Figure e parole: il lavoro artigiano di don Sirio

Due scritti di don Sirio



1) Il mio lavoro

 

Sono tornato — erano ormai già tanti anni — in officina. Mi batteva il cuore quella mattina di alcune settimane fa a ritrovarmi sotto un capannone nero di fuliggine, dal pavimento ingombro di attrezzi di lavoro, di pezzi di ferro, di macchinari e di quello sporco strano che non dà noia ma rende invece tanto familiare e più facile il lavoro. Subito al di dentro del portone, a destra, ecco la forgia accesa che scaturisce fuoco violento, quasi abbagliante, come piccolo vulcano in eruzione di tra il carbone nero accumulato intorno a cratere.
Accanto, da poter prendere il ferro incandescente, quasi bianco e spesso ardente di uno sfavillio sprizzante e girarsi appena — l’incudine amica, lucida in alcuni punti come d’argento, dove più frequente batte il martello il pezzo di ferro. Lì vicino dorme il maglio, come un bestione accucciato. Ma basta toccarlo con un piede e alza la sua testa possente e batte colpi di zampa precisi, a cadenza rabbiosa, ma poi rallenta come placato, dopo aver mostrato la sua potenza e ricade addormentato e tranquillo accucciandosi in attesa.
Subito dopo l’angolo la piccola foresta di ferri profilati di tutte le misure, altissirni quasi fino al soffitto, la tagliatrice a disco spietata che taglia e taglia irrorandosi di liquido bianco, quasi a inumidirsi la gola per quel suo mangiarsi ferro senza saziarsene mai. E sotto il disco dai denti acuminati e forti il ferro piange e grida perché sa che è arrivata la sua ora e cade in pezzi più o meno lunghi per terra, come umiliato e vinto e non sa che è per diventare subito dopo fuoco e poi ferro forgiato, elegante opera d’arte.
Poco più oltre il tornio, sornione e solenne, sfoggia tutta la complicazione del suo macchinario e gira e gira senza stancarsi mai, il pezzo, come un vecchio intenditore un oggetto prezioso fra le mani per cercarne e tirarne fuori gli aspetti più belli e interessanti. E l’operaio chino e attento per troppo amore, tocca di qui, preme un pulsante di là, non leva gli occhi un istante e segue il formarsi lento e sicuro di cose inaspettate da quel pezzo di ferro che sembrava, là per terra, aspettare di essere gettato fra i ferri vecchi di uno straccivendolo.
Poi i banchi di aggiustaggio e di montaggio. Le ganasce violente e formidabili delle morse, capaci di stringere in prigionie terribili fino all’immobilità assoluta quel povero pezzo di ferro già forgiato che si lascia sistemare a dovere, limare con pazienza, battere dei colpetti precisi e decisi degli aggiustatori e poi il sollievo della morsa che allenta le sue tremende ganasce per concedere che il povero pezzo di ferro vada a trovare il suo posto nell’insieme di tutto il lavoro. Perché l’opera è sempre fatta di pezzi e bisogna adattarsi insieme ad altri pezzi di ferro che se anche diversi hanno avuto anche essi una storia di sega a disco, di fuoco spietato, di incudine e di martello. Che quando tutto è finito i profilati altissimi ammassati nell’angolo guardano dall’alto e non riconoscono più chi prima di loro è stato portato via da quel destino di storia che a tuffi ugualmente appartiene e che tutti pazientemente attende.
Ora sui pezzi ag giustati e sistemati in un insieme ordinato, perfetto, si china una maschera nera nera e una mano guantata si abbassa tenendo una stranissima pinza armata come di un filo di ferro. Sfiora appena con tocco leggero e una scintilla flammeggia accecante. Accecante fino a splendere bagliori improvvisi che a guardare là in quel punto, c’è da coprirsi gli occhi con la mano o riportarne colpi di luce negli occhi da non potere vedere dopo, anche a chiuderli, che luce. E tutto il capannone — è nero di fuliggine e senza finestre — lampeggia, e le persone e le attrezzature si accendono di una luce bianca, quasi spettrale. A quel tocco magico, in quel punto quasi accecante, il ferro si fonde, frigge sprizzando e i pezzi si attaccano in un abbraccio di saldatura fino a diventare tutt’uno.
E penso all’amore, luce violenta e fuoco appassionato che stringe e salda in abbracci unificanti le anime pronte e obbedienti a lasciarsi fondere per realizzare l’unità da tutto un insieme. Come quando scende dal Cielo il Fuoco divorante della vita e ci batte spietato col martello di un Pensiero immutabile sull’incudine del nostro destino, per saldarci, poi, forgiati dal Suo stupendo lavoro di fabbro diviso, con la grandezza infinita del Suo Mistero.
Ho messo il mio primo pezzo di ferro dentro il braciere della forgia e mi faceva una strana impressione quasi di pena per lui, ma era emozione per questo mio ricominciare il mio antico lavoro sul ferro. E ormai avevo, ancora una volta, le mani già nere e il cuore colmo di gioia. Ho tirato disinvolto la leva dell’aria e il fuoco a cratere si è ravvivato improvviso di no scoppiettare di faville allegro, giovanile. Rassettavo con una reggetta piegata ad uncino il carbone nero all‘interno e quello che andava sbiancando di fuoco, sul ferro, con un’aria saputa di vecchio operaio. E guardavo con timore il ferro là dentro la fiamma perché non mi svanisse nel fuoco.
È arrivato il momento giusto, l’ho agguantato con forza dalla parte ancora fredda e ho tirato fuori il mio ferro ormai fiamma e fuoco, mi sono voltato appena e martellavo con violenza sull’ incudine un pezzo di ferro. Una passione intensa mi premeva nell’anima e mi passava lungo il braccio fin dentro il martello a schiacciare il pezzo di fuoco, a rigarlo a colpi sapienti, a piegarlo battendolo piano in ricciolo vivo e poi girandolo dentro’lo stampo in una curva elegante, dolcissima.
Avevo ormai il braccio stanco e la mano quasi rattrappita sul manico del martello, come a non riuscire a stringerio, rosso chiaro e poi scuro e poi la fiamma è scomparsa lasciando il ferro quasi di un azzurro grigio con riflessi di argento spento. L’ho gettato in terra a raffreddarsi e sono rimasto a lungo a guardarlo il mio primo lavoro – dopo tanti anni – e poi mi sono levato il berretto ad asciugarmi la fronte bagnata di sudore. Sentivo che mi si era riaccesa l’anima e rinnovato il mio sacerdozio ormai maturo e forse stanco di venticinque anni.

