1989 Salsomaggiore: relazione introduttiva


“PRETIOPERAI QUALCHE ANNO DOPO”
convegno nazionale dei pretioperai
Salsomaggiore 22-25 aprile 1989


La relazione introduttiva della segreteria uscente

 

“Invano ho faticato, per nulla
e invano ho consumato le mie forze”
(Is. 49,4)

“Mio padre mi diceva:
c’è a chi tocca dare il proprio sangue
e c’è a chi tocca dare le proprie forze;
perciò, finché possiamo, diamo la forza”
(Rigoberta Menchù)

“Quando si è posto mano alla pazzia,
la razionalità più consigliabile è
cercare di essere pazzi del tutto”
(Sirio)

Potremmo immaginare un dialogo che corre sul filo dei secoli e copre distanze lontane. E ascoltare queste tre voci che in successione ci parlano.
Il servo di Jahvè, quella figura che diventerà riferimento di eccezionale importanza per l’interpretazione della vicenda e del mistero di Gesù di Nazareth, pronunzia una parola che, almeno in qualche momento della nostra vita di PO, è diventata interrogazione dura, come un pungolo che lascia la ferita: “Invano ho faticato…?”.
E poi Rigoberta, india guatemalteca, rappresentante di un popolo vinto fin dalla conquista spagnola, ci confida uno dei segreti di quella sapienza popolare che la dominazione non ha potuto far scomparire: “… finché possiamo, diamo la forza”.
E infine Sirio, che parla di noi e a noi, aprendo il numero zero di Pretioperai, evocando quella strana sapienza nominata da Paolo che si presenta sotto le spoglie della follia.
L’accostamento di queste tre parole, oltre che offrire un discorso che suggerisce una profonda logica interiore, evidenzia l’intenzione nostra di mettere in luce tre aspetti fondamentali per il lavoro di riflessione che ci accingiamo a fare. Innanzitutto, la radice biblica dalla quale la nostra fede attinge l’attestazione del continuo venire di Dio e l’orizzonte di senso nel quale questa nostra vita si colloca.
Inoltre, vi è la tensione, che sempre ha guidato la nostra ricerca, a collegarci culturalmente ed esistenzialmente con i “sotterranei della storia” sfidando le regole della “macrostoria”.
E vi è poi la via concretamente seguita, quella di Sirio e la nostra; cioè la scelta e gli anni trascorsi nel lavoro che hanno fatto di noi tutti dei pretioperai.

Con questa relazione Gianni ed io riconsegniamo all’assemblea dei PO il mandato ricevuto nel 1983.
Senza la pretesa di rappresentare il pensiero di tutti o di voler dire una parola sui singoli punti indicati nella proposta di preparazione al convegno, offriamo questo contributo in assoluta libertà, consapevoli della parzialità del punto di vista che esprimiamo.

Il titolo “Pretioperai: qualche anno dopo” suggerisce ad un tempo la pluralità delle esperienze, delle parabole personali, e l’unità del fenomeno al quale per lunghi anni abbiamo dato vita.
Dinanzi a noi sta l’interrogativo serio e inevitabile se sia possibile, e come sia possibile, una ricombinazione delle pluralità che si esprima in maniera feconda, non residuale, quasi per forza di inerzia. Su questo è importante che nel convegno ci si manifesti in maniera assolutamente libera e rispettosa, col massimo sforzo di onestà intellettuale.
Le dimissioni della segreteria hanno anche il significato di lasciare campo libero al discorso di tutti, senza posizioni precostituite.
Quell’interrogativo ne presuppone un altro che si rivolge al cuore stesso di ciascuno di noi. “The day after”, il giorno dopo una lunga stagione che ci ha visti impegnati come PO, qual è l’intuizione, l’idea-forza alla quale ancora ci ispiriamo? Gli anni trascorsi hanno stemperato o irrobustito quel nucleo vitale che ci ha condotto per una strada tanto inconsueta per un prete?

Chi siamo diventati?

 

È un racconto che ciascuno deve a se stesso, prima che agli altri.
Ci accomunano almeno due svolte risultate determinanti nella nostra vita. L’essere diventati preti e l’ingresso nella condizione operaia. Il fatto che a distanza di tanti anni ci troviamo qui, indica quanto l’una e l’altra siano state cariche di futuro. I chiaroscuri, le esitazioni che nel tempo possono essere intervenuti sui due fronti, e soprattutto le reciproche interferenze, non intaccano la sostanza del fatto, cioè dell’essere e riconoscerci come pretioperai. Anzi, proprio dalla originalità della nostra esperienza unica, dalla tensione critica determinata dalle due polarità vissute, dal filtro operato dall’abbondante sofferenza che ha accompagnato la nostra esistenza in questa duplice e totalizzante esposizione, può essere nato un frutto buono per noi e da offrire umilmente anche ad altri.

La prima svolta è quella di essere diventati preti.
Per noi ha significato una adesione profonda a Gesù Cristo, alla sua vita e al suo vangelo come rivelazione di Dio e come notizia lieta per il mondo. Una adesione pubblica e ministeriale nella comunione cattolica.
Pensiamo che per tutti noi il ministero sia decollato in maniera “normale”. Ma proprio nell’esercizio di tale ministero si è sentito nella nostra pelle quanto la figura del prete, l’immagine sociale offerta alla gente, la condizione di finanziamento legata al sacro e alle erogazioni statali… esprimessero una “forma” ministeriale ristretta e discutibile proprio alla luce del vangelo. Una tale forma appariva a noi particolarmente angusta e appesantita soprattutto nel confronto con quanti vivevano la condizione operaia.
Si può dire che per tutti noi fu proprio la volontà di fedeltà al ministero a costringere allo strappo con la precedente esperienza.

Ed ecco la seconda svolta. Il lavoro manuale e il bisogno di ripartire da zero per imparare un mestiere, gran parte delle energie e del tempo impegnate in operazioni che non hanno nulla di sacro, quindi in condizione assolutamente laica, l’esperienza della dipendenza e della soggezione a logiche assurde senza la possibilità di reazione adeguata, l’appartenenza oggettiva ad una classe, la partecipazione soggettiva alle lotte ed agli strumenti di difesa dei lavoratori… e poi la storia di questi anni.
Con questa seconda svolta due figure eterogenee, cariche di simboli, appartenenze, culture, quotidianità tanto diverse cominciano a coesistere nella medesima persona.
In questo incontro-scontro è avvenuto un processo di destrutturazione e la faticosa ricerca-attesa di una nuova identità. Ad illuminare questo passaggio può servire un brano che riassume un pensiero della Arendt:

“L‘agire e la storia portano inevitabilmente l’uomo fuori di sé, nel mondo delle cose e del rapporto con gli altri individui, introducono dunque un momento distruttivo, di dispersione e di disordine, di perdita e di smarrimento della propria individualità, del terreno sotto i piedi, delle tranquille sicurezze in cui si è passivamente installati.
Questo momento distruttivo (…) sancisce un passaggio fondamentale da un ordine, quello presente del mondo, che viene negato, ad un altro ordine, fondato su elementi di appartenenza e di radicamento altrettanto reali, ma inerenti ad una nozione di realtà molto più ampia e stratificata di quella storico-sociale o semplicemente fattuale (…) e soprattutto non più legata al singolo, ma dipendente dal gesto e dalla parola, dalla comunicazione e dalla pluralità, dall’azione…” (Boella L.,
L’eccesso di Hannah, Il Manifesto, 13.4.89).

