1988 Verona / Le beatitudini evangeliche: provocazione per il nostro oggi

Seminario sulle beatitudini / Verona 1988
seconda relazione


Premessa di metodo

La lettura della Bibbia si colloca a tre livelli distinti di profondità. Anzitutto è confronto con un testo scritto (Bibbia – libri). Ma dietro al testo emergono persone e gruppi che possono essere considerati come la “sostanza” del testo: persone e gruppi che hanno scritto il testo; e persone e gruppi a cui il testo era destinato originariamente. In terzo luogo “compositori” e “destinatari” del testo sono portatori di grandi prospettive di vita: non siamo di fronte a testi banali, ma a presentazioni di grandi immagini del mondo, dell’uomo e di Dio.
Vogliamo precisare questi tre momenti successivi di un’unica e complessa lettura della Bibbia?

a) Decifrare il testo. Il testo è uno strumento di comunicazione tra persone; la Bibbia però è uno strumento lontano da noi culturalmente. Possiamo dunque dire che si tratta di un testo in codice, un tessuto di segni convenzionali che richiedono una chiave di decifrazione. Detto altrimenti, si esige di decodificare, per noi, il testo che ci sta davanti e che ci appare a prima vista come oscuro e poco “parlante”. Ad es. la formula “il regno dei cieli” è un’espressione in codice, il cui significato è lontano dalla prima impressione che suscita in un lettore sprovveduto.

b) Dialogo con persone e gruppi. Al pari del testo biblico, anche chi ha scritto e coloro ai quali è stato destinato sono lontani da noi culturalmente, uomini di altri tempi, vissuti in situazioni molto diverse dalle attuali. In ogni modo il dialogo con loro e la loro vita appare estremamente arricchente, solo che possiamo comunicare con loro, capendoli e facendoci capire da loro.
Leggere la Bibbia vuol dire, a questo secondo momento di approccio, scegliere precisi interlocutori del nostro dialogo.

c) Lasciarci interpretare dal testo e dalle persone e gruppi che stanno sul suo sfondo. E’ indubbio che l’incontro con loro costituisce una provocazione per noi, sollecitati a fare nostre le grandi prospettive di fede e speranza e amore che animavano gli uomini della Bibbia, a entrare in un fecondo processo autocritico, confrontando noi stessi con loro. E’ questo un processo vitale, detto tecnicamente processo ermeneutico o interpretativo, in cui noi siamo coinvolti da persone; e la migliore condizione perché riesca bene è che si sia disponibili e aperti alle prospettive che emergono. A questo livello non è più in primo piano la preparazione tecnica di chi sa decodificare il testo e ricostruire storicamente la situazione vitale delle persone e dei gruppi che stanno sullo sfondo della Bibbia. Se il biblista, nei primi due momenti di approccio, si trova in posizione privilegiata, ora invece è l’intuitività vitale di ciascuno che entra come fattore determinante di un fecondo incontro con la Bibbia.

Precisazione dell’argomento

Mi limiterò alla presentazione della prima beatitudine. Non è possibile affrontare con qualche pretesa di approfondimento tutte le beatitudini. In ogni modo la prima è senz’altro la più caratteristica e in qualche modo apre la strada alle altre che sono per certi versi sue precisazioni.
Come poi sapete, le beatitudini, tipiche del discorso della montagna, sono attestate solo nei vangeli di Matteo (cf. 5,3ss) e di Luca (cf. 6,20ss). Ma dietro queste due versioni gli storici ipotizzano con fondatezza l’esistenza di una fonte (in sigla Q = Quelle in tedesco, che vuol dire appunto “fonte”) da cui Matteo e Luca hanno tratto, non senza qualche intervento redazionale, le beatitudini: una fonte che suppone l’esistenza di una comunità o meglio di gruppi di credenti dei primi anni del movimento di Gesù. Scavando infine più a fondo possiamo raggiungere il livello “Gesù di Nazaret”, il vero artefice delle beatitudini.
Ecco dunque l’articolazione del mio intervento: la beatitudine dei poveri secondo le versioni di Matteo e di Luca; la stessa beatitudine attestata nella fonte Q dai gruppi che ne sono stati i testimoni; la beatitudine sulla bocca di Gesù.

