1988 Verona / Beatitudini: alcune linee di approfondimento

Seminario sulle beatitudini / Verona 1988
terza relazione



Tra gli interrogativi e gli accenni di dibattito affiorati ieri, su tre punti intenderei sviluppare il discorso. Si possono enunciare con tre titoli, nei quali la beatitudine costituisce il lemma continuativo, mentre la seconda parte è la variante:
1. beatitudine e povertà
2. beatitudine e quotidiano
3. beatitudine e cultura
Sui primi due parlo con una certa tranquillità perché sono temi ai quali per molti anni ho dedicato una riflessione costante. Sul terzo dirò alcune cose un po’ per improvvisazione perché, almeno in parte, è un tema nuovo anche per me: è un tema che mette in discussione (può darsi metta in discussione) anche voi. Non sono nato politico, dico quello che penso, e in genere non cerco consensi. Quindi anche in questo caso voi sapete che il mio cuore è interamente con voi; il mio intelletto magari non del tutto, va un po’ per conto suo. Ma credo sia questo il servizio che io posso rendere.

 

1. Beatitudine e povertà.

Sono almeno 15 anni che con ricorso molto frequente rifletto su questo tema. Due punti mi sembra possano dare un minimo di sistemazione ad una serie di interrogativi che raccoglierei sotto l’aporia fondamentale della povertà: da una parte essa è negatività e dall’altra questa stessa povertà viene detta “beata”. Tale aporia riaffiora continuamente nel testo biblico. Quella situazione di povertà che per un verso è scandalosa, realmente negativa e incompatibile con il disegno di Dio, dall’altro verso viene detta luogo di beatitudine. Si badi bene, la beatitudine non è la povertà intesa in senso metaforico, simbolico, come umiltà o come libertà interiore o come senso della creaturalità… (tutte virtù che possono certo fiorire sulla povertà); la beatitudine viene annunciata proprio a proposito di quella stessa situazione di povertà che è negativa. Questo mi sembra indubbio nella Bibbia. Allora vorrei indicare i termini precisi dell’aporia e poi mostrare come essi contengono le risposte che si possono dare.

Anzitutto la povertà come scandalo.
Come ricordava Barbaglio, la povertà come negatività è la situazione oggettiva di privazione, di non compimento dell’umano. Non è povertà soltanto in senso economico, che forse non è quella che più angustia (anche se certo affiora: basta vedere che in molte promesse messianiche c’è l’idea del “non avrete più fame”). Non è solo il problema della sussistenza, ma anche della condizione di malattia: i ciechi, i sordi, i muti, gli storpi, i lebbrosi… E ancora la condizione di emarginazione sociale in una società che era “personalità corporativa”, fortemente compaginata, corpo sociale nel senso pieno del termine, dove mancava ancora il senso dell’individualità, dell’intraprendenza e quindi della relativa autosufficienza dell’individuo. L’emarginazione sociale era proprio come tagliare un membro dal corpo destinandolo all’atrofizzazione ed all’isterilimento.
Ancora, la povertà è essere fatti oggetto di calunnia, persecuzione…
Povertà è dunque essere carenti di qualcuno dei beni che sono ritenuti essenziali al compimento umano. Beni elementari che entrano nella definizione dell’essere umano. Si tratta allora innanzitutto di una povertà oggettiva.
Inoltre, è una povertà a valenza ontologica, nel senso che la carenza di quei beni intacca lo stesso essere dell’uomo. A questo livello la contrapposizione tra essere e avere non tiene, perché abbiamo a che fare con i beni elementari. Avere quei beni è essere.
Quindi, l’emarginato, il malato, chi non ha a sufficienza per sostentarsi, è carente sui piano dell’essere. E poiché l’essere in termini biblici è la creazione, il povero è escluso dalla creazione. In questo senso è lontano da Dio, non gode della sua benedizione. Carente di quei beni che, in quanto vengono da Dio, sono benedizione, il povero è in quello spazio di negatività che in alcuni salmi addirittura viene descritto in termini di Sheol, il luogo dei morti. Il povero in qualche modo ha su di sé l’ombra della morte. Da questo punto di vista, quindi, la povertà è vera e profonda negatività, è decurtazione dell’essere dell’uomo.

