comporta sottolineature delicate che si fanno errori se diventa no scelte esclusive. I preti impegnati in luoghi dove urge per lo più evangelizzazione, e tanto più se lo sono a tempo pieno, corrono in proposito alcuni pericoli su cui vorrei fermarmi.
Il primo pericolo è che i preti evangelizzatori si portano dietro, dentro, e giustamente, una forte nostalgia dell’apparato sacramentale. Io credo che l’evangelizzazione porti con sé strutturalmente un certo digiuno sacramentale, non sto a precisare, faticosissimo per un prete che è nato e vive nei sacramenti. Ma chi prende la via dell’evangelizzazione deve in qualche modo prescindere dal momento sacramentale celebrato – anche qui non sto a precisare – pure se le realtà umane che incontra sono cristiane, sono teologicamente ben qualificate all’interno del disegno della salvezza, e terminano di loro natura nella Chiesa e nel sacramento (anche di fatto, prima o poi, meglio prima che poi).
Il secondo pericolo del situare i sacramenti in rapporto con i valori naturali senza sviluppare il rapporto ecclesiale è di trovarsi, bella ironia, ad essere i gestori del sacro naturale, intendo per esempio quel vago senso del divino che di suo, in mancanza di altri elementi, è ancora equidistante dalla fede e dal magico, come quando la prima percezione di un’ingiustizia è ancora equidistante dalla vendetta e dal perdono.
Terzo pericolo del celebrare in rapporto col naturale ed insufficiente rapporto ecclesiale è di spingere la Chiesa verso la segmentazione, nel senso di fratturazione. Dove cala la preoccupazione comunionale, faticosa quanto altro mai, per una più facile ma micidiale polarizzazione. E in più con una sacramentalizzazione che copre tutto e il contrario di tutto, in cui non sarà grande consolazione il fatto che noi operiamo “a sinistra”.
Dico queste cose, e io stesso sono un sacramentalizzatore, perché sono parroco. Ma per intanto faccio un passo indietro e qui tra noi mi limito ad osservare che l’aspetto dell’azione sacramentale è rimasto molto in ombra nella relazione e nella nostra riflessione in genere. Dovremmo parlarne un po’ di più, sia pure sotto il segno zodiacale di una ricerca prevalentemente evangelizzante. Del resto anche nelle indicazioni dei vescovi italiani c’è il recupero del momento evangelizzante a fianco prima e dentro il sacramento, e queste indicazioni mi sembrano particolarmente interessanti.
Vorrei quindi fare due proposte:1. Io ritengo che nella rivista bisognerebbe aprire una specie di “sezione zero” sull’identità del preteoperaio, perché le nostre identità sono molteplici: ci sono quelli che fanno evangelizzazione nelle fabbriche, quelli che hanno un’ispirazione di tipo monastico, i monaci urbani alla Charles de Foucauld, quelli che sono in parrocchia, chi rivive atteggiamenti secolari (nel senso di non ordine religioso), chi è richiamato dalle moderne povertà; e non è una lista chiusa, per grazia di Dio.2. Servirebbe poi aprire una sezione sui rapporti tra PO – sacramenti – chiesa locale – parrocchia. Non dimentichiamo che una delle innovazioni più importanti del Concilio fu la scelta strategica della Chiesa locale. Le cappelle private sono state abolite, ma se non troveremo interessanti le celebrazioni sacramentali “avanzate” non possiamo lamentarci se vediamo rifiorire i cappellani della Regina.


 SANDRO ARTIOLI

 