Ebbene, che è avvenuto di questo processo che ci ha visti soggetti? Qualche anno fa lo chiamavamo incarnazione, farsi uomini. Ma quale uomo è emerso da questa destrutturazione e ristrutturazione?
E, in riferimento alla prima svolta della nostra vita, che ne è del prete, cioè di quel “dato di partenza” esposto per anni ad una pressione continua, un vero e proprio lavoro ai fianchi, per usare un termine pugilistico?
E’ possibile che abbia subìto un logoramento tale da modificarne i connotati essenziali, oppure, in quella condizione limite, il suo nucleo vitale ne è venuto fuori rafforzato e in miglior evidenza?
Certo la “forma” precedente è esplosa. La miscela di vino uscito dalla spremitura di questi anni ci ha costretti a cambiare otre. Una trasformazione umana, spirituale, di linguaggio, …è avvenuta in noi. Ce ne accorgiamo quando ci capita di stare assieme a preti del presbiterio: davvero siamo diventati profondamente diversi.
Al seminario di Verona sui ministeri così si esprimeva Rizzi dopo aver seguito i nostri interventi:

Gente che non dice ‘ho voglia di andare’, ma è andata. Sono narrazioni, non solo progetti di vita.
E’ avvenuta una rottura ed una ristrutturazione dell’io: una nuova identità è da questo ‘essere per gli altri’. E’ una esistenza ‘compromessa’. Una presenza che fa tutt‘uno con la propria identità”
(Bollettino di collegamento dei PO, 2/86, pag.30).

Questa compromissione, l’essere impigliati in situazioni molto concrete, limitate, parziali ed anche costrittive, fa sì che la nostra vita sia inevitabilmente caratterizzata dalla incompiutezza e dalla frammentarietà. Non è un tutto equilibrato e pieno. E tuttavia ciò che conta è che anche una vita frammentaria lasci percepire la compiutezza di un progetto (cfr. Bonhoeffer, Resistenza e Resa, Cinisello Balsamo, 1988, p. 25).
Su questo è utile ascoltare un passo delle riflessioni dei PO lombardi sugli incontri regionali nell’anno in corso:

1. Ogni PO ha la sua identità.
Tutti hanno il diritto di essere accolti così come sono.
Nel nostro ritrovarci dobbiamo accoglierci così, senza tante storie, garantendoci uno spazio in cui (almeno lì) la nostra identità viene riconosciuta, aiutata a svilupparsi un po’ anche nel confronto con le diverse identità altrui.
Forti identità,
identità umili,
stanchezze e povertà,
formano oggi il dato di questa unica esperienza di prete operaio, la cui base comune è la ricerca.
2. (…) scoprire l’essenza delle parabole dei singoli.
Occorre che ci aiutiamo a riscoprire ciascuno la parabola personale che, se non capisci, non capisci tutto il resto: “se non capite questa parabola, come potrete capire il rimanente?”
(Pretioperai n° 7, p. 9).

Qualche anno dopo

 

Il tempo, il tanto tempo trascorso, ha lasciato in noi e tra noi il suo segno, come è giusto e come accade a tutti. E assieme, tutta una serie di eventi esterni, oltre che determinate scelte personali, hanno portato modificazioni non trascurabili. Ci sono pensionati e prepensionati, disoccupati, chi ha lasciato il lavoro per svolgere attività sindacale e formativa, che è ritornato in fabbrica, chi continua senza interruzione alcuna…
In fondo questi spostamenti sono gli stessi che si registrano tra gli altri lavoratori. Ci sarebbe da stupirsi se tra noi non fossero avvenuti.
Le singole regioni si sono impegnate a presentare una scheda aggiornata sui PO in questo convegno.
Ora conviene assumere il fatto che non ci sono nuove “vocazioni” che seguano la strada da noi intrapresa. Pensiamo che su questo occorra ragionare molto onestamente e realisticamente.
Ebbene, bisogna dirci chiaro e tondo che noi non ci siamo mai strutturati in maniera tale da vincere il tempo ed andare oltre la nostra generazione. I carismi personali non superano lo spazio di una vita, nè possono farlo, a meno che da essi non sorga una istituzione o vengano fatti propri da una istituzione esistente. Inoltre la figura del prete-operaio comporta per sua natura un preciso intervento istituzionale: il prete nasce solo da una ordinazione da parte della gerarchia. Può essere operaio prima o diventarlo poi, ma il dato inevitabile, e che nessuno di noi mette in discussione, sta nel fatto che si diventa preti con l’imposizione delle mani.
Per immaginare generazioni future di PO occorreva che la CEI, e le autorità vaticane, accettassero, accogliessero, ed appoggiassero apertamente una tale modalità ministeriale per l’italia. Inoltre, ed in subordine, o si costituiva almeno un seminario (tipo quello per la formazione dei cappellani militari) o qualcosa di simile, oppure si doveva dar vita ad una congregazione, cioè ad una istituzione che prevedesse per i suoi preti la vita operaia.
Francamente, al di fuori di queste ipotesi, alle quali si potrebbero aggiungere alcune varianti, ma sempre nello stesso ordine, noi non vediamo in quale altro modo, per quale altra via, si sarebbero potuti “programmare” pretioperai per il futuro.
Ebbene, siamo convinti che neppure negli anni dell’immediato postconcilio nella gerarchia italiana e nei vertici vaticani fossero presenti tali disponibilità.
La maggior parte di noi è diventata PO operando uno strappo. Tutti abbiamo conosciuto l’isolamento, e anche molto di più, proprio nella chiesa e nel mondo dei preti, a causa della scelta operaia. Sarebbe interessante sapere quanti seminaristi sono stati allontanati per le simpatie che potevano nutrire per quella via da noi incarnata.
Possiamo aver commesso errori, essere stati poco “politici”; si può dire tutto quello che si vuole, ma la realtà è che per l’italia si prevede un clero concordatario con tutto ciò che ne consegue. E la restaurazione spirituale, pastorale e disciplinare del prete può ammettere delle varianti, ma non prevede certo quelle del lavoro manuale e della vita operaia.
A questo si aggiunge che mediante le modificazioni strutturali dell’organizzazione produttiva e con la pressione dei mass-media si induce con sempre maggiore insistenza una désaparition della realtà e condizione operaia.
Se vi saranno ancora PO, sbocceranno come carismi personali in ministri ordinati, e la loro “forza” non consisterà tanto nell’esercizio di una qualche pressione sulla chiesa o nell’operare chi sa quali conquiste sul piano religioso, quanto nell’essere segni, realtà simboliche, che associano nella loro vita aspetti che appaiono divergenti, se non conflittuali, e proprio mediante la contraddizione esprimono una comunicazione e un appello.
Insomma, più che in qualsiasi forma di efficienza, il valore andrebbe ricercato nell’essere figura vivente, parabola appunto, che dalle pieghe della condizione operaia, interroga e svela. E questo rimane importante seè vero che “la perdita della comprensione simbolica genuina è forse uno dei mali più gravi del nostro tempo. “(Stirnimann).
In tutti i casi, qualunque sarà il futuro dei PO, riteniamo che la comprensione della nostra parabola non vada colta con i canoni interpretativi di quella continuità che, superando la frazione di tempo di una generazione, solo le istituzioni possono avere. Va, invece, compresa come un evento, sbocciato ad un certo momento nella chiesa e nel mondo operaio, carico di tensione e di senso. Un evento vissuto da noi come kairòs, come scelta di vita assolutamente doverosa.
La storia del cristianesimo è piena di eventi carichi di valore, anche l’intera storia umana.
Noi osiamo pensare che nella nostra parabola, al suo sorgere e nell’essere giunti fin qui dopo tanti anni, è in qualche modo implicato il “dito di Dio”. Alla fin fine, questo è determinante. È su questo punto che sta o cade la nostra parabola di PO. Ci sembra utile riportare un brano di B. Calati, monaco:

La narrazione evangelica si conclude con il grande sguardo profetico del cap. 21 del vangelo di Giovanni. E’ il capitolo ecclesiale; sembra che la chiesa successivamente lo abbia aggiunto; è una riflessione sull’esigenza della chiesa… Pietro dovrà nell’obbedienza all’amore prendersi cura del gregge che è solo del Signore…
Ma c’è, in quel cap. 21, il discepolo che Gesù amava, che non ha nome. Che ne sarà di lui? E’ l’ultimo dialogo tra Pietro e Gesù… Il vangelo di Giovanni così si conclude. Abbiamo un vangelo che si conclude con questo grosso interrogativo. Questa è la profezia della chiesa…
E’ importante che questo discepolo che rimane, non abbia il nome. Quell’anonimo che Gesù amava, questo anonimato ci interpella personalmente, perché ciascuno di noi, ciascun uomo possa rispondere a questa testimonianza di amore universale, cosmica. Possa essere costruttore di nuova storia.
Questo discepolo anonimo che rimane è la profezia che è di tutti, che non può essere monopolizzata da qualsiasi carisma o servizio istituzionale. C’è questo ‘che ti importa? Che importa a te?’ E’ l’ultimo parola che Gesù rivolge a Pietro nel momento in cui lo costituisce pastore. C’è questo discepolo che Gesù amava, che rimane, la cui legittimazione non dipende da alcuna istituzione. Da lì il dono dello Spirito Santo, che il Signore Risorto ha diffuso sui credenti alla Parola. Cioè su ogni uomo che pratica la giustizia”
(B. Calati, Storia e profezia, Bozze 5/6 1988, pp. 92-93).

Una interpretazione delle parabole

 

Nel febbraio scorso a Viareggio, in occasione del 10° anniversario della morte di Sirio, tra le altre cose c’è stata un’assemblea intensamente partecipata e carica di commozione.
Le persone raccontavano frammenti di vita, episodi, ricordi, interpretazioni. Erano narrazioni, fatte dalla gente più varia, di quella parabola che è stata la vita di Sirio.
E nelle parole, anche in quelle di chi si dichiarava ateo, c’era come uno squarcio di trascendenza, un riferirsi a qualcosa di grande, di indicibile, che superava la vita e la morte di Sirio, ma proprio nella sua vicenda umana aveva in qualche modo preso corpo per svelarsi.
Perché gente tanto eterogenea, ricreando attraverso il linguaggio e la comunicazione quella parabola storicamente conclusa, percepiva e annunciava un “quid” di incondizionato, di assolutamente giusto? E questo, si badi, proprio richiamando le cose più semplici, più quotidiane, legate a frammenti di vita: il lavoro, la tenerezza, il significato della divisa, una donna gravida come simbolo positivo della pace…
Forse la connessione di questi eventi (quello di Sirio e quello linguistico di chi raccontando e ascoltando ricrea la parabola) enuncia qualcosa di profondo, la cui valenza può essere meglio percepita accostandoci al vangelo.
Sappiamo che il messaggio centrale di Gesù si concentra sull’evento del Regno di Dio.

Regno di Dio è un’espressione per Dio stesso, più precisamente: per l’essere di Dio che è attivo nell’orizzonte del mondo e cambia radicalmente il mondo. Il regno di Dio è l’atto di maestà di Dio, con cui questi si impone di fronte al mondo”
(Jungel E.,
Dio mistero del mondo, Brescia 1982, p. 459).

Nella vicenda di Gesù, oltre che ai gesti di liberazione, la comunicazione di questa lieta notizia viene affidata alla narrazione delle parabole. Ora ciò che stupisce in questi racconti è il loro carattere terreno, mondano. Il seme gettato, il lievito e la farina, la costruzione della casa sulla sabbia o sulla roccia, la vendita di tutto perché si è trovato un tesoro nel campo… La forza della comunicazione è affidata ad una ovvietà interna, mondana.
E’ ovvio a tutti che un pugno di lievito fermenta una più grande quantità di farina, come pure che il seme cresce anche di notte…
Insomma, questo è il punto, l’annuncio del regno di Dio, cioè quella signoria sulla storia e sul mondo che per Gesù è realtà assolutamente ovvia, ottiene uno svelamento proprio attraverso una ovvietà di carattere mondano: viene così stabilita una importante connessione e corrispondenza.
Così “la parabola, benchè il linguaggio del mondo, parla al contempo in verità e propriamente di Dio” (ibidem, p. 385).

Ma c’è di più: è la stessa umanità di Gesù che è parabola di Dio, manifestandolo come un suo venire a noi incondizionato e definitivo.
La sua vita e la sua morte raccontano l’umanità di Dio la quale, esprimendosi come piena dipendenza dalla signoria di Dio quale potere di vita, entra in contraddizione con le dominazioni di morte presenti nel mondo.
In quest’uomo ucciso viene a stabilirsi una singolare connessione e corrispondenza con quella umanità che è vittima dei poteri di morte presenti nella storia. Inoltre “Dio si è identificato con la vita vissuta da questo morto“ (ibidem, p. 471).
Il kerigma della risurrezione è la narrazione che il risorto è quel crocifisso. Così si può dire che l’umanità di Dio si introduce nel mondo narrando. Gesù narrava con parabole Dio, prima di essere egli stesso annunciato come parabola di Dio” (ibidem, p. 394).

Ci sembra che in questi spunti, appena accennati, ci siano delle profonde provocazioni che è doveroso cogliere: la parabola come evidenza mondana che lascia trasparire l’evento del regno; Gesù che narra parabole è lui stesso parabola di Dio che deve venire narrata; la mondanità delle parabole e l’umanità di Dio come vie di accesso al mistero del suo venire; la contraddizione interna al mondo ed alla storia umana messa in luce dal risorto in quanto crocifisso.
Il nostro inserimento nella condizione laica e mondana del lavoro ci ha particolarmente sensibilizzati su un interrogativo che, almeno per il mondo occidentale, mantiene una sua forza: come è possibile parlare di Dio? Se è vero che “dove si parla, a parlare sono persone impigliate nella storia” (Shapp), non abbiamo un potenziale di vita compromessa, e quindi di esperienza preziosa, per esprimere narrazioni?
Quando siamo entrati in condizione operaia si parlava soprattutto di incarnazione; non è venuto il tempo di focalizzare l’attenzione sulla contraddizione interna della storia, da noi pure sperimentata, espressa dal risorto che è il crocifisso? Non dobbiamo approfondire la relazione tra la parabola di Gesù e la nostra?
Ci sembra utile riportare una riflessione dei PO veneti:

a) necessità di andare al tronco e alle radici e non fermarci ai rami: le questioni ecclesiali e partitiche sono questioni vere, ma periferiche…
b) Cristo è il tronco. C’è il rischio di distruggere il vecchio senza far nascere il nuovo. Dobbiamo mettere vino nuovo in otri nuovi. Questo vino nuovo noi lo troviamo nelle radici delle nostra esperienza personale. Ognuno ha vissuto una storia che va riletta. La sapienza acquista dalla vita: nelle situazioni più diverse c’è il punto di orientamento.
Ma riteniamo essenziale mettere vicino questa vita ad una rilettura più spoglia epiù profonda di Cristo. Abbiamo bisogno di ‘riscrutare le scritture’ e i ‘segni dei tempi’ con l’umiltà di chi ascolta e contempla, attento a non sostituire se stesso alla Parola che viene da Dio”
(Pretioperai n°7 – genn. 1989, p. 17).