Dall’altra parte, l’altro termine che entra in conflitto e costituisce l’aporia è che il povero si rivolge a Dio. Mi rifaccio soprattutto alla preghiera di Israele, in particolare ai salmi di lamentazione.
Il povero si rivolge a Dio, e non a un Dio ignoto. Non lancia un grido come quando uno si perde in montagna e dice “chissà se c’è qualcuno che mi ascolta”. Il povero si rivolge a Dio sapendo che già Io ascolta, perché è il suo Dio, il Dio dei suoi padri, il Dio dei miseri: “Tu, Dio dei miseri, Dio degli afflitti…”. Cioè il povero in quanto carente di beni avverte che Dio è lontano; ma, per la stessa ragione, sa che Dio gli è vicino.
Mi pare ci sia una formula che, mentre racchiude ed esprime con una certa pregnanza l’aporia, indica anche la soluzione: “il Dio biblico è simultaneamente il Dio della vita e il Dio dei senza vita”. E’ il Dio della vita perché con la sua benedizione dona tutto ciò che compie, colma, appaga, realizza l’esistenza dell’uomo; d’altra parte è il Dio dei senza vita perché tutto questo Egli lo fa per amore dell’uomo a cui dà questi beni. Con formula un po’ provocatoria si può dire: il Dio della Bibbia è il Dio della vita, ma è un Dio che non ama la vita, ama l’uomo a cui dare la vita. In questo modo prendo posizione contro quelle forme di naturalismo, che stanno emergendo anche in Occidente, al fondo delle quali sta una sacralizzazione della vita come tale in tutte le sue manifestazioni. Il Dio della Bibbia non è naturalista, non è l’esaltazione di una vita che, dall’uomo al filo d’erba, si esprimerebbe in una gamma di innumerevoli varianti interne.
Quando i profeti polemizzano contro i Baalim, combattono questa concezione di divinizzazione della vita come tale. Nella Bibbia la vita non è divina, è creaturale…. Lo shalom, cioè la pace come pienezza, non è il luogo del divino, ma da Dio viene dato all’uomo e su misura dell’uomo. Allora Dio non ama la vita, ma ama l’uomo in quanto essere povero e bisognoso di vita, e ama in ogni luogo il povero che è in lui e per questo ama in maniera privilegiata e attuale coloro in cui il bisogno di vita è ancora inappagata.
È questa la ragione per cui la scelta privilegiata che Dio fa dei poveri (noi la facciamo solo di conseguenza) non è esclusiva, ma inclusiva, perché non è altro che l’espressione attuale della scelta radicale che Dio ha fatto dell’uomo in quanto essere che è costitutivamente povertà, che non può vivere di sé e da sé, ma è bisognoso dell’altro da sé, cioè del mondo, dei beni.
Allora la beatitudine della povertà, nel suo carattere paradossale, non si esprime col dire: ‘hai Dio vicino a te, e questo ti basta. I beni non contano più niente perché Lui è il tuo vero bene, l’unico tuo bene”. No! perché Dio è il Dio dei senza vita per donare loro la vita, non per consolarli della vita che manca. C’è nei salmi 16 e 63 un movimento che sembra andare in direzione del “mi basti Tu “, ma non è certo questa la via regale della rivelazione biblica.
Allora, la beatitudine della povertà è la situazione di essere destinatari della vita in quanto si è oggetto dell’amore di Dio, di essere cioè nello spazio di questo amore e quindi già dentro la gravitazione verso la vita, Anche quando la vita manca, so che arriverò, non perché Dio sostituisca i beni, ma perché la sua parola è garanzia sicura che la mia pienezza umana arriverà. La beatitudine, quindi, non prende il posto della benedizione, ma è la fecondazione della parola che mi rende certo che la benedizione non mancherà. La vita, la sua pienezza, resta il punto finale, la destinazione ultima a cui Dio chiama l’uomo. La beatitudine ha questo carattere di anticipazione che genera fiducia, una fiducia incrollabile.
Evangelizzare i poveri è annunciare loro che, essendo nello spazio dell’amore di Dio, la loro povertà non è più segno di fallimento radicale. E annunciare che essi vivono dentro lo spazio del senso, di un senso che è come in contraddizione con se stesso, perché non ha ancora la sua concrezione di beni per la pienezza di vita, e tuttavia è destinato ad averla perché non può essere che l’ultima parola sia il tradimento da parte di Dio.
Tutto questo può sembrare molto astratto; è vero che il confine tra il Dio della consolazione e questo Dio della fiducia incrollabile corre sul filo del rasoio. E’ vero anche che da una fiducia incrollabile nasce una certa consolazione. Nella mia piccolissima esperienza (e in sintonia con le testimonianze ascoltate ieri sull’America Latina) ho visto che cosa vuol dire, in situazioni di estrema miseria, di umanità ferita, la fiducia nel Dio della vita, una fiducia alimentata dall’annuncio ai poveri che Dio è con loro. Anche se questo “è con loro” non si traduce immediatamente nella benedizione, non è però la consolazione che supplisce la benedizione: è la speranza tenuta viva di essere lì, cioè dal fatto che colui che annuncia che Dio è il Dio dei poveri sta lì con loro.