 



2) Il lavoro artigianale oggi

 

Ci sono molti motivi che possono spingere una persona a scegliere di diventare artigiano. C’è chi lo fa perché vuole essere indipendente, chi è insofferente del lavoro in fabbrica, chi vuoi dare un senso diverso alla propria vita. Le righe che seguono sono un tentativo di inquadrare questa scelta in una analisi più generale (anche se parziale e partigiana) del mondo di oggi, in particolare nella sua dimensione economica.
Gandhi è stato uno dei primi a vedere come tanto il capitalismo che il socialismo credono nella crescita economica, nella produzione centralizzata, nel Dio denaro e alti livelli di vita: entrambi i sistemi sono fondati sulla società industriale. Con l’evolversi di questa si verificano diversi fenomeni legati tra loro. In particolare individuiamo:

  1. il passaggio dalla prevalente produzione di “valori d’uso” alla prevalente produzione di “valori di scambio”: le merci;
  2. l’espandersi del lavoro salariato, con:
    – la separazione tra chi decide che cosa produrre e chi produce;
    – l’alienazione del lavoratore;
  3. l’accentuarsi del rifiuto del lavoro delle mani.

Valori d’uso e valori di scambio

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Di fronte alle nostre necessità materiali noi abbiamo due possibilità: possiamo fare da noi o possiamo pagare qualcuno perché lavori per noi. Questi due sistemi sono stati definiti in diversi modi. Per il primo si è parlato di: sistema di autosufficienza, economia dei valori d’uso, economia domestica, stile di produzione post-industriale. Per il secondo si parla di: sistema dell’ organizzazione, economia dei valori di scambio, modo di produzione industriale. Tutte le società esistenti si basano su una combinazione dei due sistemi, ma le proporzioni variano. Nel mondo moderno, durante gli ultimi cento anni c’è stata una svolta enorme e unica nella storia: il passaggio da una produzione fondata prevalentemente sull’autosufficienza. ad una produzione fondata prevalentemente sulle merci, o “valori di scambio”. Questo non è stato senza conseguenze.
Secondo quanto afferma Ivan Illich, tre valori sono posti in pericolo: la sopravvivenza, l’equità, l’autonomia.

SOPRAVVIVENZA. Con l’espandersi del modo di produzione industriale o sistema delle merci, tanto nelle società capitalistiche che in quelle socialiste, l’inquinamento e avvelenamento della terra da cui traiamo il cibo, dell’aria che respiriamo, dell’acqua che beviamo, mette in pericolo la sopravvivenza stessa dellavita, vegetale e animale prima, umana poi. Accanto a questo c’è da considerare che la crescita illimitata dei consumi di beni e di energia porta ad un sempre più rapido esaurimento delle risorse non rinnovabili, e ad una sempre maggiore probabilità di conflitto tra i popoli per il possesso di risorse scarsamente disponibili.

