N°68 / Assumere la profezia della povertà

Editoriale



“Le esperienze della storia
mostrano quanto deboli siano
anche le autorità della chiesa
di fronte alle tentazioni del potere”
(Peter Hünermann)

Dov’è la chiesa dei poveri?
Don Bruno, il prete che si è preso cura di me quando ero ragazzo, dopo aver ricevuto l’ultimo numero della nostra rivista, mi ha scritto e telefonato più volte per riprendere il discorso della chiesa dei poveri. Coltiva una fitta rete di comunicazione informatica con amici sparsi nel mondo. Mi invia sempre la corrispondenza che riceve da un missionario in Bangladesh. Per don Bruno non ci sono dubbi: certamente la Chiesa dei poveri è da quelle parti, nel terzo mondo, ed è presente in tantissime situazioni che rimangono nell’ombra…
Anche lui molti anni fa, prima che nel Concilio Vaticano II° venisse alla luce il tema della povertà della chiesa, ha potuto viverla direttamente con gli emigranti italiani che andavano in cerca di fortuna:

Come potrei dimenticare l’angoscia che ho provato quando il 26 luglio 1958 attraversai per la prima volta la frontiera di Ponte Chiasso. Il treno era strapieno di emigranti che bestemmiavano l’Italia perché li vendeva per un pugno di carbone… Dopo la guerra in Europa gli emigranti italiani furono più 5 milioni.
Io stavo rannicchiato sul sedile di un lunghissimo treno che li scaricava ad ogni stazione in Svizzera – Germania – Francia – Belgio – Olanda – Inghilterra…erano destinati a lavori massacranti: miniere , fornaci di mattoni, fonderie…abbandonati a se stessi, sistemati in alloggi precari, nelle baracche dei campi di concentramento, senza conoscenza della lingua e senza alcuna protezione…
Ero confuso e umiliato. Per nascondere le lacrime guardavo fuori dal finestrino. Il sole stava tramontando e lentamente scomparivano le mie montagne. Stavo per fare un salto nel vuoto…
Giunti alla frontiera di Chiasso si fece un gran silenzio…si entrava nella terra dell’esilio dove i “padroni “non tollerano né schiamazzi né insulti…..
Nella lunga attesa ho incominciato a familiarizzare : « Chi sei? Dove vai? »
«Sono uno come voi!»
Si aprivano le valige da cui uscivano panini, salame e fiaschi di vino !
«Tu non mangi? » « No, grazie, non ho fame! »
Avevo anch’io la mia pesante valigia di cartone legata con lo spago…ma avevo dimenticato di rifornirmi di cibo!
Quando si accorsero che non avevo niente fui costretto ad accettare quello che mi offrivano!
Facevo compassione.. ero anche un po’ malandato e pensavano che fossi triste per la nostalgia del distacco dai miei cari.
I discorsi si prolungarono per tutta la notte….Quando dissi che ero prete, ammutolirono… pensavano che avessi buttato la tonaca !
Dissi che andavo in missione…vedendomi in quelle condizioni, e credendo che andassi in Africa o in altri paesi di missione mi fecero i complimenti.
«No. Starò con voi…per condividere le vostre fatiche! »
«Sei matto? – mi dissero – chi te lo fa fare?…I preti in Italia sono ricchi e stanno bene…»
Capirono subito che non andavo all’estero per cercare di star bene …
Quella notte insonne ho riempito un quaderno di indirizzi e di nomi con la promessa di ritrovarci…

Questa chiesa di “poveri cristi” certamente non è mai venuta meno, ha sempre avuto degli aderenti, magari inconsapevoli. Credo che siano sempre stati la maggioranza nel mondo. E lo sono ancora…
Per associazione di immagini mi torna alla mente un brano dell’autobiografia spirituale di S. Weil:

Dopo l’anno passato in officina…i miei genitori mi avevano condotta in Portogallo, e là li lasciai per andarmene sola in un piccolo villaggio. Posso dire che avevo anima e corpo a pezzi. Il contatto con la sventura aveva ucciso la mia gioventù…Sono entrata in quel paesino portoghese…una sera di luna piena. In riva al mare si svolgeva la festa del santo patrono. Le mogli dei pescatori facevano in processione il giro delle barche reggendo i ceri, e cantavano canti senza dubbio molto antichi, di una tristezza straziante. Nulla può darne un’idea. Non ho mai udito un canto così doloroso, se non quello dei battellieri del Volga. Là, improvvisamente, ebbi la certezza che il cristianesimo è per eccellenza la religione degli schiavi, che gli schiavi non possono non aderirvi, ed io con loro (S. Weil, Attesa di Dio, 28-29).

