N°52-53 / Il convegno di Strasburgo fra cronaca e riflessioni

Editoriale 



La cronaca

Questo numero è dedicato all’incontro internazionale dei PO, tenutosi a Strasburgo il 2-4 giugno 2001.
Da circa vent’anni le delegazioni dei diversi paesi si ritrovano per confrontarsi su tematiche del nostro tempo. Ogni anno con una sede diversa, a rotazione: Parigi, Torino, Barcellona, Lisbona, Lione, Bruxelles, Roma, Berlino, Madrid, Londra…
L’idea di un invito rivolto a tutti indistintamente è nata a Madrid nel 1999. Era una scommessa: alcuni furono entusiasti, altri più tiepidi.
In quell’incontro si è formato un gruppo di lavoro composto da due-tre persone per ogni paese. Per l’Italia, oltre a me, Renzo Fanfani e Mario Pasquale.
Cinque incontri densi di preparazione, dal martedì al giovedì con sede a Parigi (tre volte), Londra e Strasburgo. È stata una fatica immane per la scelta delle tematiche e per il reperimento della sede del convegno adatta a 500 persone, con tutto quello che ciò comportava (posti letto e ristorazione). Il gruppo di PO della Lorena, in particolare quello di Strasburgo, ha lavorato sodo e per questo va a loro un ringraziamento sincero. Sono stati bravissimi per il tutto, preparato nei minimi particolari con una efficienza, lo possiamo dire, “nordica”.
Gli incontri preparatori sono stati impegnativi e faticosi, con una disciplina ferrea, con riunioni che si prolungavano fino a notte fonda: non c’era il tempo neanche per sgranchirsi le gambe. Ritmi pesanti soprattutto per italiani ed iberici. L’amico Ramiro della Catalogna chiamava gli altri del gruppo “catto-stalinisti”.
A parte questi retroscena è stata una bella avventura, con molte tematiche, forse troppe e spropositate per qualcuno. Ma l’incontro non aveva la pretesa di sviscerare problemi ed argomenti per farne un documento finale. Era un confrontarsi su temi che sono il nostro pane quotidiano, nei quali, come PO ci troviamo immersi da anni: il lavoro, le nostre lotte, la globalizzazione, la presenza nei quartieri, l’emarginazione, Dio, la chiesa e il futuro di noi pretioperai.
Al gruppo italiano è toccato il tema dell’immigrazione. Un prete del centro di accoglienza per immigrati di Otranto (don G. Colavero) ci ha fatto pervenire un testo commovente con spunti di riflessione interessanti, letto in assemblea generale ed anche apprezzato. Altri Paesi non sono abituati a sbarchi di clandestini e la loro stampa ne parla pochissimo. Per questo è stata una sorpresa per tutti i nostri amici che hanno potuto vedere l’immigrazione da un’angolatura diversa. Il gruppo di Torino ha preparato alcune pagine sulla situazione torinese e l’impegno della chiesa locale, il gruppo di Bergamo ha affrontato il problema della casa in Italia per gli immigrati e le fasce marginali, mentre Roberto Fiorini aveva elaborato una riflessione sulla storia dei PO italiani. Purtroppo gli interventi non sono stati letti per i tempi ristretti, un quarto d’ora d’intervento per ogni gruppo nazionale.
A Mario Pasquale è toccata in sorte la preparazione della relazione di apertura del Convegno. Credo gli sia costata parecchio anche per le continue limature, cancellature e aggiunte da parte degli altri. Questo era comprensibile, date le diversità e difficoltà di tenere insieme idee che rispecchiassero la conformazione e la ricerca dei diversi Paesi. Il trovarsi a Strasburgo è stato un momento significativo per tutti, per la possibilità di incontrare volti diversi, segnati dalla fatica ed anche nel corpo, soprattutto i francesi che hanno alle spalle qualche decennio di storia in più.