EQUITÀ. Illich ha dimostrato che un aumento del consumo di energia, tipico delle società industriali, va a scapito di una distribuzione equa delle risorse mondiali. Il nostro sistema di produzione è fondato sullo sfruttamento del Terzo Mondo.

AUTONOMIA. In una società dominata dalle merci, la gente diventa sempre meno capace di fare da sola, e sempre più dipendente dagli altri di quanto non sia mai stata prima nella storia.

 

Il lavoro salariato

 

Con lo sviluppo del sistema industriale si espande anche il lavoro salariato, che secondo Lanza del Vasto è “la forma moderna di schiavitù”.
Nel lavoro salariato c’è una separazione tra chi concepisce i fini del lavoro e ne organizza i mezzi, e chi si limita ad una esecuzione passiva di compiti. In secondo luogo, nel lavoro salariato, quando il processo di automatizzazione non abbia già espulso del tutto i lavoratori, questi si trovano il più delle volte a dover eseguire una parte molto limitata di operazioni in cui non possono realizzare se stessi né esprimere la propria creatività. Per la maggior parte di noi la vita non trova la sua espressione migliore nel lavoro, e il lavoro non fa fiorire la vita.

 

Il rifiuto del lavoro delle mani

 

Trovare qualcun altro che lavori al nostro posto è una ricerca che guida tutta la storia umana, e da li discendono le guerre, la miseria, le rivoluzioni, la schiavitù. Oggi non si fa più la guerra per catturare gli schiavi, ma la si fa per accappararsi le risorse energetichu che fanno funzionare le macchine che li hanno sostituiti. Questa è la chiave per risolvere i conflitti tra Est ed Ovest (corsa agli armamenti) e Nord-Sud (sfruttamento del Terzo Mondo).
Alle soglie del 2000 la scelta volontaria di un lavoro concepito diversamente ha il senso di una inversione di rotta nella misura in cui questa scelta non è dettata principalmente dalla ricerca del profitto sugli uomini e sulle cose. Invertire la rotta vuoi dire cercare di spostare l’equilibrio da una produzione fondata prevalentemente sui valori di scambio ad una fondata prevalentemente sui valori d’uso. L’organizzazione economica della nostra società è talmente complicata che quando noi consumiamo una merce acquistata per esempio al supermercato, non sappiamo se nella produzione di questo bene è stata inquinata la terra, l’acqua, l’aria, se si sono utilizzate risorse non rinnovabili, se c’è in esso una parte del sangue e della fame dei popoli del Terzo Mondo.
Noi dobbiamo trovare soluzioni locali a dei problemi mondiali. Il lavoro artigianale può essere una delle possibili soluzioni, perché si adatta molto bene ad una produzione su scala umana, può ridurre al minimo l’inquinamento e se si vuole può eliminarlo, è più facile che non abbia bisogno di un grande consumo di energia è può ridurre al minimo la probabilità di sfruttare i popoli del Terzo Mondo.
Il lavoro artigianale favorisce meglio la crescita e lo sviluppo della persona. Le società degli artigiani hanno costruito le cattedrali; le società dei burocrati hanno costruito i grattacieli. Il lavoro artigianale facilita il superamento del lavoro salariato ricomponendo il lavoro intellettuale (concezione dei fini e organizzazione dei mezzi) con il lavoro manuale (esecuzione).
Decidere le finalità della produzione è la vera autogestione. Certamente anche i singoli artigiani o le cooperative di produzione incontrano limiti e ostacoli, ma la strada è questa.
La scelta volontaria del lavoro artigianale può favorire la comprensione dell’importanza del lavoro delle mani, del saper bastare a se stessi senza pesare sugli altri, del ridurre i propri desideri e di semplificare la vita. La scelta del lavoro artigianale può favorire la ricomposizione tra il luogo in cui si vive e quello in cui si lavora, ridando vita all’unità della famiglia e facilitando legami più radicati nella comunità.
Il lavoro artigianale ben si presta a sposarsi con una agricoltura che produca per i bisogni locali senza avvelenare la terra e il cibo.
Se hai imparato un lavoro artigianale lo puoi fare qui o a mille chilometri di distanza, perché è il lavoro che segue te e non viceversa, e questo è tanto più possibile quanto più semplici sono gli strumenti usati.

Sirio Politi