Vi è un secondo senso in cui si può parlare di beatitudine della povertà. Qui però il termine povertà ha un senso un po’ diverso da quello biblico, perché mentre la Bibbia appartiene ad una società complessivamente povera, e col termine di poveri indica allora i miseri, i deprivati, noi invece viviamo all’interno di una società ricca. In questo contesto possiamo permetterci di riscattare un senso positivo alla povertà come situazione oggettiva, intendendola come il non avere troppo, come sobria sufficienza. Allora si potrebbe dire che c’è come un’utopia biblica della beatitudine della povertà. Un’utopia intesa qui non come attesa e promessa della benedizione che verrà, ma come benedizione già presente e tuttavia benedizione misurata.
Nella comunità cristiana primitiva la comunione dei beni che cosa genera? Da una parte cancella la povertà come miseria. Atti 4 dice: “non c’erano più bisognosi in mezzo a loro perché tutti mettevano i beni in comune”. Ma è evidente che, se tutti mettevano i beni in comune, non c’erano più neanche i ricchi. Allora, in questa equivalenza tra “non più povertà” e “non più ricchezza”, intese nella duplice connotazione negativa, viene annunciata la figura di una comunità ove l’uomo è simultaneamente povero e ricco: di quella povertà che è sufficienza e di quella ricchezza che è compimento dei bisogni essenziali. Di questa comunità vien detto che è un modo di vita colmo di gioia e di letizia.
Un altro elemento che caratterizza questa situazione di sobria sufficienza, e che mi pare giustifichi il chiamarla povertà, è il fatto di trovare la propria sicurezza nell’altro, cioè nell’esistere comunitario. Allora, come la beatitudine del povero nell’accezione strettamente biblica è l’aspettativa della benedizione, nella fiducia fondata su una parola di promessa che è “roccia”, così quando la benedizione si realizza in conformità alla promessa non rende inutile la fiducia. Lo sarebbe se la posizione di sufficienza raggiunta fosse di autosufficienza, mentre nelle righe degli Atti “non c’erano più poveri perché tutti mettevano in comune” si dice che vi è una forma di sufficienza che è eterosufficienza. Ognuno è sufficiente perché gli altri vivono per lui e viceversa.
Ecco allora questa duplice caratura della povertà: come sobrietà, come misura giusta e quindi anche ricchezza di umanità, compimento dell’umano; e dall’altra parte che questo avvenga non attraverso l’autarchia degli stoici, dei cinici (ognuno basta a se stesso), ma attraverso la circolazione dei beni.
Così la beatitudine della povertà porta con sé anche un senso diverso, che si aggiunge al primo indicato, Il primo è un senso di partenza, di attesa, quest’ultimo invece è senso di arrivo, di compimento.