1. LA BEATITUDINE DEI POVERI IN MATTEO E LUCA

 

Mt 5,3 e Lc 6,20 sono gli unici testimoni letterari della beatitudine che ci siano giunti. Il primo nostro compito è dunque quello di sottoporli ad esame rigoroso e solo in seguito potremo andare all’indietro e interrogarci sulla preistoria della beatitudine, preistoria formata dalla testimonianza degli uomini della fonte Q e dalla testimonianza della fonte di Gesù di Nazaret.

1.1. LUCA

6,20: “Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio”.

 

1.1.1. Applichiamo il metodo sopra enunciato, cominciando con il lavoro di decodificazione del testo, di questa formulazione.

Beati: siamo di fronte a un genere espressivo, detto appunto della beatitudine o, grecamente, del macarismo, che dice la volontà di chi parla di congratularsi e felicitarsi con i suoi interlocutori, cioè di partecipare alla loro gioia presente. Secondo la motivazione delle congratulazioni o felicitazioni si distingue una beatitudine sapienzale e una escatologica. La prima sottolinea il possesso attuale, nei destinatari della beatitudine, di una qualità, di una virtù, per cui sono da congratulare. Si veda per esempio il primo salmo, in cui l’autore si felicita con quanti sono fedeli alla legge mosaica e si tengono rigorosamente separati dai malvagi e dagli empi. Per questo sono “beati”. Nella beatitudine escatologica invece la prospettiva è futura: sono beati al presente perché un bene o una felicità è riservata per loro alla fine della vita, della storia. Siamo di fronte a un vissuto di speranza dell’autore della beatitudine che invita così quanti proclama beati a condividere la sua speranza, fonte di gioia al presente.

I poveri: loro decodificazione. Che cosa intende Luca? A chi si riferisce? Nelle due beatitudini seguenti l’evangelista espone la beatitudine degli affamati e di coloro che piangono. Si tratta di beatitudini parallele, come parallele sono le corrispondenti maledizioni (che si trovano solo in Luca): guai a voi ricchi / guai a voi che siete ora dei sazi / guai a voi che ora ridete (cfr. ,24-25). Da questi confronti incrociati emerge che “poveri” indica una situazione obiettiva, come altrettanto si deve dire degli affamati e dei piangenti. Non è in questione alcuna qualità del soggetto, qualità morale o spirituale, comunque soggettiva o personale. Si tratta di persone che nella società soffrono di privazione: privazione di mezzi, di peso sociale e politico per poter fare valere i propri diritti, privazione di onore, considerazione, stima. Dunque si tratta di poveri nel senso di indifesi, emarginati, disprezzati.

Il regno di Dio. Questa terza categoria in codice indica la realtà ultima, oltre la storia, in cui Dio regnerà nella gloria e nello splendore. Si noti la contrapposizione molto accentuata in Luca tra presente e futuro ultimo. L’evangelista sottolinea questo contrasto con la particella “ora”, “al presente” per indicare la situazione dei beati (beati voi che ora siete gli affamati / beati voi che ora siete i piangenti; guai a voi che ora siete i sazi / guai a voi che ora ridete) e d’altra parte usando il futuro per indicare la situazione di ribaltamento della loro condizione attuale: “sarete saziati / riderete”, per i beati; e per i maledetti: “avrete fame / piangerete”. La prospettiva che motiva la beatitudine dei poveri in Luca é dunque ultraterrena.
Possiamo così tradurre la beatitudine nel senso inteso da Luca: “voi poveri (o emarginati) gioite adesso, e io mi unisco alla vostra gioia, congratulandomi con voi e felicitandomi, perché verrà il giorno in cui la vostra situazione di deprivati sarà tolta di mezzo, appunto nel regno di Dio, dove voi non sarete più poveri”. Dunque possiamo parlare di significato liberatorio, ma di una liberazione sperata e attesa per l’aldilà, sperata e attesa da Dio che verrà a chiudere la storia e ad inaugurare il suo regno di pace e giustizia: un regno non storico.