Premetto che so di portarmi dietro il marchio di quello eternamente incazzato o quello del sovversivo di professione. Da diciotto anni lavoro come fabbro saldocarpentiere alla Breda (oggi Ansaldo), avendo scelto di non fare il delegato ma pretendendo ugualmente di fare politica esattamente da quella collocazione. Mi porto addosso quindi l’oggettiva pesantezza di questa sfida che credo possa rendere più che legittimo il permanere di una costante rabbia di fondo.
A chi mi conosce potrà risultare anomalo il mio intervento, perché in genere, negli altri incontri, sono sempre intervenuto sulla condizione operaia, perché è l’aggressione principale che subisco. Le cose che voglio dire questa volta sono diverse perché è da un po’ di tempo che sono attraversato da domande che mi chiedono di collocare quello che da anni sto facendo in un contesto più grosso. Se è vero che ciascuno di noi, nel suo quotidiano, agisce nel “micro”, arrivano però dei momenti, nella storia, nei quali ci attraversano domande epocali da cui non possiamo sfuggire.
Si sta consumando questo secondo millennio della cosiddetta era cristiana, e sembra che la storia sia arrivata ad una sorta di fine. Io respiro in giro la sensazione che i tentativi di dare alla storia una sua direzione siano arrivati al termine e con essi si sia dimostrata vincente, secondo le logiche della selezione naturale, quell’indirizzo della storia dell’umano che oggi sta imperando e sta dominando. Siamo arrivati al termine della storia, ormai c’è solo da assistere ai dispiegamento planetario di quel modo di costruire l’umanità, di quel modo di concepire il mondo che si è dimostrato l’unico vincente, il meno peggiore, si dice, dei mondi possibili.
Diventano patetiche in questo clima tutte le voglie di mantenere ipotesi che questo mondo possa essere altro da quello che è. Come diventano patetici i richiami che il mercato possa essere subordinato in qualche modo al rispetto dell’uomo. Il mercato, la tecnica, il capitale vivono per motore proprio, agiscono per dinamiche interne loro, sono fini a se stessi. Si ha quindi questa immagine: che si è arrivati ai termine della storia e che non c’è più nient’altro da aspettarci. Quando si parla allora di “nuovo ordine mondiale” occorre ricordare che è esattamente quell’ordine mondiale che è omogeneo a questa “soluzione finale”.
Il terrore che mi viene quando sento parlare, in questo contesto, di “nuova evangelizzazione” è che il problema non sia nient’altro che questo: come la vecchia evangelizzazione era funzionale ed omogenea al vecchio ordine mondiale con i suoi conflitti, con le sue polarità, adesso, di fronte a questa nuova sfida, occorre una nuova evangelizzazione che sia omogenea a questo nuovo ordine.
È doveroso quindi avere un’immagine precisa di cos’è questo nuovo ordine mondiale che tutti ci aspetta. In esso una porzione di umanità sarà costretta a difendere il proprio livello di consumo, spacciato per benessere, dall’assedio del resto maggioritario dell’umanità a cui questo livello di consumo è negato perché non può essere spartito.
Dentro questo quadro perché gli uomini al nord del mondo possano continuare a vivere, sarà necessario innescare un processo di rimozione di massa sulle cause che permettono loro di godere i privilegi del consumo. Senza questa rimozione coscienziale di massa non sarà possibile continuare a sopportare di vivere qui. Assisteremo quindi all’affermazione del principio di indifferenza come l’unico principio in grado di salvaguardare lo standard di vita al nord del mondo e i conseguenti interessi della sua economia. Sembra che il microprocessore di questo principio di indifferenza ce lo stiano già inconsciamente istallando nei computer dei nostri cervelli. Infatti c’è sempre più difficoltà a coltivare l’orrore per quello che succede: nei luoghi dove solo qualche anno fa andavo in campeggio – penso alla Yugoslavia – stanno succedendo cose orrende, e lentamente ci stiamo abituando a conviverci. Riusciranno a convincerci di non avere più pietà di niente e di nessuno. Questo è il futuro “nuovo ordine mondiale” che ci stanno costruendo. In esso la guerra (fatta con tutte le armi) sarà un elemento endemico e costante. Quella fatta con le bombe in Iraq e in Yugoslavia ce la ritoveremo sempre, ora qui ora là. Quella poi fatta con l’abbandono alla deriva, come in Africa, non sta già facendo oggi più notizia.