2. Beatitudine e quotidiano

Qui non mi dilungo molto, perché chi è interessato sa che ho scritto qualche centinaio di pagine su questo tema. Vorrei almeno ringraziarvi e dirvi che ieri mi sono sentito molto gratificato quando più volte, iniziando già da Barbaglio, ho sentito ripresa la metafora del deserto che fiorisce, del fiore nel deserto… È un simbolo che amo e uso molto.
Mi limiterò a dire che cos’è che dà a tale metafora la sua consistenza, per cui non è soltanto una bella espressione letteraria (magari più retorica che vera). Mi pare che ciò che le dà verità sia che il quotidiano è il luogo fondamentale della beatitudine e della benedizione. E qui riduco tutto a due poli.

Innanzitutto: perché il quotidiano, vale a dire il piccolo, il frammento? Perché non avremo mai un mondo integralmente, definitivamente, irreversibilmente fiorito; la storia è destinata ad essere sempre un deserto dove ci sono dei fiori.
Non dico che non ci possono essere situazioni anche grandi, collettive, che ad un certo punto compiono una svolta così decisiva che diventa un salto di qualità. Ma dico che l’uomo nuovo, se vogliamo prendere un’espressione cara a tutti, non sarà mai una conquista definitiva. Questo fa parte del brutto sogno marxista, e non vorrei che diventasse un brutto sogno anche in America Latina. Ma mi pare di no. “EI hombre nuevo” non può mai essere una conquista irreversibile, perché questo sarebbe un altro modo di ridurre l’uomo ad escrescenza naturale. O di quell’altra natura che è il decorso storico, lo sviluppo storico…, che è solo natura vista diacronicamente (la storia che andava avanti come un treno era una forma più sottile, ma sempre di naturalismo).
La grande novità della fonte biblica dentro le culture umane, e in particolare dentro la cultura greca e occidentale, è che l’uomo è libertà, libertà in quanto volontà, cioè in quanto scelta in cui ne va continuamente del proprio essere, in quanto scelta che non viene mai fissata né nel bene né nei male. Quindi l’uomo è continuamente in gioco nelle proprie decisioni e lo resterà sempre, per cui il bene sarà sempre il fiore e il frutto di singole libertà, le quali, connettendosi con le altre, potranno certamente invece del singolo fiore coltivare il giardino, ma non al punto tale che si possa pensare ad un uomo che diventi naturalmente buono.
Stiamo andando incontro ad un’epoca in cui vedremo una forte tensione tra due follie: la follia tecnologica senza limiti e, per reazione, la follia naturalistica. Nessun procedimento, né di evoluzione storica verso l’utopia, né di intervento tecnologico anche a livello genetico, né di ritorno ad un uomo innocente prima della tecnologia o altro, nessuna di queste cose ci garantisce l’uomo nuovo. Questo è l’abc della Bibbia: l’uomo nuovo è l’uomo liberato da Cristo. Tradotto in termini laici, cioè non solo per il credente, questo vuoi dire che la novità propriamente umana ha il suo spazio, il suo luogo, proprio nella capacità di decidere ogni volta per il bene, per l’amore, per la giustizia e la pace. La scelta buona resterà sempre nelle mani dell’individuo, per cui ogni volta il deserto dovrà rifiorire.

