Ricordando Erasmo Camera

«In primavera faccio l’imbianchino
in estate il contadino
autunno e inverno: sono nel laboratorio
di restauratore di mobili antichi come manovale»
(Erasmo, 4 novembre 1989)

«Mio Signor, che mattino!!!»


  1. Piero Montecucco ricorda Erasmo
  2. Claudia Soligno saluta il suo parroco
  3. Uno scritto di Erasmo

1.

RICORDO DI UN AMICO

di Piero Montecucco

 

La diocesi di Tortona è una terra di confine. Comprende circa 300 mila abitanti, divisi per metà tra il Piemonte (provincia di Alessandria) e la Lombardia (l’Oltrepò pavese) con una piccola appendice in Liguria.
Fu per questo che Erasmo Camera, piemontese di origine, essendo nato a Castelletto d’Orba (AL) il 5 settembre 1930, dopo l’ordinazione sacerdotale avvenuta nel 1953, trascorse la maggior parte della sua vita in Lombardia, come parroco per 34 anni di Pizzocorno di Ponte Nizza.
Pizzocorno è un piccolo villaggio di 150 abitanti situato su un ripido pendio, sulla strada che dalla Statale del Penice, tra Voghera e Bobbio, sale all’antica Abbazia di S. Alberto di Butrio.
A Pizzocorno Erasmo arrivò ai primi di ottobre del 1961. Probabilmente doveva essere per lui, giovane prete, una prima esperienza parrocchiale, prima di affrontare impegni più gravosi.
Così avveniva allora nella nostra diocesi, formata da una vasta zona di collina e di montagna con piccoli paesi, che nel dopoguerra sono andati rapidamente spopolandosi, e una zona di pianura con centri urbani come Novi Ligure, Tortona, Voghera, Strabella, di notevole importanza sia agricola, che industriale e commerciale.
Ma gli anni ‘60 sono stati per parecchi preti anni di profondo travaglio interiore, che ha messo in crisi certezze, tradizioni, aspettative. Il Concilio Vaticano II, le lotte sociali di studenti e operai, hanno fatto giungere il loro fragore, ma soprattutto le idee e i messaggi dovunque c’erano persone disposte ad accoglierli.
In quegli anni diversi gruppi di preti, giovani e meno giovani, insieme a laici, si riunivano informalmente, riflettendo sul loro ruolo, sulla loro vita, sulla presenza della Chiesa nella società e si domandavano se non fosse giunto il momento di attuare profondi cambiamenti.
È stato proprio in seguito a questo travaglio, a queste riflessioni comunitarie, che quattro preti, tra cui Erasmo, presero la decisione di andare a lavorare in fabbrica.
Erasmo parlò con la gente del paese, presentò la sua decisione e con loro fece la scelta di unire il lavoro operaio all’impegno di parroco. Restò a Pizzocorno e ogni giorno faceva il pendolare, come molti dei suoi parrocchiani, raggiungendo Cervesina, a circa 30 km., dove aveva trovato lavoro in una fabbrica di prefabbricati in cemento. Vi rimase al lavoro per circa otto anni, durante i quali partecipò alle lotte operaie, che in quegli anni erano assai intense e dure. Fu delegato sindacale e membro del consiglio direttivo provinciale della Federazione Lavoratori delle Costruzioni.
Nel 1979 dovette cambiare tipo di lavoro, come egli stesso racconta:

“Dal 1979, anno in cui sono rimasto disoccupato, nell’impossibilità di trovare un altro lavoro dipendente, ho scelto il lavoro autonomo, che svolgo in tre modi:
– in primavera faccio l’imbianchino;
– in estate il contadino: curo il frutteto del beneficio e vado in una cooperativa agricola per la raccolta della frutta;
– autunno e inverno: sono nel laboratorio di un restauratore di mobili antichi come manovale”
(dalla comunicazione ai PO della Lombardia del 4 novembre ‘89).

Ma, al di là di ciò che una persona fa, delle scelte e dei cambiamenti che compie nella sua vita, ciò che conta maggiormente è il senso, le motivazioni, i messaggi, che con quelle azioni, con quelle scelte e con quei cambiamenti ha voluto esprimere. A me pare che Erasmo con la sua vita di prete, di parroco e di operaio ha voluto dare alla sua comunità, ai suoi amici, a tutti noi dei messaggi molto semplici e concreti.