Ci sono domande serie sulla reale possibilità di un terzo millennio “umano”. Di fronte a queste domande occorre sentire che tutte le altre, comprese quelle sul destino o su1 futuro del Dio cristiano, possono apparire sfizi lussuosi. Ogni domanda sul Dio cristiano non può non essere attraversata da queste domande epocali. Questi duemila anni sono stati duemila anni di un’era cristiana, in cui il Dio cristiano è stato costretto a mostruosi connubi con questa storia: e le sorti del Dio cristiano non sono così facilmente scindibili dalle sorti di questa storia.
La domanda seria è se questo Dio, che appare nel Vangelo, non sarà per caso travolto dal disfacimento di questa millenaria storia, nella quale lui è stato mescolato, col pretesto (o con l’alibi) dell’incarnazione. È giusto provare a chiedersi sinceramente se il Dio cristiano ha ancora qualcosa di serio da dire, di credibilmente serio, a coloro che, sconfitti dall’esito di questa storia, non si rassegnano a convivere con i “mostri” e conservano la speranza di un’altra storiaPer arrivare a noi.
La nostra esperienza di pretioperai ci mette forse in condizioni migliori per capire che la possibilità di un terzo millennio “umano” capace di contenere anche una possibilità di futuro per il Dio cristiano dipenderà dalla capacità di lasciarsi purificare da un “filtro” a cui non si potrà sfuggire.
In fondo il senso ultimo della nostra scelta è stato quello di provare a guardare la storia dall’altra parte, quella che sta sotto. È probabile che questa non sarà più una scelta facoltativa o tipicamente vocazionale di qualcuno, ma sarà l’unica scelta possibile: perché le uniche parole etiche, politiche, e religiose veramente nuove verranno fuori solo da quella porzione di umanità che ha ancora bisogno di avere delle speranze, che ha ancora bisogno di cercarle, queste parole.
Al di fuori da un radicamento serio nei sotterranei di questa “altra umanità” non sarà più possibile produrre parole etiche, politiche e religiose vere. In particolare, fuori di qui, ogni parola religiosa sarà sempre più bestemmia e sempre più prostituzione sacra.Da un po’ di tempo mi sento attraversato da una domanda contenuta nel Vangelo: “verrà il momento in cui i veri adoratori adoreranno Dio non su questo o su quel monte ma in spirito e verità”. Non so se questo “momento” sia soltanto la tappa individuale di qualche vita o se per caso fosse previsto anche il “momento” epocale in cui ciò si sarebbe imposto. Senz’altro c’è qualcosa di mostruoso nell’aver fatto diventare Gesù – il profeta della fine delle religioni – il fondatore di una di esse tra le tante.
Occorre chiedersi se la forma “religione” sia ancora proporzionata alle sfide poste dall’improbabilità di un terzo millennio umano.
Bonhoeffer si era posto, in carcere, questo problema, chiedendosi se fosse possibile un cristianesimo non religioso. E pensare che questa domanda scaturiva in lui semplicemente dalla constatazione che nessuna religione si era opposta efficacemente contro la guerra che lui e milioni di uomini stavano subendo…
Quali reazioni “religiose” potremo noi aspettarci di fronte alle guerre congenite al nuovo ordine mondiale ci è già dato di verificarlo oggi. Sembra quindi che le forme storiche delle religioni siano inadeguate a giocare un ruolo serio nella possibilità di costruire un terzo millennio umano. Esse continueranno a scorrere parallelamente al disfacimento dell’umanità, offrendo unicamente una sponda consolatoria a coscienze sempre più angosciate da ciò che saranno costrette a vedere.Io mi lascio interrogare da queste cose, e non vedo vie di uscita facili: da una parte mi danno fastidio le uscite elitarie camuffate da profezia, e dall’altra mi disturbano gli eterni compromessi giustificati con la fedeltà “alla base”.
Noi preti operai abbiamo qualcosa di specifico da dire?
Gli unici punti di riferimento che io riesco per ora ad intravvedere sono quelli che ricavo dalla prassi politica che ho lentamente maturato:
Primo: è importante varcare la soglia di aver capito che, sotto il monopolio di un mostruoso apparato burocratico quale Cgil-Cisl-Uil, i lavoratori non vanno più da nessuna parte se non allo sfacelo.
Secondo: occorre quindi visibilizzare la capacità dei lavoratori di realizzare forme concrete di autorganizzazione, riappropriandosi della voglia di giudicare e di agire.
Terzo: fare tutto questo in modo tale che il riferimento costante sia la massa dei lavoratori e la loro progressiva emancipazione. Per quanto mi riguarda io intravedo in questi tre elementi alcuni spunti trasferibili, per analogia, sul fronte del religioso.