Non era raro incontrare vecchietti col bastone. In tutti c’era una grande voglia di “esserci”: volti sereni e limpidi, segno di una vita vissuta intensamente e con passione.
Lo stare insieme in quei giorni ci ha fatto scoprire modi diversi di essere PO, legati alle situazione e alle storie dei gruppi.
I francesi sentono molto il senso del ministero, vissuto in classe operaia, con il mandato ufficiale della chiesa. La presenza di alcuni vescovi al convegno era la dimostrazione palese che la chiesa sostiene il loro movimento, su cui pesa ancora la batosta degli anni ’50 con la condanna di Roma.
Gli altri gruppi, spagnoli, belgi e tedeschi sono molto più vari nelle loro composizioni, formati da preti celibi e sposati, religiosi e laici che si ritrovano insieme nei loro incontri. Gli inglesi sono un gruppo misto in tutti i sensi, formato da cattolici (preti celibi) e da anglicani, con preti sposati e donne prete: tra l’altro queste ultime molto decise e agguerrite. Ne abbiamo avuto l’assaggio nell’intervento di Margareth, parrochessa a Londra, che si è lamentata per alcuni gesti durante la celebrazione, discriminanti per le donne.
La loro presenza è senz’altro positiva perché ci costringe a pensare al ministero in maniera differente purificando il nostro linguaggio maschilista.
I catalani sono simili agli italiani. Oltre a questi gruppi, diciamo classici, la presenza dell’America Latina (Cile e Chapas), Egitto e Bangladesh. Purtroppo hanno avuto poco spazio, con interventi ridotti all’osso, come sempre succede per “gli ultimi arrivati”, che dovrebbero avere la precedenza.
La celebrazione della messa di Pentecoste è stata “spettacolare”, com’è nella tradizione francese, presieduta dal vescovo di Strasburgo. L’omelia è toccata al prete operaio più giovane, come incoraggiamento al cammino appena intrapreso. La carenza di nuove leve è un dato comune a tutti i gruppi, con il conseguente invecchiamento del movimento.
Il pomeriggio di domenica è stato dedicato agli incontri dei gruppi nazionali e, dalle relazioni conclusive, è emersa la volontà da parte di tutti di continuare a lottare, anche se con nuove forme, con un’attenzione particolare ai giovani e ai nuovi movimenti di lotta che si affacciano sulla scena sociale e mondiale. Dal versante del credente è importante cercare Dio in ambiti nuovi e con nuovi linguaggi. Su questo fronte sono stati posti alcuni interrogativi: “siamo noi responsabili del futuro di Dio? Per noi è difficile dire qualcosa su Dio ed abbiamo difficoltà a nominarlo perché nella Bibbia il suo nome è composto solo da consonanti ed è per questo impronunciabile. Abbiamo abbastanza esplorato la gratuità di Dio?”.
Per il gruppo italiano (eravamo in 24) con grande sorpresa di tutti quel pomeriggio è stato un momento di confronto sereno. Si vede che con gli anni diventiamo più saggi e più attenti all’ascolto gli uni degli altri.
Si diceva:
– Non vogliamo essere delle foglie morte che vanno alla deriva.
– La nostra vita ci ha dato la possibilità di vedere e leggere i meccanismi perversi di questa società.
– Possiamo dire qualcosa su Dio, perché conosciamo il linguaggio degli uomini.
– È il momento di prendere in mano il testo della Apocalisse, dove si parla della bestia e della lettera alle sette chiese.
– Il futuro di noi PO: donare ad altri la perla preziosa che noi abbiamo trovato ed aiutare altri a ritrovarla.