Mille e mille racconti si potrebbero raccogliere da tutte le parti del mondo.
Questi due riportati vogliono essere rappresentativi di una Chiesa che non ha visibilità, appunto perché povera e fatta da poveri. Può solo essere narrata e per essere ascoltata ha bisogno di orecchi capaci di mettersi in ascolto, perché, anche se volesse non riesce a produrre i decibel necessari per ”far udire in piazza la sua voce” (Is., 42, 2).

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Un altro racconto.
Qualche tempo fa ho assistito ad una trasmissione televisiva nella quale uno degli interlocutori era mons. Fisichella, rettore della pontificia università lateranense. Data la posizione che occupa a Roma, non è certo l’ultimo arrivato. Il punto di discussione era il tema della reciprocità, ovvero la richiesta formulata dal Papa, in occasione del suo incontro con l’ambasciatore del Marocco, per il rispetto della libertà religiosa da attuarsi anche nei paesi di tradizione islamica. Fin qui nulla di strano.
Mi ha colpito, e fatto sobbalzare, la sottolineatura data dal magnifico rettore al giornalista che gli poneva domande in merito al significato delle parole pronunciate dal pontefice. Questo era il tenore dell’interpretazione per quanto riesco a ricostruire. “La Chiesa è anche un’istituzione. Accogliendo in visita l’ambasciatore del Marocco, Benedetto XVI era nella veste di “capo di stato” che incontrava un diplomatico rappresentativo del paese nord africano. Ponendo il problema della reciprocità egli sollecitava i capi di stato e di governo europei ad assumere iniziative politiche e diplomatiche nei confronti dei paesi a tradizione islamica perché la libertà religiosa venga salvaguardata per tutti anche in quei territori”.
Ovviamente è naturale che – dopo il Vaticano II° – il capo spirituale della Chiesa cattolica solleciti il riconoscimento della libertà di coscienza e di pratica religiosa in tutti i paesi e regimi politici; ma se, come dice Fisichella, parla in quanto “capo di stato” non è evitabile – per chi guarda dall’esterno – il suo accorpamento con l’occidente europeo anche dal punto di vista politico. E’ un guadagno o una perdita?
Pochi giorni dopo la comparsa dell’enciclica Deus caritas est, nella quale al n. 28 si ribadisce che “alla struttura fondamentale del cristianesimo appartiene la distinzione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio (cf. Mt. 22,21) cioè la distinzione tra stato e Chiesa o, come dice il Vaticano II, l’autonomia delle realtà temporali”, che senso ha che il rettore dell’università pontificia utilizzi la categoria “capo di stato” per meglio qualificare, interpretare e dare valore politico alle parole del papa in tema di reciprocità? Una categoria giuridica che inevitabilmente evoca “Cesare” (quando c’era lo stato pontificio il capo di stato veniva chiamato papa-re), di cui peraltro, a quanto ne so, non c’è traccia né nei documenti del Vaticano II. Dunque che senso ha?
Tento una interpretazione. A monte del ragionamento di mons. Fisichella mi pare di intravedere una lunga tradizione sulla quale generazioni di preti, compresa la mia, sono stati formati, cioè la visione della Chiesa come societas perfecta: quella società che giuridicamente possiede tutti i mezzi necessari alla sua sussistenza ed al perseguimento delle sue finalità. Nel loro ordine soltanto la chiesa e gli stati possiedono queste caratteristiche di completezza e di sufficienza. Pertanto la Chiesa tratta con gli stati e con essi intrattiene rapporti come si conviene tra “società perfette”.