 GINO PICCIO

 

[…] Un tale ha scritto che ad una certa età nella vita le persone cercano su tre spiagge dei momenti di sogno, di riposo, di serenità: sono le tre spiagge della musica, dei colori e della favola (o della parabola). Io tendo alla terza spiaggia: mi piacciono molto le favole, perché sprigionano il senso del desiderio, del sogno, dell’inedito, fanno pensare oltre…
Una favola dice che un giorno un vecchio monaco va a fare una lunga passeggiata lungo un sentiero: e trova una traversa dove è indicato: “casa della felicità”. Guardando, un po’ curioso e un po’ sospettoso, vede una casetta là in fondo; ma non ci va, torna indietro e finge dentro di sé di non aver bisogno di questo. Il giorno dopo rifà la stessa strada; e quando arriva all’indicazione, la guarda con insistenza, ma non la segue. All’improvviso, vede seduto al crocicchio tra la stradina e il sentiero un mendicante. Sorpreso, si fruga nelle tasche per cercare se ha qualcosa da donargli; ma quello gli dice: “non ti preoccupare, tieni pure quello che hai; siediti un momento qui con me: da te ho bisogno solo di una cosa: dammi le tue paure”.
[…] È vero che viviamo in un mondo nel quale impera sempre più il non senso dell’esistenza e l’incapacità di progettare il futuro. Io mi sono fatto delle domande che vi voglio proporre: il cammino della giustizia (che poi si traduce in altri termini: solidarietà, ecc…), il cammino dell’amore (che poi si traduce in accoglienza, libertà, uguaglianza, condivisione), in nome di chi li presento? Voi, scusate, in nome di chi li presentate?
Un docente universitario, facendo la prima ora di lezione agli studenti del primo corso, poneva tre domande, pregando gli allievi di rispondere scrivendo in stampatello e senza firma per non essere individuati. Le domande erano: qual è il valore più grande in cui tu oggi credi? Qual è la fonte del tuo valore? Qual è il valore che tu intendi attuare?
Io penso che evangelizzare sia presentare la fonte; e che il problema sia con quanta correttezza uno è capace di presentare la fonte, presentare il Regno, presentare i misteri, presentare Gesù Cristo. E perché penso questo? Perché Gesù Cristo è stato la fonte della mia esistenza e lo è ancora e suppongo che lo sia anche per voi.