La seconda ragione per cui il deserto non sarà mai interamente trasformato in giardino nella storia è che, se un fiore è poca cosa, dove un fiore è una persona è una cosa abbastanza grande perché ci si impegni incondizionatamente per essa. Allora il “pendant” della libertà sempre in gioco è il singolo povero in quanto persona che vale in sé e per sé, non solo in quanto parte di un collettivo e, al limite, di un collettivo universale, il genere umano. Per cui strappare un povero alla morte, restituire la vista a un cieco, ha ragione in sé; è certamente anche una parola nella scrittura del nuovo mondo, ma è prima di tutto già un piccolo mondo in sé.
Ho rivisto qualche mese fa un film che mi ha impressionato molto e mi è parso la traduzione in atto delle cose che sto dicendo: ‘Anna dei miracoli”. Una maestra si spende per sottrarre alla notte umana una bambina di famiglia ricca, ridotta quasi a un vegetale: non sente, non vede, non parla. Anna vuole portarla a comunicare. Comunicare non vuoI dire solo comunicare all’esterno, quasi essa avesse tutto un suo mondo di pensieri e le mancasse la capacità di esprimerli. No, perché se non sente e non vede, non si forma neanche delle idee (nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu, dicevano gli scolastici). Ed ecco la lotta per strappare la bambina da quella situazione, per far fiorire questo esile fiore, e poi l’esplosione di gioia quando, sentendo l’acqua da una fontana, la piccola riesce a compitare, a parlare il linguaggio delle mani, collegando i segni per dire “acqua” con l’esperienza fatta. Ecco, si è accesa l’intelligenza.
Quando i profeti dicono “il deserto fiorirà”, come esprimono in termini concreti la metafora? Dicono cose di una tale “banalità”! Il deserto che fiorisce sono i ciechi che vedono, i sordi che odono… cioè tutte quelle cose che noi tutti abbiamo.
Ma allora perché in quelle cose noi non vediamo più il deserto che fiorisce? Forse perché non siamo abbastanza poveri. Occorre riscoprire la creazione come se fosse il primo giorno, recuperando la vista come se fossimo dentro gli occhi di un cieco. Questo mi sembra un modo per capire, almeno per un minimo di immedesimazione, cosa vuol dire che ogni persona è un fiore. Un cieco che recupera la vista non è in ordine a qualche altra cosa, alla salvezza del mondo. E’ lui il mondo salvato, e il mondo intero non è altro che lui più un altro, più un altro, ecc. Il tutto non è di più della somma delle parti, perché la persona non è una parte.
lo penso che credere in Gesù Cristo vuol dire questa cosa. Se la togliamo, anche la risurrezione di Cristo è ridotta a fatto meramente dogmatico, dottrinale, di un’ortodossia tutta da insegnare. Che l’esistenza di ogni minimo uomo, che il fiorire della vista dell’ultimo cieco del mondo, che l’ultimo stomaco che si riempie siano un fine in sé, e non solo un mezzo, e non solo una parte, questo mi sembra l’abc della fede biblica. Credere nel monoteismo, credere in Gesù Cristo, vuol dire credere in queste cose, e ridiventa possibilità per tutti gli uomini in forza della prassi (e poi della morte) messianica di Gesù.

 

3. Beatitudine e cultura

 