 

Lotta come amore

 

Ricollegare in maniera più chiara il nostro pensare ed agire all’annuncio del regno, considerare la corrispondenza tra la parabola di Gesù e la nostra esistenza, significa riferirsi a quelle realtà che hanno valore fondante per l’intera chiesa e che, inoltre, portano con sè il segreto della storia e del mondo. Non è quindi una operazione tesa a ridar fiato a motivazioni interiori in debito di ossigeno, quanto piuttosto un aprire ancor più la nostra vita al reale.
Utilizziamo l’espressione “lotta come amore” sia perché ci è particolarmente cara, sia perché indica la pienezza dell’impegno personale mantenendo l’apertura all’esterno, evitando quindi la caduta intimistica.

Alcune sottolineature.
Rispetto alla chiesa è importante che rifocalizziamo la nostra attenzione sull’essere ‘memoria sovversiva” di valori evangelici fondamentali che trovano in Gesù stesso e nella proclamazione del Regno la sorgente.
Amore che si esprime in una lotta perché la chiesa in Italia diventi ministra e serva così come richiede la prescrizione dell’unico Signore (Lc 22, 24-27).
Essere memoria di quella chiesa povera che è utopia antica che attraversa tutta la storia cristiana. “Chiesa povera” che dopo aver trovato una riformulazione in occasione del Concilio, è scomparsa dal linguaggio senza lasciare tracce.
Vivere e testimoniare la libertà della chiesa (Gai. 5, 1).
Educare le comunità che avviciniamo alla responsabilità di essere liberi e di amare la libertà.
Insomma, si tratta di essere quella minoranza-lievito “che trova in sé la giustificazione profonda, naturale, totale di quello che si è” (Tognoni, Pretioperai n° zero, p. 65) senza la “pretesa”, cioè la dipendenza da riconoscimenti esterni.
Si tratta di affermare quella “ovvietà” evangelica, divenuta decisiva nella vita, che deve essere fatta valere contro la ovvietà dominante.
La prima cosa che abbiamo imparato entrando nella condizione operaia è che la chiesa deve diventare evangelica: questo dobbiamo continuare a dire alla chiesa.
In fondo ci è chiesto di essere fedeli sino in fondo alla parabola che ci è stato dato di vivere, affinché essa possa comunicare qualcosa di decisivo.

Siamo coloro che interpretano le parabole rappresentandole, come in una grande recita nella quale ci è toccata la parte del lievito: che non sa se la massa fermenta, se fermenta male o bene” (ibidem, p. 65).

 Rispetto al lavoro, la nostra lotta come amore si deve innanzitutto esprimere con il permanere nella condizione operaia. “Finché possiamo, diamo la forza”.
E’ essenziale che la nostra vita continui ad essere radicata in quella condizione materiale nella quale essere soggetti che pensano e credono, lavorano e lottano. A partire dalla microstoria delle fabbriche, del decentramento produttivo, delle situazioni di ricatto che si devono subire, dalla mancanza di tutela della salute, dalla negazione di elementari diritti sindacali (non è certo stato il caso FIAT-Alfa a farci scoprire la novità)… emerge uno spaccato di vita e di scontro sociale che non possiamo lasciar perdere. In un momento nel quale la parola d’ordine diffusa è “il conflitto non c’è più!”.
E’ importante che si narrino cose incredibili come quella di Gianni Belotti “Ritmi, mele, carta igienica e rabbia” (Pretioperai n°6, ott. 88, pp. 9-10), oppure ascoltare il racconto di Piero Montecucco tornato dopo alcuni anni in fabbrica, una piccola fabbrica da preistoria industriale…
E’ importante per tutti, anche per quelli che per l’età o altro hanno lasciato il lavoro manuale, la cui parabola però li identifica come PO, perché viene sempre nuovamente attivato un modo di rivedere le cose dal basso. Uno sguardo che da tutti noi deve essere custodito con cura contro le bugie della macro-storia.

Resta esperienza di eccezionale valore l’aver imparato a guardare i grandi eventi della storia universale dal basso, nella prospettiva degli esclusi, dei sospetti, dei maltrattati, degli impotenti, degli oppressi e dei derisi, in una parola, dei sofferenti” (Bonhoeffer, Resistenza e resa, p. 74).

 Dallo sguardo, dalla lettura che facciamo, dipende la qualità e la coerenza della nostra parabola; dipende la possibilità di vivere la lotta come un atto di amore.

 

Il nostro convegno

 

Questo incontro è forse uno dei più importanti della nostra storia, forse anche dei più difficili perchè si pone di fatto ed anche nelle intenzioni come momento di verifica del cammino di tanti anni. Inoltre è chiaramente presente l’interrogativo sulle prospettive del nostro collettivo. C’è attesa di una parola chiara da parte di tutti, di una dichiarazione di intenzioni per il futuro.

In questa relazione e nell’articolo comparso sul Regno 4/89, Gianni ed io abbiamo formulato una nostra interpretazione su alcuni aspetti significativi dell’ultimo decennio e complessivamente sul senso della nostra parabola. Potevamo dire anche altre cose, ma ci è parso giusto limitarci ad alcuni punti di riflessione che ci sembrano nodali.

L’impegno che questa segreteria si era assunta a Sassone consisteva nella sostanza nel favorire un livello di comunicazione produttivo, di fronte alla evidente situazione di stallo e di incomunicabilità nella quale ci si era venuti a trovare. Ci hanno mosso due convinzioni:
1) non c’è un modello unico di PO corrispondente ad una tipologia forte. Non fosse altro perchè la forza dei cambiamenti esterni, le opzioni personali, le differenze teologiche ed anche politiche, oltre alla vita nella concretezza, hanno sovvertito una tale prospettiva.
2) inoltre, ci è parsa sempre artificiosa la riduzione dei problemi alla incomunicabilità tra gruppi regionali che al loro interno sarebbero stati omogenei.
In verità, al fondo vi sono nodi e problemi, come è giusto che vi siano, che attraversano l’esistenza concreta dei PO ed anche le relazioni e le leaderships che si sono strutturate negli anni. Vi è stata poi una diversa velocità tra le parabole personali che andavano via via caratterizzandosi e l’evoluzione dei momenti di aggregazione collettiva.
A suo tempo Gianni ed io abbiamo precisato che intendevamo essere una segreteria di coordinamento, sia considerando le nostre reali risorse, sia perchè ritenevamo, e riteniamo tutt’oggi, che sia lo strumento più realistico ed utile, vista la concreta realtà dei PO. Ora le nostre dimissioni sono reali, non tanto perchè ci sentiamo esauriti, quanto perchè crediamo che un avvicendamento sia utile per tutti, anche per migliorare i livelli di comunicazione collettiva fin qui raggiunti. Siamo convinti che tra noi vi siano le risorse per un ricambio, si tratta di attivarne la disponibilità.

Ma il problema non è tanto la segreteria e il coordinamento nazionale, quanto il che cosa intendiamo fare a livello collettivo, regionale e quindi nazionale. Si è arrivati ad un punto che per qualunque persona od organismo diventerebbe sempre più difficile un coordinamento con l’organizzazione di momenti comuni in un quadro di progettualità minima, senza una dichiarazione di intenti chiara ed impegnativa.
Una scelta personale e collettiva “qualche anno dopo”.