 ROBERTO FIORINI

 

Ho ascoltato con attenzione i vari interventi e vorrei, almeno con qualcuno, entrare in dialogo in modo che vi sia un intreccio e un incontro nei discorsi.
Parto dai “sotterranei della storia” indicati da Cesare quale punto di vista obbligato se non si vuole che il pensiero sorvoli ed eluda le condizioni oggettive della vita. Tre riferimenti mi pare possano essere utili.
Innanzitutto ricordo il fatto a voi noto del mio lavoro in manicomio per dieci anni. Ne sono rimasto coinvolto, colpito, segnato. È giusto che sia così: ciascuno porta lo stigma del lavoro che fa. Ora mentre agli inizi della mia esperienza, quando la classe operaia era forte e vi era un movimento in avanti, tutta quella realtà di angoscia, disperazione e mancanza di speranza, pareva circoscritta dentro i muri dell’istituzione totale, ora mi appare terribilmente diffusa, presente in maniera capillare.
La conoscenza diretta di quello che Simone Weil chiama il “malheur”, cioè l’infelicità, la sventura, quale presenza simultanea del dolore fisico, della sofferenza morale e dell’emarginazione sociale, è per me diventato luogo inevitabile ed obbligato per le mie domande. I sotterranei popolati da storie che appaiono senza vie di uscita sono una permanente interrogazione della fede.Un secondo riferimento, molto contingente. La scorsa settimana, nella festa del 25 aprile sono stato invitato a parlare in piazza a San Benedetto Po, storica culla del socialismo mantovano. È stata per me l’occasione per leggere alcune lettere della resistenza italiana ed europea ed anche delle lettere di tedeschi da Stalingrado. I partigiani condannati a morte, ormai privi dì ogni illusione per la sopravvivenza personale, manifestavano le cose più preziose, quelle che si dicono alle persone amate nelle ultime ore che rimangono. Mi hanno colpito la dimenticanza di sé, la tensione nell’affidare i compiti ai propri cari, indicando valori sostanziali per la vita, e, soprattutto, la forza di coscienze che avevano la certezza di aver operato ciò che è giusto. Una forza per la maggior parte non derivata da un pensiero religioso o dalla fede nella risurrezione. Ma una forza vera, quella di chi sa di aver compiuto qualcosa di assolutamente doveroso. In contrasto, gli scritti dei soldati tedeschi, prossimi alla sconfitta a Stalingrado, esprimono, nel crollo di ogni illusione, l’amara e talvolta disperata consapevolezza dell’inutilità del proprio destino. Anche nei sotterranei della storia si consumano i fallimenti più totali come le scelte che portano in sé l’energia data dal compimento di ciò che è giusto.Infine desidero evocare un’immagine che mi accompagna da un po’ di tempo in qua. Me l’ha suggerita W. Benjamin che, a sua volta, l’ha colta da un quadro di Paul Klee: l’Angelus Novus. L’angelo ha il volto rivolto al passato, ma con le sue ali distese irresistibilmente attratto verso il futuro. Il suo sguardo è fisso sulle rovine e tragedie della storia, mentre il futuro che gli arriva dalle spalle diventa passato. L’Angelus Novus rappresenta un modo di vivere nella storia. Viene affermato, con tutta la forza di chi proviene da una cultura ebraica, l’irrompere del futuro; mentre si proibisce di distogliere lo sguardo dalle rovine e dalle sventure che si accumulano nel momento in cui il futuro, diventando presente ci sorpassa, allontanandosi rapidamente come passato.
È con questo sguardo che mi soffermo sui 500 anni di conquista ed evangelizzazione dell’America. La mescolanza di religione e spada hanno provocato qualcosa di orribile e di osceno. Nell’editoriale del n° 19/92 di Pretioperai vengono riportati alcuni dati sulla ecatombe, probabilmente il più grande genocidio mai avvenuto nella storia. Questa tragedia incalza e sottopone a critica qualunque discorso che riguardi il vangelo e l’azione storica della evangelizzazione. Ogni rimozione è gravemente colpevole.
Nella Bibbia il dolore umano, la distruzione della vita, non vengono snobbati; rappresentano, invece, una costante che diventa interrogativo lacerante che superando tutte le mediazioni si rivolge direttamente a Dio. Il grido che emerge dal dolore di Giobbe lacera le teorie ortodosse degli amici teologi. La sua potenza è tale da chiamare in causa lo stesso Dio. Anche in Geremia le interrogazioni sconfinano nella bestemmia. Mentre i salmi di lamentazione sono appello assillante a Dio proprio nell’esperienza dell’abbandono di Dio.Mi pare vada preso assolutamente sul serio Bonhoeffer quando parla della tribolazione di Dio nella vita del mondo. Anche filoni della tradizione ebraica e le riflessioni dopo Auschwitz si muovono su questa linea. Così pure Simone Weil, coscienza sensibilissima alla crisi del XX secolo, individua nella kenosi la verità della discesa di Dio e della sua venuta.
A questo punto vorrei riferirmi un istante a Roberto Berton il quale nel suo intervento ha sottolineato come il passaggio dal vangelo all’incarnazione abbia rappresentato per l’occidente un principio di assolutismo e di violenza. Se sul piano storico l’incarnazione è stata “usata” come strumento per divinizzare ciò che è semplicemente umano, dal punto di vista della rivelazione del vangelo l’incarnazione significa che Dio ha scelto per amore di diventare Giobbe. In Gesù Dio assume fino in fondo i destini umani, quelli che si consumano nei sotterranei della storia, negando qualunque spazio all’immaginazione del divino pensato come prolungamento della grandezza umana. La cifra dell’incarnazione rivela la sua verità nel Dio crocifisso, il cuore stesso del paradosso cristiano. La rinuncia con la kenosi alla forma divina da parte di Dio fa venire alla luce la grande tentazione, cioè la divinizzazione di ciò che è umano, ovvero l’arrogarsi l’assolutezza e la gloria di Dio. Mi sembra che le narrazioni delle tentazioni di Cristo siano la prefigurazione delle tentazioni delle chiese, le quali nel cedimento della caduta, diventano figure dell’anticristo. E ogni potere umano, laico o religioso che sia, anche lo stato quindi, quando rivendica per sé la pretesa dell’assolutezza, nel tentativo di incorporare la dimensione divina, affonda in una perversione radicale nella quale tende a trascinare quanti vi sono sottoposti.
L’incarnazione di Dio, la sua discesa nelle regioni di Giobbe, la sua condanna sulla croce, sono rottura e discontinuità rispetto ai poteri umani a cui viene sottratta ogni assolutezza ed ogni pretesa di essere istanza ultima.
Fu proprio il rifiuto di prestare ossequio al divino assimilato da Cesare e dalle sue istituzioni a determinare l’accusa di ateismo contro i primi cristiani.Alla luce di queste considerazioni, tornando ai 500 anni, a me pare che oggi sia impossibile per la chiesa testimoniare il vangelo se non attraverso la forma dell’autoconfessione. Questo significa che se è giusto che a ciascuno sia richiesto, quando si accosta a Dio, di far l’esame di coscienza e di chiedere perdono, così è doveroso ed inevitabile che la stessa cosa venga fatta dalla comunità e dalla istituzione. Una istituzione impenitente quella che sa solo celebrare le proprie vittorie e i propri successi, rifiutandosi di riconoscere le proprie responsabilità storiche. E quella a cui manca lo sguardo dell’Angelus Novus perché l’occhio è reso miope o è prigioniero per la caduta nell’autocelebrazione.
È appena da notare che i vangeli si possono considerare come testi di autoconfessione: la fedeltà di Gesù emerge sullo sfondo delle infedeltà dei discepoli. Confessione pubblica e normativa non solo perché avvenuta, nella fase costituente della comunità cristiana, ma perché si avvale della garanzia di essere Parola del Signore.
Per analogia nell’ordine della fede si può e si deve dire che quanto più una chiesa è disposta a confessare le proprie infedeltà e le colpe storiche commesse, tanto più lascerà trasparire nel mondo la forza della fedeltà di Dio.