 

Il primo di questi messaggi è che il prete non è un privilegiato.
E questo messaggio Erasmo lo ha dato innanzitutto proprio col suo lavoro. Prima ancora di fare la scelta operaia ha dato molto chiaramente questa testimonianza. Quando ha restaurato la chiesa e la casa canonica, quando ha fatto altri lavori per la comunità, ha sempre lavorato con i suoi parrocchiani, usando badile, zappa, piccone o cazzuola. In questo modo scendeva dal piedistallo, su cui tradizionalmente il prete stava (e sta tuttora), per mettersi a lavorare con la sua gente. Così anche quando ha deciso di andare a lavorare in fabbrica, una delle motivazioni che lo hanno spinto è stata quella di condividere la condizione dei suoi parrocchiani, molti dei quali ogni mattina si mettono in viaggio per andare a lavorare a Voghera, Pavia o Milano.

 

Un secondo messaggio, che non si è mai stancato di esprimere con forza, è che la messa non si paga.
Il “rifiuto a vivere sul sacro” lo ha spinto a guadagnarsi da vivere col proprio lavoro. Su questo è stato molto rigoroso, cercando sempre di aiutare la sua gente a cambiare quella abitudine mentale per cui “se non si fa l’offerta, la messa non vale”. Anche l’assegno mensile che riceveva dall’Istituto per il sostentamento del clero veniva messo a disposizione della comunità che lo destinava o a necessità della parrocchia o ad opere di beneficenza.

 

Un altro messaggio può essere espresso con le parole di Gesù: “non fatevi chiamare maestro” (Matteo 23, 8).
Erasmo non si è mai atteggiato a maestro. “Chi mi ascolta deve capire che anch’io, come tanti di loro, sono alla ricerca della verità” (comunicazione ai PO Lombardia del 9 luglio ‘94). E una volta mi confidava: “Qualche volta io non riesco più a predicare… Abbiamo detto troppe parole. Dovremmo fare un po’ più di silenzio. Dovremmo riflettere con la gente e con loro cercare la verità”.
Negli ultimi anni ha proposto un’iniziativa che ha avuto notevole successo: in occasione di Natale e di Pasqua invitava tutti i parrocchiani e anche i suoi amici che venivano da fuori ad una riflessione comunitaria. Si sceglieva un argomento su cui ciascuno era invitato a dire il proprio pensiero, a raccontare la propria testimonianza. Si leggeva anche qualche testo, dalla Bibbia o di altri autori. Erano momenti molto intensi, partecipati. C’era la richiesta di moltiplicare questi incontri. Ma Erasmo ci andava piano: “Lasciamo che siano desiderati e attesi. Che non diventino un’abitudine e finiscano per annoiare”.

 

Uno dei messaggi centrali della vita di Erasmo, forse il più importante, si può esprimere con le parole di Raoul Follereau: “La sola verità è amarsi”. C’era sempre in lui un grande desiderio di autenticità, di verità, la ricerca di ciò che è essenziale nella fede cristiana e nella vita umana. L’accento è stato posto sempre più sul tema dell’amore. “Il mio testo non è più il Credo, ma la parabola del buon samaritano, e soprattutto la pagina di Matteo sul giudizio universale: “avevo fame, avevo sete…” (comunicazione del 9 luglio ‘94). Anche l’inno all’amore della prima lettera ai Corinzi (cap.13) era uno dei testi preferiti. Per la preparazione alla Cresima del 23 aprile scorso aveva affidato a ciascun ragazzo una ricerca su uno dei quattro Vangeli, riportando le parole e i fatti della vita di Gesù che riguardavano l’amore.
Questa però, per Erasmo, non era una ricerca solo teorica, ma anche molto pratica, concreta. “Cerco di testimoniare il Vangelo col mio atteggiamento; la mia presenza, dalla chiesa al bar, dal frutteto al campo sportivo, mi sforzo che sia prima di tutto dell’uomo che cerca di capire e aiutare gli altri, senza prediche e robe del genere…” (comunicazione del 4 novembre ‘89).
L’amicizia era per lui un modo di vivere. E la cerchia degli amici si allargava, oltrepassava la piccola comunità. Molti si aggregavano per progettare e promuovere iniziative. Durante la malattia desiderava la visita dei suoi amici. Come, da parte sua, aveva sempre sentito e vissuto come segno di profonda amicizia, prima che “carità cristiana” o “dovere pastorale”, l’impegno di visitare chi era ammalato.
Anche le varie iniziative di solidarietà in cui si è coinvolto insieme alla sua comunità partivano dall’esigenza di rendere concreta e vera la fede cristiana. Così l’aiuto ai terremotati del Friuli e dell’Irpinia, alla missione di Catiò in Guinea Bissau (che visitò personalmente), ai bambini della ex Jugoslavia e il sostegno agli interventi dei PO in Salvador e in Ruanda.