 

1.1.2. Nella stessa direzione ci conduce l’approccio di individuazione della comunità lucana a cui è stata destinata questa beatitudine. Si trattava di una comunità di credenti “poveri”: emarginati nella società, osteggiati nell’ambiente, privi di protezione. Una “povertà” obbiettiva e sociale, causata, o almeno aggravata, dalla loro condizione di credenti, piccola minoranza vista di malocchio. In tale condizione, propizia a ogni tentazione di defezione e resa, l’evangelista attualizza la beatitudine di Gesù: questi si congratula con voi (e io oggi ripeto la sua parola), perché certo voi al presente soffrite, ma verrà giorno in cui sarete liberati, appunto nel regno di Dio.
Contrapposizione dunque netta tra storia ed escatologia, tra il presente storico e il futuro ultraterreno. Non solo: contrapposizione che per Luca vuoi dire anche ribaltamento delle situazioni della storia nell’escatologia: i poveri di oggi saranno i liberi nel regno di Dio, i ricchi di oggi saranno oggetto di privazione oltre la morte. E’ il senso di quella parabola tipicamente lucana del povero Lazaro e del ricco epulone: le situazioni saranno ribaltate alla fine: Lazaro che ora è un “piagato” sarà alla fine nel seno di Abramo; il ricco che oggi vive banchettando verserà nell’arsura oltre la morte.
Abbiamo così che la beatitudine di Luca funziona da parola consolatoria per la sua comunità di “poveri”: consolazione nell’oggi triste e desolato, data dall’occhio proteso al giorno del ribaltamento della situazione storica. Consolazione ma anche incoraggiamento, perché i credenti “poveri” non si lascino vincere dalla tentazione di venir meno alla propria fede. La beatitudine è dunque un invito a tener duro, alla costanza, a rifugiarsi nella speranza trascendente rappresentata dal regno di Dio.

 

1.1.3. Ciò detto, s’impone per noi il confronto con questa speranza, con questa scommessa della comunità di Luca, costituita da deprivati che anelavano al riscatto, riposto però nell’aldilà. Come e in che misura ci provoca? Noi che siamo certo in situazione diversa per molti versi. Un confronto critico da tutt’e due le parti: Luca sembra qui disattendere ogni possibilità di riscatto e liberazione nella storia, al presente, fissando massimalisticamente il suo sguardo sul futuro ultimo e ultraterrena. Ma anche per noi potrebbe essere motivo di autocritica un possibile nostro rinchiuderci nelle speranze terrene, storiche. E’ questo solo l’inizio di un cammino di interrogazione e provocazione che mette in discussione noi stessi oggi come credenti.

1.2. MATTEO

 

Ecco il tenore della beatitudine nel primo evangelista: “Beati i poveri in ispirito, perché di essi è il regno dei cieli”. Come si può vedere nel codice comunicativo c’è una variante rispetto a Luca, una variante estremamente importante e significativa: “poveri” è specificato da “in ispirito”. Ma anche una qualche diversità si nota nella formula “regno dei cieli”, senza dire che in Matteo la beatitudine è in terza persona non in discorso diretto: Beati i poveri (Mt) / beati voi poveri (Lc).

 

1.2.1. Decodificazione di “poveri in ispirito”. Si ritiene che sia stato Matteo a fare questa aggiunta “in ispirito”; non si vede infatti alcuna ragione che avrebbe spinto Luca a togliere ‘in ispirito”, se questa espressione si trovava nella loro fonte comune; mentre se ipotizziamo che Mt sia l’autore dell’aggiunta, ci troviamo a confermare una tendenza presente e altrimenti stabilita dell’evangelista.
Nello stesso elenco delle beatitudini di Matteo (elenco più ricco di quello di Luca) abbiamo un secondo caso analogo: “beati i puri quanto al cuore”. Anche la formula “in ispirito” ha senso uguale. Si tratta di un processo mentale che spiritualizza situazioni esterne, oggettive, ottenendo così un nuovo significato, appunto traslato, spiritualizzato, esattamente un secondo significato. Così “puri”, che voleva dire una situazione esterna di purità rituale, requisito necessario per poter partecipare al culto nel tempio (per es. una donna in stato mestruale era impura: una situazione obbiettiva, esterna), con l’aggiunta “quanto al cuore” diventano coloro che posseggono una purità interiore, personale, soggettiva, virtuosa, morale. Allo stesso modo i poveri, che la parola indica come i deprivati, gli emarginati, con l’aggiunta “quanto allo spirito” diventano gli umili, i curvi spiritualmente davanti a Dio e agli altri. Questa è la povertà “spirituale” intesa da Matteo: non distacco dalle ricchezze, distacco interiore, come tanto spesso si è inteso nella tradizione cristiana.
Ormai “poveri quanto allo spirito” non ha più nulla a che vedere con il possesso o la privazione dei beni, ricchezze. Abbiamo in una parola un significato traslato, un significato secondo, nuovo, diverso da quello originale della parola “povero”. La conferma ci viene dagli scritti di Qumran dove ricorre la formula ebraica corrispondente: “anwe ruah”: i poveri di spirito, cioè gli umili. Matteo dunque intende spiritualizzare la beatitudine, che non prende più di mira situazioni obbiettive, esterne, ma persone dotate di qualità spirituali, morali, religiose, dotate, in una parola, di virtù: così sono dichiarati beati gli umili, i mansueti, i misericordiosi, i sinceri e semplici, coloro che mettono pace, i giusti, eccetera.
In conclusione ecco la necessaria decodificazione della prima beatitudine:
“beati gli umili…”

