N°47-48 / Quale volto

Editoriale



Tra i PO è invalso l’uso di chiamare “rematori” quelli che spingono avanti le nostre iniziative.
Pretioperai non è una grossa imbarcazione, ma come si sa, le barche a remi sono quelle più messe alla prova quando il mare si fa grosso.
Così abbiamo pensato di rimpinguare l’equipaggio, che di buona lena ha cominciato a darci dentro.
Ecco allora i componenti il gruppo redazionale: Gianni Alessandria, Roberto Fiorini, Luigi Forigo, Maria Grazia Galimberti, Pasquale Iannamorelli, Angelo Reginato, Luigi Sonnenfeld.



“Nel medioevo vi erano monaci
 che trascorrevano l’esistenza a dipingere il Volto Santo,  sempre il medesimo volto,  che in realtà poi non era mai del tutto identico. Ormai è chiaro che a me interessa la sorte  d’un certo tipo d’uomo, d’un certo tipo di cristiano, nell’ingranaggio del mondo, e non saprei scrivere d’altro”. (Ignazio Silone).

 

Mi sono ritrovato tra le mani “L’avventura di un povero cristiano” e mi è giunta sotto gli occhi questa affermazione di Silone contenuta nel saggio che precede il dramma dedicato alla emblematica figura di Pietro Angelerio del Morrone, incoronato pontefice nel 1294, poi clamorosamente dimessosi perché convinto della impossibilità di conciliare lo spirito dei Vangeli con i doveri del trono.
Per un cristiano è impossibile non riferirsi a Cristo: non come realtà confinata nel passato o nel futuro, ma come evento-incontro che in qualche modo accade nel presente. I monaci che passavano la vita a delineare i tratti del Volto Santo indicano questa “fissazione” nel rendere perfettamente attuale un volto antico o nel cercare quelle caratteristiche che lo rendono originale ed inconfondibile. Eppure tutta la loro fatica era destinata all’approssimazione: qualunque realizzazione, anche la più alta, partoriva probabilmente una nostalgia inquieta, la ricerca di un di più, unita all’attesa di una nuova ispirazione per dipingere il medesimo volto che invariabilmente non risultava mai identico. L’approssimazione è tutt’altro che da disprezzare. A pensarci è il massimo che è consentito e possibile. Gli stessi Vangeli sono approssimazioni: la loro pluralità è segno della impossibilità di rinchiudere e circoscrivere perfettamente l’evento che può e deve essere narrato e che rimane sempre da rinarrare.
Se sapessi dipingere rappresenterei Gesù come un prigioniero. Non è originale: così lo rappresentano oltre che i racconti della passione contenuti nei Vangeli, la leggenda del grande inquisitore narrata ne “I fratelli Karamazovdi Dostoevskij e chi sa quante altre opere. Ma perché prigioniero? E prigioniero di chi?
Il perché consiste nella sua irriducibile follia che va contenuta e corretta. Essa possiede una insostenibilità storica. Se vuole sopravvivere negli “ingranaggi del mondo”, se vuole avere una qualche ospitalità si deve farla venire a patti con i poteri che dominano, cioè deve scomparire come follia per essere sostituita da una razionalità religiosa capace di riscuotere una plausibilità.
Prigioniero di chi? Non penso ai nemici, ma agli amici, quelli che si presentano come consanguinei. Questa volontà di contenimento è ben rappresentata da un testo del Vangelo di Marco quando narra che il parentado di Gesù voleva portarlo a casa, lontano dalle piazze, nella intimità e nella sicurezza del clan.

 

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Ecco, senza pretesa di completezza, alcuni tratti della prigionia imposta dai “vicini” a Colui che chiama a libertà:

prigioniero del tempio: se la crosta dell’abitudine non la facesse da padrona dovremmo avvertire quanto meno il disagio di leggere, meditare, interpretare e pregare i testi biblici avendo come ambiente e contesto assolutamente prevalente il perimetro del tempio. I racconti di Gesù si collocano nelle piazze, sulla montagna, sulle rive del lago, nelle case della gente, nel vivo dei contrasti, nell’orto degli ulivi, sul Golgotha, fuori dal tempio… Il Vangelo è all’aperto, la prassi messianica è totalmente in funzione della gente che soffre, di quanti sono costretti a subire il peso dei potenti. Viene annunciato il superamento del tempio e dei luoghi sacri perché è giunto il tempo “dell’adorazione in spirito e verità”. Il mercato legato in qualche modo al tempio viene condannato con violenza profetica inaudita. Possibile che non ci si renda conto come il tempio continui ad essere il baricentro attorno al quale ruota grandissima parte dell’attività che si vuole correlata a Gesù ed alla sua parola? Basta avere occhi per vedere tutto il movimento, il superattivismo di quest’anno nel quale si vuole ricordare la nascita di Gesù. Che rapporto c’è tra lo stile di silenzio, di kénosi, di decentra-mento, di lontananza dalle esibizioni di forza con il quale i Vangeli raccontano il grande evento e la girandola alla quale stiamo assistendo?