Alcune riflessioni

Non so come sia nata l’idea di scegliere Strasburgo per il nostro primo convegno veramente internazionale di PO, ma la sede non poteva essere migliore. E non solo per la presenza del parlamento europeo: questa bella città di confine (contesa nei secoli tra Francia e Germania) ha un respiro ampio come il Reno che l’attraversa, una atmosfera luminosa di cultura e di capacità di convivenza che come per altre zone di frontiera le conferisce un’aria cosmopolita, il fascino delle diversità che si sono integrate creando un nuovo stile di vita.

Questo era il clima che si respirava quando sciamavamo in città lasciando le sale che ci ospitavano negli intervalli fra le relazioni e i lavori di gruppo, e anch’esso ha contribuito a rendere possibile il guardarci con reciproca attenzione gli uni gli altri.
Venivamo un po’ da tutto il mondo, singoli e gruppi, uomini e donne, preti cattolici, protestanti, simpatizzanti ed amici; le realtà nazionali presenti al convegno erano numerose, assai diverse nella loro composizione dal nostro monocorde gruppo italiano. Questa non è una novità, ma – credo – mai fino in questo anno siamo stati in grado di percepire la ricchezza della compresenza delle differenti dimensioni del femminile e del maschile in una fluidità di rapporti ben oltre ogni riferimento di rapporto di coppia.
Posso sbagliarmi, ma il clima sereno tra i partecipanti italiani all’incontro di Strasburgo – annotato da Mario nelle ultime righe della sua cronaca – nasce anche dalla intuizione che realmente le differenze tra di noi non consumano lo spessore dell’esperienza collettiva (di movimento, verrebbe da dire), ma l’esprimono in modo ben più vitale e libero. E questa intuizione è stata alimentata dal contatto positivo con i gruppi compositi. Chissà se questo squarcio di luce e calore sarà solo un episodio o preludio a una stagione nuova? Breve – dato il tempo che ormai ci è concesso – ma intensa e avvolgente come un bell’autunno dai colori struggenti.
Ci vorrebbe proprio un bel colpo d’ala per sollevarci insieme e liberarci dai ruoli scavati dentro di noi dalla storia di ciascuno: le lotte, le ferite, il bisogno di lasciare un segno, di imprimere la nostra impronta e insieme quello di essere riconosciuti.
La presenza dei vescovi francesi al Convegno ha sottolineato le differenze esistenti fra loro e la storia dei rapporti fra noi PO italiani e la gerarchia: a differenza dei compagni francesi, non siamo mai stati riconosciuti dalla nostra conferenza episcopale e non vi sono vescovi che partecipano alle nostre assemblee se non a titolo strettamente personale.
L’esperienza francese – in questo senso – è rimasta isolata in Europa: forse è stato decisivo il tempo in cui è nato il movimento, praticamente a ridosso della 2ª Guerra Mondiale, prima che si ricostituisse un quadro di riferimento stabile degli assetti di potere nelle democrazie occidentali. Quando ancora si poteva pensare che fosse utile la presenza nel campo altro della classe operaia. Ma, una volta convinta di avere in mano altre carte da giocare, la politica ecclesiastica ha chiuso ogni falla. In Italia in collusione avvitata con la Democrazia Cristiana, la Chiesa, garantendosi l’esclusiva della diffusione della propria rete “commerciale” (il giornale cattolico, la scuola cattolica, il partito cattolico) ha lasciato fuori i PO e li ha accuratamente isolati. Dopo la caduta del muro e del sistema di riferimento dei partiti tradizionali in Italia, è stata ed è la figura del Papa a garantire il “prodotto religioso” pastorizzato e assumibile con le stesse caratteristiche dovunque, attraverso una rete di consensi abilmente giocata su una presenza mediatica dalle proporzioni eccezionali.
A questo punto della nostra storia sarebbe interessante porci delle domande più di portata esistenziale che storica. Chiederci quali mutazioni ha portato in noi (e non solo in noi) l’incontro tra il mondo dello spirito di cui siamo portatori (non solo per una formazione ricevuta, ma per quello che noi stessi abbiamo accolto nella profondità del cuore, della mente e della coscienza) e il mondo della materia espresso dalla realtà del lavoro manuale, operaio. Don Sirio nell’ultimo articolo che ha scritto, diceva a questo proposito: “L’essere operaio ha voluto dir questo, prima di qual-siasi altra cosa: togliere via una qualificazione, quella di esser prete, eppure rimanere serenamente prete, uomo di Dio, fratello universale. Come lasciar cadere una maschera, un paludamento, una “divisa” e ritrovarmi, come solo, io, allo scoperto, con tutta la mia Fede e quella misteriosa carica di Amore fraterno, appassionato e inesauribile” ( Lotta come Amore , n. 4 dicembre 1987, “Un’utopia per la Chiesa”).
Forse questo percorso ci può ricondurre all’unità senza passare tramite il terrificante letto di Procuste della “riduzione all’unico modello”. Non è possibile darne conto attraverso un procedimento di potatura teso ad isolarne le radici per poterlo comprendere e catalogare, ma è necessario imparare ad accogliersi “dentro” e a esprimere il proprio essere “parte”. Passività e attività insieme, femminile e maschile, opposti che si incontrano e si riconoscono.
Ci sarà dato di vivere ed esprimere questa passione?
Ci sarà dato il coraggio e la fiducia nel continuare a togliere gli strati di pelle sottile alla ricerca del “cuore di carne” che ci fa vivere nonostante tutto?


Mario Signorelli e Luigi Sonnenfeld