E’ la parte più problematica.
Noi siamo in questa situazione curiosa: da una parte c’è una continua, galoppante avanzata della tecnologia che investe tutto, senza altra misura se non il proprio tempo interno di crescita; dall’altra vi è una altrettanto grande e per lo più sterile ventata antitecnologica. Non mi riferisco tanto al movimento verde, che credo abbia ragione al 90%, quanto a tutta quella cultura che viene dalla seconda metà del secolo scorso, e che poi ha avuto una grande esplosione negli anni venti e poi ancora nel dopoguerra. È quella cultura borghese (e dico borghese non in senso negativo, ma descrittivo) che si è fatta paladina della critica al progresso e del richiamo ai tempi dell’innocenza pre-tecnologica, pre-industriale, cioè la critica romantica ai capitalismo. Non è quella di Marx, intendiamoci, cioè la critica al modo di gestione capitalistica della potenza tecnologica, ma la critica all’avanzata tecnologica come tale.
L’esempio più noto e più diffuso in filosofia, soprattutto tra i suoi figli e nipoti, è quello di Heidegger. L’Occidente, terra del tramonto, Abendland. Notate, è cosa diversa dal dire: la terra della possibile apocalisse, della bomba atomica. No: la terra del tramonto. Che cos’è che tramonta? L’essere: perché? Perché l’essere era l’unità uomo-natura. Unità ancora presente ove c’erano ancora le parole originali (che erano quelle greche e poi quelle tedesche!).
Oppure, d’altra parte c’è l’esaltazione della tecnologia come potenza, o anche come intelligenza. C’è anche un’esaltazione un po’ da “parvenu” come quando, con tutto il rispetto, Paolo VI fece un salmo, o qualcosa del genere, quando il primo uomo andò sulla luna. Non si fanno così facilmente i conti con la cultura.
lo mi metterei un po’ al di sotto dei voli umanisti anti-tecnologici o dei voli umanisti pro-tecnologia. lo tornerei tranquillamente al Dio dei poveri, perché credere la Bibbia vuoI dire assumerla come ottica. Non come spiegazione di tutto quanto avviene nel mondo, ma certo come chiave di interpretazione, altrimenti non è più credere.
Allora, tutto quanto accade va misurato con quest’ottica: se promuova o no la vita dei poveri, la vita degli uomini in quanto poveri, se cioè ci sia la possibilità di far passare la loro esistenza da deprivazione a pienezza.
Da questo punto di vista io comincio con l’arrendermi al fatto: per la prima volta nella storia dell’umanità il tanto deprecato e tanto deprecabile Occidente è comunque quel luogo in cui le masse, sia pure con sacche di povertà, sono complessivamente arrivate alla sufficienza. Questa è una cosa nuova, è un unicum nella storia.
Da una predica di Balducci riprendo questa immagine bellissima: la storia che cos’è? Sono i poveri che come cariatidi hanno sostenuto il benessere dei ricchi, delle classi superiori. Con in più anche la teorizzazione di questo: lo schiavo fa il lavoro servile affinché il liberto possa fare il lavoro libero.
Per la prima volta l’Occidente ha raggiunto la sufficienza per la grande collettività. Può essere scandaloso che l’abbia realizzato attraverso la ricerca degli interessi individuali. Mi scandalizza, ma mi arrendo al fatto e mi chiedo di essere onesto fino in fondo. Per chi non fa altro che dire che secondo la Bibbia il mondo buono fiorisce solo sul cuore giusto (è quello che ho detto un quarto d’ora fa) non è simpatico vedere come sia più ricco un lembo di mondo che non è certo un modello di giustizia. Ma ora non voglio negare il dato perché non riesco a spiegarlo, cioè a ricondurlo alla mia ideologia biblica.
Cerco di trasmettervi questa impressione che un po’ mi sconvolge, attraverso un piccolissimo aneddoto.
Quattro anni fa, di ritorno dal Perù, scrissi un libretto ‘L’oro del Perù”. In una nota vengono riportati alcuni dati: la media nazionale della mortalità infantile è intorno al 100 per mille e corrisponde alla media che nel 1880 avevano paesi come la Svezia e l’inghilterra. Ecco, prendiamo il dato della mortalità infantile come indice complessivo della povertà. Pensate, cento anni fa le regioni più ricche del mondo, cioè la Svezia e l’inghilterra erano ai livello in cui oggi si trova il Perù. Ora, che cos’è che in Inghilterra e in Svezia ha determinato (tanto per stare a questo dato enorme, ma se ne potrebbero portare altri) questo abbattimento della mortalità infantile? Senza dubbio lo sviluppo tecnologico. Allora io mi sto chiedendo: cosa vuoi dire leggere teologicamente lo sviluppo tecnologico? E vado in questa direzione del miglioramento della vita dei poveri.
La tecnologia è la parte fondamentale di quello che Marx chiamava trasformare il mondo. Ritorno un momento a Marx, a quel Marx tanto sbandierato ma così poco letto, di cui si è visto soio il grande lottatore contro la società capitalista. Dicevo: c’è un anticapitalismo regressivo, romantico, che vede l’essenza del capitalismo nello sviluppo industriale (e noi oggi diremmo postindustriale) e c’è invece la lettura marxiana che vede nell’avvento del capitalismo la possibilità di soluzione di quel problema della storia umana, iniziato con la comparsa dell’uomo, il problema cioè del rapporto uomo-natura. Riuscire a strappare all’avarizia della natura il minimo per sussistere (spesso non riuscendoci) e inoltre riuscire a difendersi dalla violenza della natura: inondazioni, terremoti, epidemie che vediamo ciclicamente ripetersi creando stragi letteralmente apocalittiche… ad esempio, la peste di metà del ‘300, cui si riferisce il Decamerone del Boccaccio, che non riguardava solo Firenze, ma ha investito dalla Francia meridionale fino agli Urali e ha decimato, pare, la popolazione di allora, come se fosse una bomba atomica.
Allora Marx dice: è soltanto attraverso lo sviluppo della tecnologia che l’uomo può vincere questa sfida con la natura avara e con la natura minacciosa. E con questo Marx non è contro la natura, anzi, vede la tecnica come elemento necessario per umanizzare realmente la natura, e non soltanto attraverso le proiezioni poetiche o filosofiche. Il capitalismo ci ha dato questi mezzi, però adesso bisogna gestirli bene, in modo che la soluzione del problema eterno del rapporto uomo-natura non si avviluppi su se stessa diventando soluzione irrisolta del rapporto uomo-capitale.
Ma il problema del rapporto uomo-capitale ha senso solo all’interno della possibilità di risolvere il rapporto uomo-natura: era quello che Marx chiamava trasformare il mondo. Anche se lo collocava in una visione che io non condivido (cioè la realizzazione irreversibile dell’utopia della società comunista) tuttavia si può assumere il trasformare il mondo come visione che può sposarsi a quella biblica e cioè portare il mondo a quello che dovrebbe essere e che però non è da solo.
Almeno si può dire questo: se Dio ha creato il mondo per dario ai suoi poveri e se questo avviene rarissimamente attraverso interventi diretti di Dio – c’è una impotenza di Dio nel mondo, un’impotenza costituzionale di cui il crocifisso è l’emblema forte e dipende dal fatto che Dio non vuole gestire direttamente il mondo e lo ha messo nelle mani di quell’altro da sé chiamato a responsabilità: è il concetto di alleanza – allora il mondo è chiamato ad essere compiutamente buono solo passando attraverso la responsabilità umana. La Bibbia conosce solo la responsabilità del custodire il giardino, del non accaparrarselo, del lavorarlo secondo i suoi ritmi, perché fa parte di una cultura agricola (tra l’altro contestata dai romantici del tempo, i Recabiti, che volevano tornare nel deserto perché la terra era una linea di sviluppo che portava al paganesimo: i sogni regressivi non sono solo di oggi).
Tuttavia in questo mondo le deprivazioni e le carenze d’essere dei poveri non tutte e non sempre vengono dall’ingiustizia. Contro i Greci per i quali il male è fatalità, Israele ha fatto all’Occidente il grande dono dell’individuazione di cause storiche all’origine dell’ingiustizia: il male viene dal Faraone. Però nell’ossessione della difesa del Dio amore e liberatore, Israele ha rimosso il male naturale. Noi non possiamo continuare a rimuovere questo, non possiamo continuare a dire: Dio ha fatto il mondo buono e al più noi riusciamo a rovinarglielo (sto formulando in maniera grossolana, perché son cose acerbe, ma mi sembra che entrino nel vivo del discorso).