 

C’è un ultimo aspetto della vita e della personalità di Erasmo, un ultimo suo messaggio che voglio esprimere col titolo di un canto a lui particolarmente caro: “Mio Dio, che mattino!”.
È la dimensione contemplativa della sua vita. Chi non è stato colpito dal suo rapporto, oserei dire, mistico con la natura? La sua capacità di stupirsi ogni volta per la bellezza del tramonto. L’ammirazione per il suo frutteto di ciliegi in fiore (e come lo faceva vedere volentieri a chi lo andava a trovare!). Ogni anno organizzava una gita con i ragazzi e gli amici per andare sull’Appennino ligure a vedere un prato fiorito di narcisi. Nelle escursioni in alta montagna l’entusiasmo toccava l’apice: quando arrivò sulla punta Gnifetti del Monte Rosa esplose in un grido di gioia, sulla vetta del Monviso abbracciò tutti i presenti…
Questa sua serenità interiore, che lo portava ad ammirare e a gioire per le cose semplici e meravigliose della vita, esplodeva nel canto. Nelle gite con gli amici come in chiesa durante la Messa, il canto era la lode che gli saliva dal cuore. Quando cantava, comunicava a tutti i presenti la sua gioia ed il suo entusiasmo: “Laudato si’,o mio Signore”, “Dov’è carità è amore”, “Mio Dio, che mattino!”, “Quando busserò alla tua porta…”.
Neanche durante i giorni della sofferenza venne meno la sua gioia di vivere, di stare con gli amici, di lodare e di ringraziare. La scoperta del male avvenne nel gennaio scorso. Avevamo partecipato insieme il 13 e il 14 a Rovato (BS) all’incontro dei PO della Lombardia. La settimana successiva mi disse per telefono che sarebbe andato in ospedale per accertamenti, in seguito ad un fatto strano: un braccio non aveva più forza, gli cadeva mentre reggeva la cornetta del telefono o il cucchiaio mangiando… Risultò la presenza di una piccola cisti alla testa. Ma analisi successive rivelarono qualcosa anche ai polmoni.
Si affidò alle cure di un amico, il neurologo prof. Faggi di Lodi. Fu esclusa la possibilità dell’operazione. Iniziò le radioterapie e le chemioterapie all’ospedale di Lodi, che lo impegnarono fino a luglio. Nel frattempo, accompagnato dall’amico Gianni, venne a salutare i PO riuniti a Rovato il 25 marzo e partecipò all’incontro di S. Alberto di Butrio del 9/10 giugno.
Terminate le cure, avrebbe dovuto seguire un periodo di miglioramento delle sue condizioni di salute. In realtà le forze venivano meno, avvertiva qualche nuovo dolore. Qualche volta dubitava di farcela, ma la speranza e la voglia di vivere non lo abbandonarono mai. A metà settembre ritornò in ospedale a Lodi e la sue condizioni peggiorarono rapidamente. Ebbe bisogno di assistenza continua. Le persone più care gli furono vicine: il fratello Sandro, la sorella, gli amici, Laura, Giancarlo, Gianni… Oliviero Ferrari lo visitava ogni giorno. La sera del 7 ottobre fu riportato a Pizzocorno.
Morì domenica 8 alle ore 13.
Al funerale lo salutò una folla immensa di amici.


2.

GRAZIE, ERASMO!

 

Grazie perché prima di partire per il lungo viaggio
hai voluto ritornare ancora vivo per salutare la tua gente.
Il saluto di Claudia Soligno al funerale del suo parroco


Il momento del commiato è sempre il più doloroso e, forse, tu, don Erasmo, preferivi, da noi di Pizzocorno, un attimo di silenzio, un attimo di meditazione, ma non possiamo farlo, non possiamo lasciarti senza dirti prima, in parte, ciò che sentiamo sinceramente.
Per salutarti avremmo desiderato leggere ancora una volta insieme l’inno dell’amore (I Cor. 13) che tanto ti piaceva e dal quale certamente hai tratto insegnamento, cercando di trasmetterlo a tutti quelli che ti hanno conosciuto. Tu, don Erasmo, hai saputo donare fraternamente tanto amore e, noi tutti della tua comunità, te ne siamo riconoscenti. Un giorno hai fatto una scelta difficile e sofferta, lottando contro i dubbi che ti assillavano, contro chi ti voleva bene e non riusciva a comprenderti e anche contro certa opinione pubblica. Sicuro poi della tua decisione, una sera ci hai riuniti, ci hai parlato sinceramente e mettendo a nudo con tanta umiltà ma con fermezza i tuoi sentimenti ci hai fatti partecipi della tua nuova scelta di vita: avresti continuato la tua missione come preteoperaio.
Ci scrutavi ansioso, temevi di non essere da noi compreso e di dovere quindi anche con grande dolore-lasciare la tua comunità. Noi tutti come ben sai non solo ti abbiamo capito e accettato come prete lavoratore, ma da quel momento ti abbiamo apprezzato maggiormente; molti hanno cominciato a volerti più bene e ad amarti fraternamente di più. Tanti che disertavano la Chiesa, per merito tuo si sono avvicinati e la tua messa, le tue omelie erano sempre più seguite con fervore cristiano, non solo da noi parrocchiani ma anche da tanti fedeli “che venivano da fuori”. La tua messa la notte di Natale, come si può dimenticare?