 

1.2.2. Decodificazione di “regno dei cieli”. La formula equivale esattamente a quella che troviamo in Luca; “regno di Dio”. Non vuoI dire un regno divino che sta nei cieli, al di là della storia, come spesso si è inteso. Cieli sta qui per Dio: un modo collaudato nella tradizione ebraica per evitare il nome sacro di Yahvé, che non si osava pronunciare e che veniva sostituito nella lettura biblica, quando si incontrava il tetragramma sacro, con Adonai (Signore), e quando se ne parlava con circonlocuzioni come appunto “cielo”, “potenza”, “nome”.
D’altra parte anche Mt ha lo sguardo fisso sull’aldilà: regno dei cieli o regno di Dio vuol dire qui la realtà escatologica di felicità e salvezza di cui saranno beneficiari i giusti. Si veda in proposito pure per Mt l’uso, nelle beatitudini, del futuro: “erediteranno la terra / saranno consolati / saranno saziati” ecc. Per questo la copula della prima beatitudine: “di essi è il regno dei cieli” ha valore futuro.

 

1.2.3. La comunità matteana e l’intento di Matteo. La comunità a cui l’autore del primo vangelo ha indirizzato il suo vangelo era un gruppo di credenti pigri spiritualmente, stanchi, poco attenti alla fedeltà operativa e virtuosa. Abbisognava di essere sollecitata a verificare nella vita quella fedeltà cristiana in cui, per Matteo, sta il vero compito del cristiano al presente, nella storia. Per questo l’evangelista la richiama a realizzare una “giustizia” superiore a quella degli scribi e dei farisei, senza la quale non è possibile entrare nel regno della salvezza eterna (cfr. 5,20).
Ora per Matteo una componente non trascurabile di questa necessaria “giustizia” o fedeltà è rappresentata appunto dall’umiltà. Si veda la sottolineatura dell’esemplarità di Gesù stesso cheè “mite e umile di cuore” (cfr.11,29). Ma anche 18, 1ss. è espressivo al riguardo: solo chi si abbassa come sono i bambini sarà grande nel regno di Dio.
Matteo si dimostra un buon pastore d’anime che vuole esortare la sua comunità a una concreta e fattiva fedeltà cristiana, sostanziata di atteggiamenti virtuosi, come l’umiltà. La beatitudine diventa così un implicito invito a fornirsi del necessario biglietto d’ingresso nel regno di Dio. L’evangelista si rivolge ai suoi interlocutori dicendo: beati voi se sarete umili, perché entrerete così nel regno finale; con la vostra virtù dell’umiltà vi assicurate la vita eterna; o in altri termini, Dio introdurrà nel suo regno finale gli umili, mentre rifiuterà l’ingresso ai superbi. La congratulazione di Gesù si traduce in un’esortazione morale, esortazione motivata dalla prospettiva del regno ultimo di Dio. L’evangelista si conferma un moralista e piega gli orizzonti della speranza a fondamento per dare consistenza e forza alle sue esortazioni pressanti: ne va, dice, della vita eterna del destino ultimo di vita e di morte.

 

1.2.4. Sul piano del nostro confronto con la beatitudine di Matteo siamo sollecitati a una revisione critica del nostro essere credenti, revisione critica da condursi sul piano della verifica della fedeltà prassistica. Non per nulla Matteo è l’evangelista che usa la categoria greca praxis per indicare il criterio seguito dal giudice finale: “secondo la prassi” di ognuno saremo giudicati, vagliati (cfr. 16,27).
D’altra parte, non si può non vedere il limite della presentazione matteana della beatitudine, letta in chiave moralista, che le ha fatto perdere il suo spessore di annuncio lieto di liberazione.