Ecco allora una proposta positiva: dobbiamo almeno assumerci la responsabilità di controllare le nostre facili denunce.
Vi è qualcosa di parassitario nel nostro arrivare sempre dopo, a cose fatte, ma con la pretesa di giudicare tutto dall’alto del nostro magistero “profetico”. Se invece di dare il giudizio profetico e saettante, ci rimboccassimo le maniche e cercassimo di fare qualcosa? Noi non abbiamo certo il compito di portare avanti la tecnologia, però c’è il problema di non lasciarla in mano ai dissennati. “La guerra è cosa troppo seria per lasciarla in mano ai generali”, diceva quel tale; la tecnologia è cosa troppo seria per lasciarla in mano ai soli tecnologi.
L’ultimo libro di Ruffolo, “Potenza e potere”, richiama questa istanza: la potenza, cioè soprattutto la tecnologia, deve ritornare in mano al potere, all’intelligenza politica. E questa intelligenza politica, nell’ultimo capitolo, diventa in sostanza l’etica. E l’etica nel suo fondo è l’istanza che il povero viva.
Allora per leggere teologicamente la tecnologia, direi la benedizione della tecnologia, occorre imparare a conoscere realisticamente che cosa ci ha dato. Soltanto da un minimo di conoscenza deriverà la possibilità di una lettura corretta della tecnologia, per criticarla onestamente e altrettanto onestamente riconoscere che è un elemento indispensabile per la promozione del povero.