Con te abbiamo imparato a lavorare con più amore, con più allegria, a pregare con più partecipazione. Avevi ancora molti, troppi progetti da realizzare per rendere sempre più accogliente e bella la tua chiesa; progetti per la tua comunità, per i più bisognosi e per la missione giù, in terra africana. Purtroppo ora, senza nulla dire, soffrendo come Gesù in croce, te ne sei andato lasciando un grande vuoto. Speravamo intensamente fino a pochi giorni fa che ce l’avresti fatta, eravamo quasi certi o almeno vivevamo nell’illusione che, dopo un periodo pur sempre doloroso, saresti ritornato fra noi, raccontandoci come solo tu sapevi fare, un po’ come un ragazzo, la triste odissea del tuo male, la bravura del tuo caro prof. Faggi, del bravo dott. Nelli e di tutto lo staff medico e paramedico di Lodi, la gentilezza della famiglia Satori, la pazienza e la solerzia dei buoni amici e dei tuoi cari che giorno e notte ti assistevano amorevolmente.
Il disegno divino è stato diverso dalle tue, dalle nostre aspettative; e noi che crediamo, tuttavia, siamo certi che ora che hai visto in faccia e hai conosciuto Dio da vicino, quel Dio che già ben ti conosceva, siamo certi che, anche lì dove ora sei, ti troverai bene e sarai pienamente felice.

Grazie comunque, perché prima di partire per il lungo viaggio, resistendo alla sorella morte, hai voluto ritornare dall’ospedale ancora vivo per salutare un’ultima volta la tua chiesa, la tua gente. E la tua gente ti ricorderà sempre con tanto affetto, come un sacerdote amico, che per la nostra chiesa ha sempre lavorato senza chiedere nulla, mai! I consigli preziosi di Gianni, il tuo maestro di restauro, l’aiuto saltuario dei più volonterosi, la coadiuvazione del tuo paziente ed instancabile Sandro, il solerte disinteressato affetto di chi ti stava vicino e degli amici tutti, ti sono bastati per darti la carica per realizzare pur con grandi sacrifici, tutto ciò che non si vede e ciò che si vede, sia in chiesa, sia in canonica, sia nella terra che, dietro l’esempio operoso ed instancabile dei tuoi cari, hai saputo rendere un giardino.
A primavera i bianchi bellissimi fiori del ciliegeto ci parleranno di te e, quando la brezza sfiorirà le sue chiome, sarà come sentire la tua voce di quando con gioia ed entusiamo illustravi e mostravi a chi ti faceva visita, il frutto della tua opera anche come frutticoltore.

Ci siamo dilungati in pensieri superflui per te, è vero, e mi sembra di sentirti sussurrare: taglia, taglia corto. Ma permettimi di dirti ancora una cosa, forse la più importante: caro Don, ci mancherai molto e senza di te Pizzocorno non sarà più la stessa; però ti possiamo assicurare che dentro di noi, ognuno di noi porterà sempre l’eredità che ci hai lasciato, il tuo messaggio cristiano: un messaggio di fede, di speranza, di amore.



3.

ANCH’IO SONO ALLA RICERCA DELLA VERITÀ

di Erasmo Camera


Questa riflessione è stata proposta da Erasmo il 9 luglio 1994 a Rovato ai PO della Lombardia. Ogni due mesi essi si incontrano, preparando a turno relazioni scritte sulle tematiche che annualmente vengono programmate. L’intervento di Erasmo si inserisce nella ricerca intorno al tema “dell’immagine di Dio”.
Le domande che stanno a monte si possono così riassumere con Bonhoeffer: “che cosa crediamo veramente? in modo tale da dipenderne con la nostra vita?”