Dice Aristotele: qual è la comunità perfetta? È quella che ha in se stessa tutti i mezzi necessari alla sua sussistenza, che non ha bisogno di nessuno. Ed è per questo che la Chiesa è stata definita, da Pio IX e dal Concilio Vaticano I, una società perfetta: con conseguenze di autismo e di solipsismo che giungono fino a noi. E per questo è stata inventata la sovranità degli Stati, la loro «perfezione». In che cosa consiste? La perfezione dello Stato sovrano, così come è stata costruita dalla dottrina giuspubblicistica dal 1500 in poi, risiede nel fatto che lo Stato non deve aver bisogno di nessuno, nemmeno per farsi giustizia. La sua perfezione sta nel non dover dipendere da nessuno. E allora nel Cinquecento, un domenicano, Francisco De Vitoria, ha stabilito che gli Stati sovrani, essendo perfetti e non dovendo dipendere da nessuno, nemmeno per farsi giustizia, si fanno giustizia con la guerra… La povertà rovescia questa idea della perfezione, dalla quale la maggior parte degli uomini sono esclusi e dalla quale la grande maggioranza degli uomini è destinata ad essere travolta. Essa significa essenzialmente che nessuno è sufficiente a se stesso e tutti hanno bisogno gli uni degli altri. E anche le società umane, allora, non sono sovrane e perfette, ma interdipendenti e indigenti. Non esistono città o repubbliche o regni (come dice Suarez, uno dei fondatori del diritto internazionale moderno) quin indigeant, che non siano indigenti, che non abbiamo bisogno di mutuo aiuto, di società e di comunicazione; cioè che si possono mettere al di fuori o al disopra, come despoti, della comunità internazionale (La Valle, Prima che l’amore finisca, 35-36).

Oggi non è difficile constatare, alla luce delle concrete dinamiche storiche che coinvolgono il mondo intero, quanto una tale impostazione appaia ideologica e illusoria. Editoriale
Occorre però dire che nei testi del Vaticano II questa categoria di societas perfecta non viene utilizzata. E questo non è un fatto da poco, anche se ovviamente non basta per interrompere modalità di relazioni internazionali e diplomazie che hanno alle spalle secoli di tradizione e che vedono una Chiesa cattolica ben strutturata a questo livello.
Ma si pone la domanda: come può questa istituzione, non solo gli uomini nella loro spiritualità personale, magari eccellente, che in essa operano, no proprio l’istituzione come “societas perfecta”, assumere e rappresentare adeguatamente la dimensione misterica quella chiaramente emersa nel Concilio e che costituisce il fondamento e la profondità della costituzione Lumen Gentium?
In questi giorni sono andato a rileggere il testo di una conversazione tenuta da don Giuseppe Dossetti nel 1994 al clero della diocesi di Concordia-Pordenone nella quale proponeva un itinerario spirituale. Il presentatore, ricordando una affermazione di don Giuseppe: “ho imparato a guardare lontano”, prima di dargli la parola esprimeva questo auspicio: “vorremmo che quest’incontro ci insegnasse, a tutti, a guardare lontano” (G. Dossetti, I valori della Costituzione, ed S. Lorenzo, RE 1995, 4).
Il monaco enuncia una sua convinzione base che si è fatta largo dal tempo dei suoi studi sui rapporti dei due grandi sistemi: il sistema ecclesiale e il sistema cosiddetto statuale, uscendone sempre più rafforzata attraverso le varie fasi della sua vita. Essa afferma