Un ultimo accenno a benedizione e cultura. Solitamente ci appelliamo alla nostra bella cultura umanistica quando ci serve per criticare la tecnologia. Ma per apprezzare positivamente quella cultura abbiamo bisogno che venga Ernesto Cardenal a ricordarci che “le rose non sono borghesi”: allora siamo legittimati a leggere e fare poesia. Abbiamo bisogno di toglierci i sensi di colpa una volta per tutte. ‘Le rose non sono borghesi”, certo, ma non c’era bisogno che venisse a dircelo Ernesto Cardenal!
Ci sono dei beni che servono a sussistere, a sopravvivere, e ci sono dei beni che servono a vivere, a vivere nel senso della pienezza. Fra questi beni ci sono quelli che servono ad altro: la bellezza, la poesia, l’arte, quella cultura in generale nel senso umanistico del termine.
Ecco allora che lancio l’ultima provocazione: ci sono ancora dei problemi di salario anche tra noi in Italia, ma ho l’impressione che il divario tra i ricchi e i poveri, il divario essenziale, non è più quello economico. Interessa poco che i ricchi siano sempre più ricchi, se questo non comporta che i poveri siano sempre più poveri. Interessa poco che si allarghi la forbice tra i due (la “povertà relativa”) se il benessere generalizzato sconfigge – come di fatto avviene in Occidente – la povertà assoluta.
Ora, assumendo l’ottica della povertà assoluta, mi pare che la divaricazione che si va scavando più profonda qui da noi in Italia non è più su quanto abbiamo in beni economici, ma su quanto abbiamo in beni culturali: tra chi ha la capacità, l’educazione per accedervi e chi invece ne è sprovvisto; tra chi può gustare le “rose” e chi non ha occhi se non per vedere i prodotti pubblicizzati.
A mio avviso questa è la povertà che sta emergendo, e che riguarda ampie fasce di popolazione.
Per questo ho visto con molto piacere il fascicolo di Cologno Monzese(*): credo che sia la strada giusta (non dico esclusiva), la strada di don Milani, sollecitante una cultura che serva sì a difendersi, ma anche una cultura che serva a godersi un po’ la vita.
Che quelli che oggi hanno raggiunto la soglia della sufficienza imparino a godersi un po’ la vita: questo mi sembra beatitudine o benedizione della cultura.

Armido Rizzi

(*) Quartiere Stella – Cologno Monzese: “I problemi, bisogni del quartiere Stella e le risposte che stiamo costruendo”: lettera agli abitanti del quartiere e alle pubbliche istituzioni.