2. LA BEATITUDINE A LIVELLO DEI CREDENTI DELLA FONTE Q

 

Risalendo oltre le versioni di Luca e Matteo troviamo gruppi cristiani che hanno conservato le beatitudini di Gesù e le hanno trasmesse, non senza applicarle alla loro situazione di primi cristiani del movimento di Cristo. Con probabilità la beatitudine dei poveri aveva questa formulazione: “beati voi poveri, perché vostro è il regno dei cieli”. A parte la formula “regno dei cieli”, che rende meglio il quadro della presentazione di Gesù in ambiente giudaico, si deve dire che anche qui i poveri sono quelli che versano in situazione obiettiva disagevole e che a loro è riservata la beatitudine. Da questo punto di vista Luca ha conservato un elemento importante della sua fonte.
Ma i gruppi che hanno conservato e tramandato la beatitudine erano molto diversi dalla comunità lucana. Dobbiamo riandare al territorio palestinese subito dopo la fine di Gesù, dove e quando il suo movimento nascente aveva un’ala di carismatici itineranti, caratterizzati socialmente da mancanza di fissa dimora, di un lavoro e di una famiglia.
Vivevano come i gigli del campo e gli uccelli del cielo, fiduciosi in Dio, stranieri a questo mondo e fortemente protesi verso il prossimo ritorno di Cristo che avrebbe inaugurato il regno finale. Andavano di villaggio in villaggio, annunciando la prossima venuta del Figlio dell’Uomo discendente glorioso dal cielo a mettere la parola fine alla storia, esortando tutti a convertirsi in vista di questo traguardo immediato.
Coscienti di vivere negli ultimi giorni della storia, questa non aveva più alcun senso e alcuna importanza ai loro occhi: il rapporto storia – escatologia era tutto a vantaggio di questo secondo polo. Si consideravano i poveri della prima beatitudine di Gesù: deprivati di tutto, in attesa della fine. Hanno dunque applicato a se stessi la beatitudine: sono beati e felici nella loro volontaria emarginazione dal mondo e dalla società: beati e felici, perché hanno scelto di essere candidati all’ingresso nel regno ultimo e finale di Dio.
Nonostante il loro estremismo di carattere carismatico e apocalittico di movimento millenaristico non possiamo negare che il loro evangelismo ci provoca, soprattutto nel nostro spirito “mondano”, di integrati nella società nostra, privi di spirito critico, senza anelito e senza alcun sogno per un futuro nuovo e diverso, Il loro identikit inoltre ci permette di capire quella parte del discorso della montagna in cui Gesù esorta a non affannarsi per il mangiare e il vestire e di prendere le cose come figli del Padre, con fiducia.

3. LA BEATITUDINE DEI POVERI IN BOCCA A GESU’

 