“il chiaro distacco interiore dalla dottrina della Chiesa come «società perfetta», cioè come società autosufficiente, in modo analogo a quello della società civile. Non perché questa dottrina, nei termini i cui veniva allora sviluppata dal pensiero cattolico tradizionale, sia in sé errata: ma perché non è certo che colga il proprio della Chiesa . E adesso dico di più: fuorvia dal proprio della Chiesa . Può significare una certa rappresentazione della Chiesa, approssimativa e partendo dall’esterno, ma non esprime il volto essenziale della Chiesa , come non esprime nessun volto la radiografia del nostro sistema osseo: è uno scheletro…non è la carne, i lineamenti, il volto, soprattutto l’anima…
E’ la certezza della Chiesa come corpo vivente, animato dallo Spirito Santo: e tutti i problemi relativi, anche i problemi dei rapporti col mondo, con la società politica, con l’atmosfera culturale e sociale di un’epoca, si devono interpretare e condurre non come l’opera di un’ossatura senz’anima o quasi, ma come corpo vivente, animato dallo Spirito di Cristo, Signore della storia e presente nella storia”.
Più avanti ribadisce di nuovo la sua convinzione di base, che lui qualifica come “ingenuità essenziale della fede…cioè la convinzione che la Chiesa nel mondo, nei suoi rapporti col mondo, non può porsi come ‘societas perfecta’ in senso giuridico.

Una ulteriore considerazione mi pare importante. Nell’enciclica Ut Unum Sint Giovani Paolo II, nel 1995, sottolineava la necessità di trovare una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra alla situazione nuova. Ebbene è sostenibile ancora che il successore di Pietro, addirittura il vicario di Cristo (CIC 331), che chiede a tutte le Chiese e comunità ecclesiali di essere riconosciuto nel suo ministero di servus servorum Dei, possa ancora essere additato come “capo di stato” e presentarsi pubblicamente in quanto tale? Si ritiene seriamente che tale qualifica giuridica sia parte essenziale della missione di Pietro?

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Sono convinto che per affrontare seriamente il tema della povertà della Chiesa, essendo insufficiente parlare della Chiesa per i poveri e dei poveri, sia necessario rivisitare con coraggio tutto il lavoro svolto negli intensi anni del Concilio. E’ da lì che occorre ripartire. Non che manchino importanti contributi successivi, ma il contesto conciliare, nell’ambito della dialettica fiorita in quella adunata universale ed autorevole, aiuta a meglio cogliere la libertà di parola e la collegialità francamente e responsabilmente esercitate nella Chiesa.
Andando oltre i testi ufficialmente deliberati, occorre aprire orecchi ed occhi alla dimensione profetica, cioè quella che sa fiutare l’orientamento di fondo nel senso delle cose nuove che lo Spirito dice alle Chiese. Ebbene il mistero della povertà, nonostante l’enorme mole di lavoro sistematico svolto in quegli anni da padri ed esperti conciliari, di fatto è rimasto un tema isolato, pur avendo lasciato qualche traccia nei documenti deliberati.

Riferendosi all’impegno profuso dal card. Lercaro in tema di chiesa dei poveri Dossetti commenta: Occorre riconoscere che queste tesi Lercariane ebbero ben modesti risultati sui documenti del Concilio (tutto si riduce al paragrafo 8 della Lumen gentium e al paragrafo 5 del decreto Ad gentes sulle missioni. Però si può ora meglio valutare l’effetto di un vero e proprio manifesto e conseguenze protratte di grande rilievo soprattutto nelle Chiese giovani del terzo mondo, più in particolare ancora contribuirono in misura notevolissima alle grandi assisi latino americane di Medelin e di Puebla e ne influenzano ancora gli sviluppi” (G. Dossetti, Vaticano II. Frammenti di una riflessione, Bologna 1996. , 118).

E’ giunta l’ora, a fronte della situazione globale nella quale si trova il mondo, di riprendere in pieno ed assumere fino in fondo il mistero della povertà, che è quello della rivelazione di Dio in Gesù. Forse oggi è rimasta l’unica via da parte della chiesa per testimoniare, anche come istituzione, che Deus caritas est. Ma questo significa che essa stessa, come istituzione, deve diventare davvero povera. Questo significa liberarsi con decisione dal peso e dall’inerzia di elementi mondani, nel senso di non teologici, che nei secoli si sono accumulati; parimenti diventa sempre più urgente sciogliere l’abbraccio avvolgente e mortale dell’occidente opulento ed abbandonare modelli consolidati ben lontani dallo stile di vita che traspare dal Vangelo.
Vi sono dei tesori da riscoprire, come ad esempio gli interventi del card. Lercaro in Concilio che traspirano freschezza ed una sorprendente attualità.
In quegli anni egli ha portato avanti l’istanza del mistero della povertà che necessariamente riguarda la Chiesa nella sua essenza e missione, indicando chiaramente che è questa la base sulla quale attuarne l’aggiornamento ed il rinnovamento.
Il cardinale di Bologna ha cura innanzitutto di fondare cristologicamente le sue riflessioni:

La pratica della povertà e la condizione del povero secondo il Vangelo non riguardano soltanto l’agire del cristiano e della Chiesa, ma toccano direttamente il mistero intimo e personale del Cristo: non costituiscono un capitolo di un’etica sia pure sublime o l’espressione di una filantropia generosa quanto inerme, ma parte integrante della rivelazione del Cristo su se stesso, un capitolo essenziale della cristologia (Cit. da I.L. Cherubini, Una chiesa povera per i poveri, tesi di dottorato presentata presso la Facoltà di Teologia dell’Università di Friburgo, 1998, p.98.

Su questa base Lercaro sviluppa la dimensione ecclesiologica di Gesù, Messia povero e dei poveri:

La chiesa in quanto depositaria della missione messianica di Gesù, la Chiesa prolungamento del mistero della Kenosi del Verbo, non può non esser anzitutto e privilegiatamene la Chiesa dei poveri, destinata ai poveri,mandata per la salvezza dei poveri; e d’altra parte come Chiesa povera che, come il Cristo, non può salvare se non quello che assume, cioè non può salvare prima di tutto i poveri, se non assume la povertà (Ibidem) .

In un appunto preparato in vista della discussione in assemblea conciliare dello schema XIII, quello che sarebbe diventato la Costituzione della Chiesa nel mondo contemporaneo, Lercaro annotava:

L’idea del servizio, della imitazione di Cristo, che non ven­ne per essere servito, ma per servire, come centro dell’impegno cristiano nel mondo, e questo con la connotazione necessaria … dell’umiltà e della povertà, che dovrebbero essere caratteristiche della presenza del cristiano nel mondo, sia quanto ai singoli.. . sia quanto alla Chiesa nel suo insieme.

E concludeva dicendo che:

Il modo più proprio e certamente più efficace per la Chiesa di comprendere e illuminare le necessità più intime del mondo odierno è che la Chiesa, oltre che approfondire… la conoscenza del proprio mistero, anche attui il rinnovamento e l’adeguazione coraggiosa delle proprie istituzioni…cioè si impegni a un rinnovamento interno più incisivo e più luminoso, a un ringiovanimento cioè di tutti i propri organi… soprattutto sotto l’aspetto della sem­plicità e povertà evangelica… (Cit. in Dossetti Il Vaticano II … 127).

Il punto più alto, dove raggiunge il massimo della originalità, si manifesta nel suo intervento dove tocca i rapporti tra Chiesa e cultura. Dossetti così riassume il suo pensiero:

Occorre che la Chiesa si riconosca «culturalmente povera» e voglia essere coerentemente sempre più povera. Cioè che la Chiesa abbia il coraggio di rinunciare alle sue stesse ricchezze culturali del passato, per proporre sempre più, in modo spoglio ed essenziale, la ricchezza divina del messaggio evangelico senza “nasconderla sotto il moggio (di un patrimonio culturale ereditato che può impedirle), di aprirsi ai valori veri della nuova cultura o delle culture antiche non cristiane, limitare l’universalità del suo linguaggio, dividere anziché unire, escludere molti più uomini di quanti non ne attiri e li convinca.

Con il riferimento al “moggio”, è chiara l’allusione al vangelo di Matteo, come pure all’inizio della costituzione sulla Chiesa che si apre con le parole Lumen gentium.