prigioniero delle chiese: i 2000 anni (convenzionali) della nascita di Gesù potevano essere l’occasione nella quale tutte le chiese, e in primis la chiesa cattolica, facevano un passo indietro perché apparisse chiaro che l’unico ed esclusivo obiettivo era di fare memoria insieme, senza alcuna primogenitura, di quell’evento. Le specificità confessionali dovevano fermarsi per cercare ispirazione nello stile, nella discreta povertà di quella nascita creduta decisiva per tutti i popoli e tutte le generazioni. Un esame di coscienza serio e generalizzato dai “vertici alla base” su due millenni di cristianesimo alla luce di quel “venire al mondo” di Dio , la più fedele epifania dall’amore di Dio, si imponeva e si impone. Quale opportunità migliore per offrire una immagine di Gesù Cristo finalmente “non confessionalizzata”, cioè non ridotta?

prigioniero della politica ecclesiastica concordataria: in essa si realizza una convergenza di interessi tra l’organizzazione statale e la direzione delle chiese. La logica di una tale impostazione viene ben sintetizzata dal “Kulturminister” della Baviera in un testo distribuito ai teologi cattolici europei partecipanti ad un ricevimento offerto il 30 agosto 1995: “Quale è il significato della fede e della chiesa oggi? Nonostante una diagnosi che sembrerebbe oggi suggerire la scomparsa delle illusioni, a mio avviso è sbagliato rassegnarsi. Da parte mia, in quanto uomo politico cosciente delle proprie responsabilità, di fronte a questa situazione, ritengo sensato e necessario difendere nel nostro paese la posizione forte delle due grandi confessioni cristiane, e questo non (unicamente) per l’interesse della chiesa, ma piuttosto perché è in gioco anche l’interesse del nostro stato. Ciò che lo stato garantisce alle chiese, dalla protezione giuridica alle prestazioni economiche, non costituisce affatto un atto di beneficenza nei confronti di esse. Se si riflette un po’, ci si accorge che lo stato, facendo in questo modo, fa un ‘favore’ a se stesso. È evidente che le chiese, ieri come oggi, costituiscano fattori importantissimi di integrazione nella nostra società e nel nostro stato. Esse infatti stabilizzano la cultura politica, trasmettendo valori e il senso di questi a un buon numero di uomini e donne. In questo modo esse non danno soltanto un sostegno agli individui, ma formano ugualmente un contrappeso all’individualizzazione e all’atomizzazione delle nostre società” (citato in Ruggieri, “L’unità della Chiesa per l’unità degli uomini”, in Concilium 3/1997, p.217). Francamente non è lontanamente pensabile che un tale rapporto di vertici possa avere un qualche riferimento alla concreta prassi messianica di Gesù.

prigioniero dell’occidente: recentemente ha fatto rumore una intervista rilasciata dal card. Ruini a La Repubblica e pubblicata il 21 dicembre u.s. Tra l’altro ebbe a dire: “la diffusione e la persistenza del cristianesimo è certamente legata in primo luogo a fattori di ordine spirituale, ma d’altra parte non possiamo negare che anche eventi di carattere politico e militare hanno motivato la tenuta della presenza cristiana in Europa a fronte della sua scomparsa dall’Africa settentrionale. Una visione troppo disincarnata della storia non corrisponderebbe alla realtà. ‘Il cristianesimo è entrato nel fosso della storia’ ha scritto R. Bultmann… Io credo che la chiesa debba concentrare il suo massimo sforzo nel misurarsi con le sfide culturali in Europa e nell’America del Nord, cioè nelle società che pesano di più sul futuro dell’intero pianeta”. L’intervista è un esempio magnifico di strategia di politica ecclesiastica; indubbiamente ha una propria logica stringente, razionale, che mira al massimo della efficacia storica. Proprio questa logica è ben difficile combinare con la follia della rivelazione da cui è nata la prima chiesa cristiana. L’evento che ha segnato l’immersione più profonda di Dio nel “fosso della storia”, cioè la venuta di Gesù di Nazareth e il suo modo di sporcarsi e di schierarsi, che parentela ha con la scelta di puntare “sulle società che pesano di più sul futuro dell’intero pianeta”, cioè su quelle che esercitano il dominio su questo mondo globalizzato?