E’ per questo che siamo qui riuniti.

Gianni Alessandria e Roberto Fiorini


Invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze” (Is. 49,4)
“Mio padre mi diceva: c’è a chi tocca dare il proprio sangue e c’è a chi tocca dare le proprie forze; perciò, finché possiamo, diamo la forza” (Rigoberta Menchù)
“Quando si è posto mano alla pazzia, la razionalità più consigliabile é cercare di essere pazzi del tutto” (Sirio)

Potremmo immaginare un dialogo che corre sul filo dei secoli e copre distanze lontane. E ascoltare queste tre voci che in successione ci parlano.
Il servo di Jahvè, quella figura che diventerà riferimento di eccezionale importanza per l’interpretazione della vicenda e del mistero di Gesù di Nazareth, pronunzia una parola che, almeno in qualche momento della nostra vita di PO, è diventata interrogazione dura, come un pungolo che lascia la ferita: “Invano ho faticato…?”.
E poi Rigoberta, india guatemalteca, rappresentante di un popolo vinto fin dalla conquista spagnola, ci confida uno dei segreti di quella sapienza popolare che la dominazione non ha potuto far scomparire: “… finché possiamo, diamo la forza”.
E infine Sirio, che parla di noi e a noi, aprendo il numero zero di Pretioperai, evocando quella strana sapienza nominata da Paolo che si presenta sotto le spoglie della follia.
L’accostamento di queste tre parole, oltre che offrire un discorso che suggerisce una profonda logica interiore, evidenzia l’intenzione nostra di mettere in luce tre aspetti fondamentali per il lavoro di riflessione che ci accingiamo a fare. Innanzitutto, la radice biblica dalla quale la nostra fede attinge l’attestazione del continuo venire di Dio e l’orizzonte di senso nel quale questa nostra vita si colloca.
Inoltre, vi è la tensione, che sempre ha guidato la nostra ricerca, a collegarci culturalmente ed esistenzialmente con i “sotterranei della storia” sfidando le regole della “macrostoria”.
E vi è poi la via concretamente seguita, quella di Sirio e la nostra; cioè la scelta e gli anni trascorsi nel lavoro che hanno fatto di noi tutti dei pretioperai.

Con questa relazione Gianni ed io riconsegniamo all’assemblea dei PO il mandato ricevuto nel 1983.
Senza la pretesa di rappresentare il pensiero di tutti o di voler dire una parola sui singoli punti indicati nella proposta di preparazione al convegno, offriamo questo contributo in assoluta libertà, consapevoli della parzialità del punto di vista che esprimiamo.

Il titolo “Pretioperai: qualche anno dopo” suggerisce ad un tempo la pluralità delle esperienze, delle parabole personali, e l’unità del fenomeno al quale per lunghi anni abbiamo dato vita.
Dinanzi a noi sta l’interrogativo serio e inevitabile se sia possibile, e come sia possibile, una ricombinazione delle pluralità che si esprima in maniera feconda, non residuale, quasi per forza di inerzia. Su questo è importante che nel convegno ci si manifesti in maniera assolutamente libera e rispettosa, col massimo sforzo di onestà intellettuale.
Le dimissioni della segreteria hanno anche il significato di lasciare campo libero al discorso di tutti, senza posizioni precostituite.
Quell’interrogativo ne presuppone un altro che si rivolge al cuore stesso di ciascuno di noi. “The day after”, il giorno dopo una lunga stagione che ci ha visti impegnati come PO, qual è l’intuizione, l’idea-forza alla quale ancora ci ispiriamo? Gli anni trascorsi hanno stemperato o irrobustito quel nucleo vitale che ci ha condotto per una strada tanto inconsueta per un prete?

Chi siamo diventati?

È un racconto che ciascuno deve a se stesso, prima che agli altri.
Ci accomunano almeno due svolte risultate determinanti nella nostra vita. L’essere diventati preti e l’ingresso nella condizione operaia. Il fatto che a distanza di tanti anni ci troviamo qui, indica quanto l’una e l’altra siano state cariche di futuro. I chiaroscuri, le esitazioni che nel tempo possono essere intervenuti sui due fronti, e soprattutto le reciproche interferenze, non intaccano la sostanza del fatto, cioè dell’essere e riconoscerci come pretioperai. Anzi, proprio dalla originalità della nostra esperienza unica, dalla tensione critica determinata dalle due polarità vissute, dal filtro operato dall’abbondante sofferenza che ha accompagnato la nostra esistenza in questa duplice e totalizzante esposizione, può essere nato un frutto buono per noi e da offrire umilmente anche ad altri.

La prima svolta è quella di essere diventati preti.
Per noi ha significato una adesione profonda a Gesù Cristo, alla sua vita e al suo vangelo come rivelazione di Dio e come notizia lieta per il mondo. Una adesione pubblica e ministeriale nella comunione cattolica.
Pensiamo che per tutti noi il ministero sia decollato in maniera “normale”. Ma proprio nell’esercizio di tale ministero si è sentito nella nostra pelle quanto la figura del prete, l’immagine sociale offerta alla gente, la condizione di finanziamento legata al sacro e alle erogazioni statali… esprimessero una “forma” ministeriale ristretta e discutibile proprio alla luce del vangelo. Una tale forma appariva a noi particolarmente angusta e appesantita soprattutto nel confronto con quanti vivevano la condizione operaia.
Si può dire che per tutti noi fu proprio la volontà di fedeltà al ministero a costringere allo strappo con la precedente esperienza.

Ed ecco la seconda svolta. Il lavoro manuale e il bisogno di ripartire da zero per imparare un mestiere, gran parte delle energie e del tempo impegnate in operazioni che non hanno nulla di sacro, quindi in condizione assolutamente laica, l’esperienza della dipendenza e della soggezione a logiche assurde senza la possibilità di reazione adeguata, l’appartenenza oggettiva ad una classe, la partecipazione soggettiva alle lotte ed agli strumenti di difesa dei lavoratori… e poi la storia di questi anni.
Con questa seconda svolta due figure eterogenee, cariche di simboli, appartenenze, culture, quotidianità tanto diverse cominciano a coesistere nella medesima persona.
In questo incontro-scontro è avvenuto un processo di destrutturazione e la faticosa ricerca-attesa di una nuova identità. Ad illuminare questo passaggio può servire un brano che riassume un pensiero della Arendt:

“L‘agire e la storia portano inevitabilmente l’uomo fuori di sé, nel mondo delle cose e del rapporto con gli altri individui, introducono dunque un momento distruttivo, di dispersione e di disordine, di perdita e di smarrimento della propria individualità, del terreno sotto i piedi, delle tranquille sicurezze in cui si è passivamente installati.
Questo momento distruttivo (…) sancisce un passaggio fondamentale da un ordine, quello presente del mondo, che viene negato, ad un altro ordine, fondato su elementi di appartenenza e di radicamento altrettanto reali, ma inerenti ad una nozione di realtà molto più ampia e stratificata di quella storico-sociale o semplicemente fattuale (…) e soprattutto non più legata al singolo, ma dipendente dal gesto e dalla parola, dalla comunicazione e dalla pluralità, dall’azione…” (Boella L.,
L’eccesso di Hannah, Il Manifesto, 13.4.89).