“Essendo Cristo la luce delle genti, questo Santo Concilio, radunato dallo Spirito Santo, ardentemente desidera con la luce di Lui, splendente sul volto della Chiesa, illuminare tutti gli uomini annunziando il Vangelo ad ogni creatura”.
Dossetti riferisce ancora: nella sua conferenza del 19 novembre 1963, parlando alla conferenza panafricana nella quale ripercorreva in sintesi le tappe del cristianesimo extraeuropeo constatava che “da molti secoli, nella Chiesa d’occidente, il modo di sentire l’universalità del Vangelo era quello della spinta, sia pure generosa e talvolta eroica, verso l’espansione quantitativa nella conquista missionaria del mondo…”
Tutto quello che è avvenuto dopo, negli ultimi cinque secoli (anche con la stessa scoperta dell’America e con la penetrazione occidentale nell’oriente asiatico, medio ed estremo, e nell’Africa) “resta sostanzialmente nell’ambito di un’espansione quantitativa indifferenziata del cristianesimo europeo, ammirevole per somma di generosità, di sacrificio, di martirio, ma senza una testimonianza complessiva, ecclesiale, resa alla possibilità e ne­cessità di una pluralità di tradizioni spirituali omogenee al genio proprio e alla vocazione peculiare di ogni nazione … Questo invece è avvenuto in Concilio: direi che è avvenuto solo nel Concilio: … nessun altro evento o sforzo di ripensamento avrebbe potuto farci fare il salto qualitativo necessario per superare quella certa unilateralità che era nella impostazione teologica, spirituale e istituzionale degli ultimi otto secoli…”.

Tuttavia Lercaro non si fa illusioni e non ne alimenta nei suoi ascoltatori africani aggiungendo: si può dire con certezza che siamo solo agli inizi” (Dossetti, Il Vaticano II, 130-131). Difficoltà che sono state abbondantemente confermate nella gestione del post-concilio.

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A quarant’anni di distanza in Italia sembra emerso prepotente la voglia di cristianità.
Cristianità dove sei? Dicono molti che non professano la fede cristiana ma sembrerebbero aspirare ad un nuovo regime di cristianità: per arginare il relativismo, per contrapporsi all’avanzata islamica e forse anche per motivi inconfessabili…
Gesù col suo Vangelo non c’entra molto con questa cristianità invocata. Infatti non è di Lui che si parla: anche quando si tira in ballo il crocifisso che deve essere esposto per segnare i confini della cristianità. Ci si riferisce ad una identità occidentale impoverita, smarrita, e allora ci si appella alla potenza del religioso per ricevere un puntello ideale.
Nell’Itinerario spirituale sopra citato, Dossetti, alludendo alla moda di qualificare il nostro tempo come un’età post-cristiana, afferma:

“Non c’è un’età post-cristiana per chi ha fede. C’è un’età che ha un regime mutato, un regime globale – culturale, sociale, politico, giuridico, estetico – non ispirato al cristianesimo: cioè un’età non più di cristianità; questo sì, e di questo dobbiamo convenire. La cristianità è finita! E non dobbiamo pensare con nostalgia ad essa, e neppure dobbiamo ad ogni costo darci da fare per salvare qualche rottame della cristianità…
Il sogno dello storico Eusebio di Cesarea che ha idealizzato Costantino e la sua opera, anzi, il regime di Teodosio il Grande, che ha dato le prime grandi linee della struttura cristiana dell’Impero, è finito, irrimediabilmente finito: è finito dappertutto.
(Dossetti, I valori della costituzione, 17)
Successivamente si domanda: occorre pensare ad “un regime di salvataggio dei rottami di cristianità?”. Si riferisce in particolare al nostro paese dato che “l’Italia ha conservato alcuni rottami sino ad ora… “.
Per lui “un regime di salvataggio dei residui di cristianità, senza più l’integrazione organica del pensiero che lo sorreggeva” è destinato a sicura sconfitta.
Senza “una visione organica, vitale, creativa, del cristianesimo di sempre e di una nuova cultura …veramente adeguata alle scienze umane contemporanee” la difesa “dei nostri valori…apparirà non solo una battaglia di retriva e di retroguardia, ma inevitabilmente un’imposizione dal di fuori, costrittiva della libertà umana, il che è proprio il contrario del cristianesimo, pensato come azione non nostra, ma di Cristo presente nella storia e nella libertà dello Spirito Santo”.