Sul piano della decodificazione abbiamo anzitutto qui direttamente colui che si congratula e si felicita con i poveri, condividendo la loro gioia, solidarizzando affettivamente con loro. Ma chi erano esattamente i poveri con cui egli si felicitava? Con tutta probabilità erano quanti venivano chiamati nella società puritana e legalistica del tempo, dominata moralmente dall’ideale farisaico dell’osservanza minuziosissima delle prescrizioni e dei divieti della Legge mosaica (i rabbini contavano 613 comandamenti: una fitta siepe eretta a difesa e interpretazione della legge scritta, siepe capace di impedire qualsiasi sgarro dalla fedeltà e dalla osservanza), come “ham-‘arez” = popolo della campagna, spesso analfabeta, comunque ignorante i 613 comandamenti e soprattutto non osservante di tutte queste prescrizioni. Motivo che stava alla base del disprezzo con cui erano considerati questi componenti del “popolo della campagna”.
Nel vangelo di Giovanni (7,48-49) i capi del popolo negano che Gesù abbia qualche credibilità come Messia: primo, perché nessuno dei capi ha aderito a lui; secondo, vi ha aderito “questa gentaglia che non conosce la Legge”. Sono i destinatari privilegiati del lieto annuncio di Gesù e della sua beatitudine: voi disprezzati siete “beati” e io vi invito alla gioia perché siete i beneficiari del “regno dei cieli”.
Si tratta dunque di “poveri” su base di un criterio che divide sapienti e dotti e osservanti della Legge dalla gentaglia ignorante e non praticante.
Ma anche la formula “regno dei cieli / di Dio” sulla bocca di Gesù ottiene significati nuovi se noi la decodifichiamo esattamente. Il motivo del regno di Dio (di Jahvé o dei cieli) non è stata un’originalità della predicazione di Gesù; si tratta piuttosto del contenuto fondamentale della speranza dei poveri e dei diseredati del popolo d’Israele che, delusi dalla monarchia davidica in quanto non ha tenuto fede all’ideale del re difensore dei poveri e degli indifesi, avevano proiettato le loro attese di giustizia in Dio stesso: egli sarebbe intervenuto nella storia a rendere giustizia a quelli che giustizia non ottengono.
Questa era esattamente l’attesa del regno di Dio: l’attesa che lui stesso si facesse re, cioè protettore dei deboli e degli oppressi, vindice delle vittime dei prepotenti. Ma nello stesso tempo non si è rinunciato mai ad attendere anche un re terreno, un re fedele alle attese, discendente di Davide, re giusto e capace di fare giustizia. La speranza trascendente in Dio re si abbina così alla speranza storica nel Messia, cioè nell’unto, nel re di giustizia (cfr. il salmo 72; cfr. l’attesa messianica in Isaia 7.9.11).
Quando Gesù appare sulla scena della Palestina sotto il principato di TiberioCesare, le attese dei poveri nella venuta di Dio e del re terreno e messianico erano vive. Gesù quindi non ha bisogno di spiegare il tema della sua predicazione, il regno di Dio. Era ben noto. La sua originalità è consistita nel proclamare che ormai il regno di Dio, la sua regalità è evento vicinissimo, che bussa alle porte della storia: Dio sta per farsi re. E chiama tutti alla mobilitazione spirituale: cambiate mentalità, apritevi al nuovo che sta pervenire, disancoratevi da vecchi schemi. “Convertitevi”. In particolare l’annuncio della prossimità del regno di Dio costituiva una lieta notizia per i poveri, perché stava per cessare la loro situazione di ingiustizia.
In questo quadro suona la beatitudine: Gesù si congratula con i poveri, i componenti dell’ “ham-‘arez” e li invita a gioire perché sta nascendo l’alba della liberazione loro, che sarà operata da Dio stesso. Ed egli solidarizza con loro affettivamente. Ma non solo: compie gesti significativi di questo regno di Dio. Liberando gli indemoniati, cioè i malati psichici, egli proclama che in questo modo Dio comincia a farsi effettivamente re nella storia: “Se io scaccio demoni con il dito di Dio, allora vuol dire che il regno di Dio è venuto su di voi” (cfr. Lc 11,20: vedi anche Mt 12,28). Dunque solidarietà non solo affettiva, ma anche effettiva con i poveri: attraverso la sua mediazione storica Dio comincia a farsi re nella storia.
Dunque la prospettiva del regno di Dio è, pure in Gesù, volta al futuro, ma a un futuro di questo mondo e di questa storia, non a un futuro esclusivamente ultraterreno. I poveri sono beati perché in questa storia Dio sta per intervenire a togliere le cause della loro “povertà” obiettiva, cioè la loro ingiustizia. Storia ed escatologia non si contrappongono in lui come poli antitetici. Non è apocalittico Gesù. L’escatologia o il futuro ultimo entra già nella storia e con essa si mischia. Naturalmente si tratta di anticipazioni parziali e imperfette, quelle storiche, di un regno che sarà realizzato nella sua totalità e radicalità solo alla fine della storia. Per questo Gesù prega e fa pregare i suoi nel Padre Nostro con l’invocazione “venga presto il tuo regno!”.
Ecco dunque la beatitudine di Gesù: beati voi poveri perché Dio sta per diventare re a vostro favore, liberandovi dalla vostra emarginazione. Non solo: ha già cominciato a farsi re attraverso i miei gesti messianici di liberazione degli oppressi. La giustizia “partigiana” di Dio re è in atto nella giustizia “partigiana” di Gesù messia: il tutto nella precarietà e parzialità storica, ma anche nella realtà di segni anticipatori di quello che sarà nello splendore il regno finale di Dio.
Gesù è colui che rende Dio re nella storia, almeno inizialmente.
E tutto questo ci provoca, io credo, con grande forza e forse più di qualsiasi interpretazione successiva, perché Gesù ha avuto il merito di non staccare storia ed escatologia, di non rimandare il regno tutto e solo alla fine della storia, di non assegnare direttamente a Dio il compito liberatore dei poveri. In altri termini la sua speranza è legata ai conflitti storici, all’oggi, al destino di questo mondo e di questa storia.
Vorrei insistere sulle diversità tra l’orizzonte degli evangelisti e della comunità cristiana dei primi anni e la prospettiva di Gesù di Nazaret. Luca e Matteo, ma anche i carismatici itineranti di Palestina degli anni ‘30-60, tutti si dimostrano dualisti: ora ci sono i credenti poveri ed oppressi di Luca, i credenti esigitivamente umili della beatitudine di Matteo, i credenti poveri identificati nei carismatici itineranti senza casa, senza lavoro, senza famiglia; la loro speranza è proiettata al di là dalla storia, quando Dio diventerà re liberando gli oppressi, premiando gli umili, introducendo nel suo regno i “figli dei fiori”. Siamo dunque di fronte a una speranza trascendente, ultraterrena.
In Gesù invece i giochi si cominciano a fare in questo mondo, in questa storia: l’intervento di Dio si anticipa ora e sarà pieno e completo alla fine: l’escatologia è anticipata realmente, anche se parzialmente, nella storia.
D’altra parte non tutto a livello di Gesù è riservato all’azione di Dio: questi comincia a diventare re nei gesti messianici di liberazione di Gesù e dei suoi discepoli, mandati da lui ad annunciare la prossimità del regno e a compiere i segni anticipatori di questa venuta (cfr. Mt cap. 10). Nessuna deresponsabilizzazione nostra: Dio diventa re nella storia attraverso la nostra azione liberatrice.
Infine c’è da notare che nell’interpretazione cristiana della beatitudine i poveri sono identificati sempre con i cristiani: la preoccupazione è quella di mostrare questa identificazione. Ma a livello di Gesù di Nazaret i destinatari sono potenzialmente tutti i poveri di questo mondo, anche se direttamente Gesù si rivolge ai componenti dell’esercito del “ham-‘arez”. Il compito dei cristiani è in linea esattamente con quello di Gesù stesso: essere proclamatori della beatitudine nel mondo della storia, proclamatori a tutti i poveri: proclamatori non puramente verbalistici, ma nella solidarietà affettiva e soprattutto effettiva con loro. Questo è il compito della comunità cristiana nella storia.
Ma anche l’immagine di Dio che ne risulta diventa provocatoria: un Dio che è da farsi, in movimento, in crescita, in via di realizzazione. Egli vuole diventare nella storia re e tale può diventare attraverso la nostra mediazione storica di operatori dei segni anticipatori della sua regalità o giustizia partigiana. La sua causa dunque è la causa del mondo: l’una intrecciata indissolubilmente all’altra. Per questo possiamo sperare. Ne va non solo del destino del mondo, ma dell’essere stesso di Dio re, difensore partigiano degli indifesi.