Ebbene, che è avvenuto di questo processo che ci ha visti soggetti? Qualche anno fa lo chiamavamo incarnazione, farsi uomini. Ma quale uomo è emerso da questa destrutturazione e ristrutturazione?
E, in riferimento alla prima svolta della nostra vita, che ne è del prete, cioè di quel “dato di partenza” esposto per anni ad una pressione continua, un vero e proprio lavoro ai fianchi, per usare un termine pugilistico?
E’ possibile che abbia subìto un logoramento tale da modificarne i connotati essenziali, oppure, in quella condizione limite, il suo nucleo vitale ne è venuto fuori rafforzato e in miglior evidenza?
Certo la “forma” precedente è esplosa. La miscela di vino uscito dalla spremitura di questi anni ci ha costretti a cambiare otre. Una trasformazione umana, spirituale, di linguaggio, …è avvenuta in noi. Ce ne accorgiamo quando ci capita di stare assieme a preti del presbiterio: davvero siamo diventati profondamente diversi.
Al seminario di Verona sui ministeri così si esprimeva Rizzi dopo aver seguito i nostri interventi:

Gente che non dice ‘ho voglia di andare’, ma è andata. Sono narrazioni, non solo progetti di vita.
E’ avvenuta una rottura ed una ristrutturazione dell’io: una nuova identità è da questo ‘essere per gli altri’. E’ una esistenza ‘compromessa’. Una presenza che fa tutt‘uno con la propria identità”
(Bollettino di collegamento dei PO, 2/86, pag.30) .

Questa compromissione, l’essere impigliati in situazioni molto concrete, limitate, parziali ed anche costrittive, fa sì che la nostra vita sia inevitabilmente caratterizzata dalla incompiutezza e dalla frammentarietà. Non è un tutto equilibrato e pieno. E tuttavia ciò che conta è che anche una vita frammentaria lasci percepire la compiutezza di un progetto (cfr. Bonhoeffer, Resistenza e Resa, Cinisello Balsamo, 1988, p. 25).
Su questo è utile ascoltare un passo delle riflessioni dei PO lombardi sugli incontri regionali nell’anno in corso:

1. Ogni PO ha la sua identità.
Tutti hanno il diritto di essere accolti così come sono.
Nel nostro ritrovarci dobbiamo accoglierci così, senza tante storie, garantendoci uno spazio in cui (almeno lì) la nostra identità viene riconosciuta, aiutata a svilupparsi un po’ anche nel confronto con le diverse identità altrui.
Forti identità,
identità umili,
stanchezze e povertà,
formano oggi il dato di questa unica esperienza di prete operaio, la cui base comune è la ricerca.
2. (…) scoprire l’essenza delle parabole dei singoli.
Occorre che ci aiutiamo a riscoprire ciascuno la parabola personale che, se non capisci, non capisci tutto il resto: “se non capite questa parabola, come potrete capire il rimanente?”
(Pretioperai n° 7, p. 9).

Qualche anno dopo

Il tempo, il tanto tempo trascorso, ha lasciato in noi e tra noi il suo segno, come è giusto e come accade a tutti. E assieme, tutta una serie di eventi esterni, oltre che determinate scelte personali, hanno portato modificazioni non trascurabili. Ci sono pensionati e prepensionati, disoccupati, chi ha lasciato il lavoro per svolgere attività sindacale e formativa, che è ritornato in fabbrica, chi continua senza interruzione alcuna…
In fondo questi spostamenti sono gli stessi che si registrano tra gli altri lavoratori. Ci sarebbe da stupirsi se tra noi non fossero avvenuti.
Le singole regioni si sono impegnate a presentare una scheda aggiornata sui PO in questo convegno.
Ora conviene assumere il fatto che non ci sono nuove “vocazioni” che seguano la strada da noi intrapresa. Pensiamo che su questo occorra ragionare molto onestamente e realisticamente.
Ebbene, bisogna dirci chiaro e tondo che noi non ci siamo mai strutturati in maniera tale da vincere il tempo ed andare oltre la nostra generazione. I carismi personali non superano lo spazio di una vita, nè possono farlo, a meno che da essi non sorga una istituzione o vengano fatti propri da una istituzione esistente. Inoltre la figura del prete-operaio comporta per sua natura un preciso intervento istituzionale: il prete nasce solo da una ordinazione da parte della gerarchia. Può essere operaio prima o diventarlo poi, ma il dato inevitabile, e che nessuno di noi mette in discussione, sta nel fatto che si diventa preti con l’imposizione delle mani.
Per immaginare generazioni future di PO occorreva che la CEI, e le autorità vaticane, accettassero, accogliessero, ed appoggiassero apertamente una tale modalità ministeriale per l’italia. Inoltre, ed in subordine, o si costituiva almeno un seminario (tipo quello per la formazione dei cappellani militari) o qualcosa di simile, oppure si doveva dar vita ad una congregazione, cioè ad una istituzione che prevedesse per i suoi preti la vita operaia.
Francamente, al di fuori di queste ipotesi, alle quali si potrebbero aggiungere alcune varianti, ma sempre nello stesso ordine, noi non vediamo in quale altro modo, per quale altra via, si sarebbero potuti “programmare” pretioperai per il futuro.
Ebbene, siamo convinti che neppure negli anni dell’immediato postconcilio nella gerarchia italiana e nei vertici vaticani fossero presenti tali disponibilità.
La maggior parte di noi è diventata PO operando uno strappo. Tutti abbiamo conosciuto l’isolamento, e anche molto di più, proprio nella chiesa e nel mondo dei preti, a causa della scelta operaia. Sarebbe interessante sapere quanti seminaristi sono stati allontanati per le simpatie che potevano nutrire per quella via da noi incarnata.
Possiamo aver commesso errori, essere stati poco “politici”; si può dire tutto quello che si vuole, ma la realtà è che per l’italia si prevede un clero concordatario con tutto ciò che ne consegue. E la restaurazione spirituale, pastorale e disciplinare del prete può ammettere delle varianti, ma non prevede certo quelle del lavoro manuale e della vita operaia.
A questo si aggiunge che mediante le modificazioni strutturali dell’organizzazione produttiva e con la pressione dei mass-media si induce con sempre maggiore insistenza una désaparition della realtà e condizione operaia.
Se vi saranno ancora PO, sbocceranno come carismi personali in ministri ordinati, e la loro “forza” non consisterà tanto nell’esercizio di una qualche pressione sulla chiesa o nell’operare chi sa quali conquiste sul piano religioso, quanto nell’essere segni, realtà simboliche, che associano nella loro vita aspetti che appaiono divergenti, se non conflittuali, e proprio mediante la contraddizione esprimono una comunicazione e un appello.
Insomma, più che in qualsiasi forma di efficienza, il valore andrebbe ricercato nell’essere figura vivente, parabola appunto, che dalle pieghe della condizione operaia, interroga e svela. E questo rimane importante seè vero che “la perdita della comprensione simbolica genuina è forse uno dei mali più gravi del nostro tempo. “(Stirnimann).
In tutti i casi, qualunque sarà il futuro dei PO, riteniamo che la comprensione della nostra parabola non vada colta con i canoni interpretativi di quella continuità che, superando la frazione di tempo di una generazione, solo le istituzioni possono avere. Va, invece, compresa come un evento, sbocciato ad un certo momento nella chiesa e nel mondo operaio, carico di tensione e di senso. Un evento vissuto da noi come kairòs, come scelta di vita assolutamente doverosa.
La storia del cristianesimo è piena di eventi carichi di valore, anche l’intera storia umana.
Noi osiamo pensare che nella nostra parabola, al suo sorgere e nell’essere giunti fin qui dopo tanti anni, è in qualche modo implicato il “dito di Dio”. Alla fin fine, questo è determinante. È su questo punto che sta o cade la nostra parabola di PO. Ci sembra utile riportare un brano di B. Calati, monaco:

La narrazione evangelica si conclude con il grande sguardo profetico del cap. 21 del vangelo di Giovanni. E’ il capitolo ecclesiale; sembra che la chiesa successivamente lo abbia aggiunto; è una riflessione sull’esigenza della chiesa… Pietro dovrà nell’obbedienza all’amore prendersi cura del gregge che è solo del Signore…
Ma c’è, in quel cap. 21, il discepolo che Gesù amava, che non ha nome. Che ne sarà di lui? E’ l’ultimo dialogo tra Pietro e Gesù… Il vangelo di Giovanni così si conclude. Abbiamo un vangelo che si conclude con questo grosso interrogativo. Questa è la profezia della chiesa…
E’ importante che questo discepolo che rimane, non abbia il nome. Quell’anonimo che Gesù amava, questo anonimato ci interpella personalmente, perché ciascuno di noi, ciascun uomo possa rispondere a questa testimonianza di amore universale, cosmica. Possa essere costruttore di nuova storia.
Questo discepolo anonimo che rimane è la profezia che è di tutti, che non può essere monopolizzata da qualsiasi carisma o servizio istituzionale. C’è questo ‘che ti importa? Che importa a te?’ E’ l’ultimo parola che Gesù rivolge a Pietro nel momento in cui lo costituisce pastore. C’è questo discepolo che Gesù amava, che rimane, la cui legittimazione non dipende da alcuna istituzione. Da lì il dono dello Spirito Santo, che il Signore Risorto ha diffuso sui credenti alla Parola. Cioè su ogni uomo che pratica la giustizia”
(B. Calati, Storia e profezia, Bozze 5/6 1988, pp. 92-93).

Una interpretazione delle parabole

Nel febbraio scorso a Viareggio, in occasione del 10° anniversario della morte di Sirio, tra le altre cose c’è stata un’assemblea intensamente partecipata e carica di commozione.
Le persone raccontavano frammenti di vita, episodi, ricordi, interpretazioni. Erano narrazioni, fatte dalla gente più varia, di quella parabola che è stata la vita di Sirio.
E nelle parole, anche in quelle di chi si dichiarava ateo, c’era come uno squarcio di trascendenza, un riferirsi a qualcosa di grande, di indicibile, che superava la vita e la morte di Sirio, ma proprio nella sua vicenda umana aveva in qualche modo preso corpo per svelarsi.
Perché gente tanto eterogenea, ricreando attraverso il linguaggio e la comunicazione quella parabola storicamente conclusa, percepiva e annunciava un “quid” di incondizionato, di assolutamente giusto? E questo, si badi, proprio richiamando le cose più semplici, più quotidiane, legate a frammenti di vita: il lavoro, la tenerezza, il significato della divisa, una donna gravida come simbolo positivo della pace…
Forse la connessione di questi eventi (quello di Sirio e quello linguistico di chi raccontando e ascoltando ricrea la parabola) enuncia qualcosa di profondo, la cui valenza può essere meglio percepita accostandoci al vangelo.
Sappiamo che il messaggio centrale di Gesù si concentra sull’evento del Regno di Dio.

Regno di Dio è un’espressione per Dio stesso, più precisamente: per l’essere di Dio che è attivo nell’orizzonte del mondo e cambia radicalmente il mondo. Il regno di Dio è l’atto di maestà di Dio, con cui questi si impone di fronte al mondo” (Jungel E., Dio mistero del mondo, Brescia 1982, p. 459).

Nella vicenda di Gesù, oltre che ai gesti di liberazione, la comunicazione di questa lieta notizia viene affidata alla narrazione delle parabole. Ora ciò che stupisce in questi racconti è il loro carattere terreno, mondano. Il seme gettato, il lievito e la farina, la costruzione della casa sulla sabbia o sulla roccia, la vendita di tutto perché si è trovato un tesoro nel campo… La forza della comunicazione è affidata ad una ovvietà interna, mondana.
E’ ovvio a tutti che un pugno di lievito fermenta una più grande quantità di farina, come pure che il seme cresce anche di notte…
Insomma, questo è il punto, l’annuncio del regno di Dio, cioè quella signoria sulla storia e sul mondo che per Gesù è realtà assolutamente ovvia, ottiene uno svelamento proprio attraverso una ovvietà di carattere mondano: viene così stabilita una importante connessione e corrispondenza.
Così “la parabola, benchè il linguaggio del mondo, parla al contempo in verità e propriamente di Dio” (ibidem, p. 385).

Ma c’è di più: è la stessa umanità di Gesù che è parabola di Dio, manifestandolo come un suo venire a noi incondizionato e definitivo.
La sua vita e la sua morte raccontano l’umanità di Dio la quale, esprimendosi come piena dipendenza dalla signoria di Dio quale potere di vita, entra in contraddizione con le dominazioni di morte presenti nel mondo.
In quest’uomo ucciso viene a stabilirsi una singolare connessione e corrispondenza con quella umanità che è vittima dei poteri di morte presenti nella storia. Inoltre “Dio si è identificato con la vita vissuta da questo morto“ (ibidem, p. 471).
Il kerigma della risurrezione è la narrazione che il risorto è quel crocifisso. Così si può dire che l’umanità di Dio si introduce nel mondo narrando. Gesù narrava con parabole Dio, prima di essere egli stesso annunciato come parabola di Dio” (ibidem, p. 394).

Ci sembra che in questi spunti, appena accennati, ci siano delle profonde provocazioni che è doveroso cogliere: la parabola come evidenza mondana che lascia trasparire l’evento del regno; Gesù che narra parabole è lui stesso parabola di Dio che deve venire narrata; la mondanità delle parabole e l’umanità di Dio come vie di accesso al mistero del suo venire; la contraddizione interna al mondo ed alla storia umana messa in luce dal risorto in quanto crocifisso.
Il nostro inserimento nella condizione laica e mondana del lavoro ci ha particolarmente sensibilizzati su un interrogativo che, almeno per il mondo occidentale, mantiene una sua forza: come è possibile parlare di Dio? Se è vero che “dove si parla, a parlare sono persone impigliate nella storia” (Shapp), non abbiamo un potenziale di vita compromessa, e quindi di esperienza preziosa, per esprimere narrazioni?
Quando siamo entrati in condizione operaia si parlava soprattutto di incarnazione; non è venuto il tempo di focalizzare l’attenzione sulla contraddizione interna della storia, da noi pure sperimentata, espressa dal risorto che è il crocifisso? Non dobbiamo approfondire la relazione tra la parabola di Gesù e la nostra?
Ci sembra utile riportare una riflessione dei PO veneti:

a) necessità di andare al tronco e alle radici e non fermarci ai rami: le questioni ecclesiali e partitiche sono questioni vere, ma periferiche…
b) Cristo è il tronco. C’è il rischio di distruggere il vecchio senza far nascere il nuovo. Dobbiamo mettere vino nuovo in otri nuovi. Questo vino nuovo noi lo troviamo nelle radici delle nostra esperienza personale. Ognuno ha vissuto una storia che va riletta. La sapienza acquista dalla vita: nelle situazioni più diverse c’è il punto di orientamento.
Ma riteniamo essenziale mettere vicino questa vita ad una rilettura più spoglia epiù profonda di Cristo. Abbiamo bisogno di ‘riscrutare le scritture’ e i ‘segni dei tempi’ con l’umiltà di chi ascolta e contempla, attento a non sostituire se stesso alla Parola che viene da Dio”
(Pretioperai n°7 – genn. 1989, p. 17).