Queste parole, pronunziate dodici anni fa, rappresentano un messaggio attualissimo e spiegano ampiamente il profondo disagio di molti, cristiani e non, a fronte dei tentativi tesi a rimettere in piedi un regime di salvataggio dei rottami di cristianità. Il risultato che ne deriva è l’oscuramento di quanto è proprio e originale del cristianesimo, la cui immagine più diffusa, blandita e cercata, è quella corrispondente ad una chiesa che si presenta come potente lobby con la quale tutti devono fare i conti. Questa non è la via perché la luminosità di Gesù di Nazaret possa riflettersi sul volto della Chiesa ed agire per virtù propria, ma è il moggio, per riprendere l’immagine evangelica di Lercaro, che, al di là delle intenzioni, imprigiona la lanterna oscurandone la luce.

“Talvolta mi chiedo se la Chiesa crede ancora in Dio. È certo un’affermazione paradossale e provocatoria, ma ha una sua giustificazione: quando la Chiesa interviene massicciamente per promuovere una legislazione favorevole alla sua etica, allora ci possiamo chiedere se chi gestisce il potere ecclesiastico crede più agli strumenti del mondo o all’opera di Dio” (Intervista a Umberto Galimberti di Paolo Forcellini, “L’espresso”, 16 marzo 2006)

Riferendosi poi al Concilio Vaticano II riconosciuto come “un grande dono di Dio”, Dossetti nota che

“non ha avuto quella ricezione che doveva avere… Credo che le cose…abbiano portato…ad una specie di cristallizzazione post-conciliare…Si parla molto del Concilio, ma non ci si crede più: questa è la mia conclusione (Dossetti, I valori della costituzione , 19-20).

Però aggiunge che il Concilio un limite reale l’ha avuto:

era stato tutto pensato ancora in regime di cristianità e supponendo sostanzialmente ancora un regime di cristianità, dal quale si è allontanato per poche cose. Quindi ha inquadrato i rapporti col mondo, specialmente nella Gaudium et Spes, in una visione ottimistica, troppo ottimistica, e in una supposizione, non più vera, che il regime globale – sociale,culturale, politico – fosse più o meno, con differenze rilevanti tra le diverse nazioni, quello ereditato dal vecchio regime cristiano. E quindi per molti aspetti si è trovato a scontrarsi con una situazione nuova, diversa, non facilmente amalgamabile.
Questa potrebbe essere la ragione profonda del suo arresto, della sua stasi nell’ordine della ricezione completa e dell’impulso reale dato al popolo di Dio e alle sue guide.
Però dopo pochi anni ci se ne accorse facilmente, e intanto maturava in me la convinzione sempre più acuta che fosse necessario risalire alle cause più profonde, e quindi ad un nuovo pensiero, ad un nuovo modo di vivere il cristianesimo: nuovo perché sempre quello, sempre più legato alle sue sorgenti native e sempre più coerente con le sue sorgenti originali.

Dossetti continua la testimonianza del suo itinerario spirituale verso un cristianesimo legato alle sue sorgenti raccontando le caratteristiche vissute nell’ambito della comunità monastica da lui fondata.
A me pare che la domanda che si fa largo con sempre maggiore urgenza sia la seguente: “Con quale cristianesimo?”
Dinanzi al mondo come oggi si presenta, con gli abissi di miseria correlati ad una ingiustizia iniqua, strutturate col potere della forza a livello planetario e accogliendo come discepoli le caratteristiche della rivelazione di Dio nella Kenosi vissuta in Gesù di Nazareth, sembra che il modo nuovo di vivere il cristianesimo, quello che ci fa imparare a guardare lontano, sia di assumere decisamente la profezia della povertà, risuonata 40 anni fa nel Concilio Vaticano II, unica via per la chiesa e unica speranza per il mondo (vedi Pretioperai n. 67 “ Dov’è la Chiesa dei poveri ?”).

Roberto Fiorini


 

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