CONCLUSIONE

 

Abbiamo percorso quest’oggi un cammino di storia di 50 anni circa della beatitudine dei poveri: partendo da Gesù di Nazaret a cavallo del 30, fino agli evangelisti negli anni 80, passando attraverso i primi anni del movimento di Gesù.
E abbiamo incontrato diverse interpretazioni e significati delle beatitudini:
1) parola di consolazione e incoraggiamento in Luca,
2) esortazione all’umanità in Matteo,
3) testimonianza di uno stile di vita da “figli dei fiori” a livello dei carismatici itineranti di Palestina,
4) lieto annuncio di liberazione sulla bocca e nell’esistenza di Gesù.
Diversità che si spiegano per le diverse situazioni in cui si sono venuti a trovare quelli che hanno proclamato la beatitudine e per l’orizzonte vastissimo che ognuno di essi aveva in rapporto al destino del mondo e della storia. Una ricchezza dunque enorme di parola provocatoria per noi, sollecitati ora all’identificazione con i poveri dichiarati beati, ora all’identificazione con il proclamatore della beatitudine. Secondo le urgenze che siamo chiamati ad affrontare nella nostra vita e nel momento storico in cui siamo presenti.
Un processo profondo e continuo di interpretazione e lettura nostra, creatrice e nuova.

Giuseppe Barbaglio