 

È talmente tanta la confusione, l’incertezza, la paura… che circondano in questo periodo la mia idea su Dio, che fino all’ultimo ero deciso a non scrivere niente… Poi invece eccomi, ci provo, chiedendo anticipatamente scusa se riuscirò solo a descrivere questa confusione.

 

1. “…Erasmo, è troppo bello per essere vero…”: questa frase, buttata lì a caso da un mio compagno di lavoro in un momento normale di lavoro, senza essere affatto provocata, iniziò senza saperlo e quindi senza accorgermene, la svolta teologica della mia vita. Poco per volta le immagini di Dio, di Paradiso, di vita eterna, insegnatemi nel Catechismo prima e in teologia dogmatica dopo, iniziarono a sbriciolarsi fino a cadere del tutto. Sfumarono le certezze. Mi accorsi che il Dio in cui avevo creduto finora era il Dio del mio egoismo, non era il Dio dell’amore, ma il Dio che mi avrebbe premiato con il suo Paradiso, quindi visto come garanzia di felicità eterna, assicurata, certa… facendo con diligenza il mio dovere di prete… “centuplum accipietis…”. Al contrario, per chi peccava ecco il castigo eterno, l’Inferno: e tutto era chiaro!

 

2. Quel “troppo bello per essere vero” mi fece passare dalla posizione di credente a quella di sperante. Una speranza a volte ancora intrisa di egoismo, che garantisca cioè una ricompensa ai miei sacrifici. Una speranza che nello stesso tempo non cancellava il dubbio dell’esistenza di Dio, del suo intervento sull’individuo e nella storia dei popoli, della sua onnipotenza, di tutti quei “titoli” che l’insegnamento religioso gli aveva appiccicato con tanto di dimostrazione.

 

3. La frase del mio compagno di lavoro che ho citato all’inizio, mi ha fatto passare dalla crisi e dal dubbio, alla domanda che mai mi sarei aspettato di pormi un giorno e cioè: quale futuro mi aspetta e, più ancora, c’è un futuro?… ingenerando momenti di sconforto, di disperazione, nel senso di contrario alla speranza. L’idea di un possibile non futuro, non immortalità, mi facevano e mi fanno entrare in uno stato di ribellione; non posso e non so accettare il pensiero di non sopravvivenza.
Tutto diventa un non senso: la vita, l’amore, il lavoro, la solidarietà, l’onestà, la povertà, la malattia, ecc… Perché devo lavorare, soffrire, essere onesto, se…?
Per fortuna una frase di Roberto Fiorini nella sua relazione: “…l’aldilà, in fondo non mi interessa perché appartiene ad un Altro. Se vuole creare la vita dalle pietre è un problema suo…” mi ha aperto uno spiraglio che mi aiuta a “sganciare” la vita presente da quella futura, cioè senza il bisogno della ricompensa. Grazie Roberto!

 

Conclusione

 

Mi chiedo tante volte come faccio a mettere la stola e presentarmi all’altare per dire e predicare: Dio esiste, ci aspetta in Paradiso, non piangete sul caro che ci ha lasciato, perché un giorno, ecc… Anche se queste certezze non le predico più, la mia posizione è ambigua ed equivoca.
Dall’altare e amministrando qualsiasi sacramento sempre cerco di presentare i1Vangelo come proposta e mai come certezza; chi mi ascolta deve capire che anch’io, come tanti di loro, sono alla ricerca della verità… che non ho certezze…
Nella mia vita quotidiana fondo tutto sul comportamento “essere onesti è comunque meglio”, ci sia o non ci sia l’occhio di Dio che mi guarda e un giorno mi giudicherà. Soffrire non mi piace e allora non posso e non devo far soffrire gli altri.
Il mio testo non è più il Credo, ma la parabola del buon samaritano, e soprattutto la pagina di Matteo sul giudizio Universale: avevo fame, avevo sete… Se poi ci sarà anche il “venite benedetti…”…



Dal Testamento di Erasmo

 

Il funerale deve essere come tutti i funerali della Parrocchia e cioè senza canti e con un solo celebrante…
Sarebbe mio desiderio essere cremato perché il fuoco è il simbolo della purificazione, ma lascio ogni decisione in merito all’autorità religiosa che decida secondo opportunità.
Esprimo invece la volontà di essere sepolto nella terra del Cimitero di Pizzocorno in una cassa o cassetta di legno dolce fatta da Gianni Gardelli che curerà anche l’esterno sopra la tomba.
Grazie a tutti e arrivederci (speriamo) in Paradiso.