Lotta come amore

Ricollegare in maniera più chiara il nostro pensare ed agire all’annuncio del regno, considerare la corrispondenza tra la parabola di Gesù e la nostra esistenza, significa riferirsi a quelle realtà che hanno valore fondante per l’intera chiesa e che, inoltre, portano con sè il segreto della storia e del mondo. Non è quindi una operazione tesa a ridar fiato a motivazioni interiori in debito di ossigeno, quanto piuttosto un aprire ancor più la nostra vita al reale.
Utilizziamo l’espressione “lotta come amore” sia perché ci è particolarmente cara, sia perché indica la pienezza dell’impegno personale mantenendo l’apertura all’esterno, evitando quindi la caduta intimistica.

Alcune sottolineature.
Rispetto alla chiesa è importante che rifocalizziamo la nostra attenzione sull’essere ‘memoria sovversiva” di valori evangelici fondamentali che trovano in Gesù stesso e nella proclamazione del Regno la sorgente.
Amore che si esprime in una lotta perché la chiesa in Italia diventi ministra e serva così come richiede la prescrizione dell’unico Signore (Lc 22, 24-27).
Essere memoria di quella chiesa povera che è utopia antica che attraversa tutta la storia cristiana. “Chiesa povera” che dopo aver trovato una riformulazione in occasione del Concilio, è scomparsa dal linguaggio senza lasciare tracce.
Vivere e testimoniare la libertà della chiesa (Gai. 5, 1).
Educare le comunità che avviciniamo alla responsabilità di essere liberi e di amare la libertà.
Insomma, si tratta di essere quella minoranza-lievito “che trova in sé la giustificazione profonda, naturale, totale di quello che si è” (Tognoni, Pretioperai n° zero, p. 65) senza la “pretesa”, cioè la dipendenza da riconoscimenti esterni.
Si tratta di affermare quella “ovvietà” evangelica, divenuta decisiva nella vita, che deve essere fatta valere contro la ovvietà dominante.
La prima cosa che abbiamo imparato entrando nella condizione operaia è che la chiesa deve diventare evangelica: questo dobbiamo continuare a dire alla chiesa.
In fondo ci è chiesto di essere fedeli sino in fondo alla parabola che ci è stato dato di vivere, affinché essa possa comunicare qualcosa di decisivo.

Siamo coloro che interpretano le parabole rappresentandole, come in una grande recita nella quale ci è toccata la parte del lievito: che non sa se la massa fermenta, se fermenta male o bene” (ibidem, p. 65).

Rispetto al lavoro, la nostra lotta come amore si deve innanzitutto esprimere con il permanere nella condizione operaia. “Finché possiamo, diamo la forza”.
E’ essenziale che la nostra vita continui ad essere radicata in quella condizione materiale nella quale essere soggetti che pensano e credono, lavorano e lottano. A partire dalla microstoria delle fabbriche, del decentramento produttivo, delle situazioni di ricatto che si devono subire, dalla mancanza di tutela della salute, dalla negazione di elementari diritti sindacali (non è certo stato il caso FIAT-Alfa a farci scoprire la novità)… emerge uno spaccato di vita e di scontro sociale che non possiamo lasciar perdere. In un momento nel quale la parola d’ordine diffusa è “il conflitto non c’è più!”.
E’ importante che si narrino cose incredibili come quella di Gianni Belotti “Ritmi, mele, carta igienica e rabbia” (Pretioperai n°6, ott. 88, pp. 9-10), oppure ascoltare il racconto di Piero Montecucco tornato dopo alcuni anni in fabbrica, una piccola fabbrica da preistoria industriale…
E’ importante per tutti, anche per quelli che per l’età o altro hanno lasciato il lavoro manuale, la cui parabola però li identifica come PO, perché viene sempre nuovamente attivato un modo di rivedere le cose dal basso. Uno sguardo che da tutti noi deve essere custodito con cura contro le bugie della macro-storia.

Resta esperienza di eccezionale valore l’aver imparato a guardare i grandi eventi della storia universale dal basso, nella prospettiva degli esclusi, dei sospetti, dei maltrattati, degli impotenti, degli oppressi e dei derisi, in una parola, dei sofferenti” (Bonhoeffer, Resistenza e resa, p. 74).

Dallo sguardo, dalla lettura che facciamo, dipende la qualità e la coerenza della nostra parabola; dipende la possibilità di vivere la lotta come un atto di amore.

Il nostro convegno

Questo incontro è forse uno dei più importanti della nostra storia, forse anche dei più difficili perchè si pone di fatto ed anche nelle intenzioni come momento di verifica del cammino di tanti anni. Inoltre è chiaramente presente l’interrogativo sulle prospettive del nostro collettivo. C’è attesa di una parola chiara da parte di tutti, di una dichiarazione di intenzioni per il futuro.
In questa relazione e nell’articolo comparso sul Regno 4/89, Gianni ed io abbiamo formulato una nostra interpretazione su alcuni aspetti significativi dell’ultimo decennio e complessivamente sul senso della nostra parabola. Potevamo dire anche altre cose, ma ci è parso giusto limitarci ad alcuni punti di riflessione che ci sembrano nodali.

L’impegno che questa segreteria si era assunta a Sassone consisteva nella sostanza nel favorire un livello di comunicazione produttivo, di fronte alla evidente situazione di stallo e di incomunicabilità nella quale ci si era venuti a trovare. Ci hanno mosso due convinzioni:
1) non c’è un modello unico di PO corrispondente ad una tipologia forte. Non fosse altro perchè la forza dei cambiamenti esterni, le opzioni personali, le differenze teologiche ed anche politiche, oltre alla vita nella concretezza, hanno sovvertito una tale prospettiva.
2) inoltre, ci è parsa sempre artificiosa la riduzione dei problemi alla incomunicabilità tra gruppi regionali che al loro interno sarebbero stati omogenei.
In verità, al fondo vi sono nodi e problemi, come è giusto che vi siano, che attraversano l’esistenza concreta dei PO ed anche le relazioni e le leaderships che si sono strutturate negli anni. Vi è stata poi una diversa velocità tra le parabole personali che andavano via via caratterizzandosi e l’evoluzione dei momenti di aggregazione collettiva.
A suo tempo Gianni ed io abbiamo precisato che intendevamo essere una segreteria di coordinamento, sia considerando le nostre reali risorse, sia perchè ritenevamo, e riteniamo tutt’oggi, che sia lo strumento più realistico ed utile, vista la concreta realtà dei PO. Ora le nostre dimissioni sono reali, non tanto perchè ci sentiamo esauriti, quanto perchè crediamo che un avvicendamento sia utile per tutti, anche per migliorare i livelli di comunicazione collettiva fin qui raggiunti. Siamo convinti che tra noi vi siano le risorse per un ricambio, si tratta di attivarne la disponibilità.

Ma il problema non è tanto la segreteria e il coordinamento nazionale, quanto il che cosa intendiamo fare a livello collettivo, regionale e quindi nazionale. Si è arrivati ad un punto che per qualunque persona od organismo diventerebbe sempre più difficile un coordinamento con l’organizzazione di momenti comuni in un quadro di progettualità minima, senza una dichiarazione di intenti chiara ed impegnativa.
Una scelta personale e collettiva “qualche anno dopo”.
E’ per questo che siamo qui riuniti.

Gianni Alessandria e Roberto Fiorini

Di seguito sono riprodotti solo alcuni degli interventi fatti al convegno; altri interventi sono stati pubblicati nel numero successivo della rivista; tutti gli interventi sono comunque leggibili scaricando i corrispondenti file PDF.