 

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Dicevo che per un cristiano è impossibile non riferirsi a Cristo ma, come per gli antichi monaci, questo significa una insonne ridefinizione della sua immagine, cioè del suo cammino. Questo percorso, però, non può consistere ormai nel limitarsi a correggere taluni schemi che appaiono dominanti ai quali si è brevemente accennato. Forse mai come in questo tempo avvertiamo la forza e la verità della impossibilità a mettere la toppa grezza sul vestito consunto o il vino nuovo negli otri vecchi.
Di fronte a questo snodo ci sembra illuminante e praticabile un testo di Mario Cuminetti a noi pervenuto poco dopo la sua morte:
“La storia dell’Occidente è indissolubilmente legata a quella del cristianesimo. Non si può parlare della crisi attuale, ignorando i modi attraverso cui i seguaci di Gesù di Nazareth si sono posti e hanno concepito la presenza di Dio nella storia.
I rischi, aumentati lungo i secoli, di ridurre la trascendenza al Dio cristiano, come quelli di valutare la portata del religioso solo in forza delle sue valenze socio-politiche o etiche, non sono da sottovalutare. Tentazioni ben visibili ancor oggi nella volontà, tipicamente cattolica, di un ritorno, sia pur aggiornato, alla cristianità.
Superare queste tendenze per riscoprire e ripresentare il cristianesimo come dimensione profonda dell’essere umano, espressione dei suoi limiti e della sua libertà, modo di trasformarsi accettando l’offerta del Dio unico e di aprirsi all’altro seguendo il cammino che fu proprio del Nazareno, è oggi urgente” (Cuminetti, “Seminare nuovi occhi nella terra. Modernità e religione”, Milano 1996, p.17).
Per molti cristiani ormai è avvenuto un processo di allontanamento dalla centralità del tempio, dal sentirsi in qualche modo vincolati alla politica ecclesiastica concordataria, dal rimettere la fiducia nella fecondità, sotto il profilo evangelico, di metodi che prevedono che tra le chiese e i poteri del mondo occidentale avvenga lo scambio tra i “valori” da esse forniti per ricevere in contropartita vantaggi e garanzie da parte delle forze politiche, economiche e militari occidentali che pesano di più sul futuro dell’intero pianeta. La stessa appartenenza di molti alla chiesa storica nella quale si è nati e cresciuti non si alimenta più ormai della contrapposizione-concorrenza “con gli altri”, con i protestanti o gli ortodossi, con le altre religioni o con i “diversi”. Essa perde dell’assolutezza e centralità che nella storia cristiana è stata pretesa spesso con le cattive. Abbiamo imparato, nella lunga storia umana ed anche nei 2000 anni di cristianesimo, tutta l’idolatria che può nascondersi dentro le fedeltà assolute! “La chiesa non ha per scopo quello di imporre come universali e divine la sua legalità, la sua struttura e la sua storia particolari, ma quello di testimoniare attraverso la sua pratica il movimento sempre nuovo di Colui che essa confessa come il suo Dio” (Duquoc, “Un Dio diverso, saggio sulla simbolica trinitaria”, Brescia 1978, p.139)

 

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Per un cristiano è urgente oggi la ricerca insonne per identificare i lineamenti del Volto santo. Senza però lasciare nulla per strada, non scartando niente della vita umana, come appare nella sua bellezza, drammaticità e nelle sue insopprimibili diversità, perché è solo dentro questa vita e questo mondo che è possibile l’approssimazione a Lui. I tratti identificati devono essere come delle impronte dietro alle quali mettersi in cammino. Il suo volto indica una direzione verso la quale orientare i percorsi dei nostri passi.

Ecco un rapidissimo tratteggio che trova continuità ed approfondimenti negli articoli di questo quaderno.

 

• L’umanità di Gesù è il luogo nel quale avviene l’epifania, cioè la manifestazione di Dio. L’evento fondatore della fede cristiana coincide con la kènosi , cioè con lo svuotamento, l’impoverimento, l’annientamento quale espressione della decisione irrevocabile di Dio di “essere per l’altro”. Oltre al citato testo di Filippesi 2, 5-11 si possono ricordare le narrazioni paolina e dei vangeli che riportano la tradizione eucaristica. Nella versione di Matteo si parla del sangue versato per i molti, cioè per tutti, per il perdono dei peccati . Si esprime così il massimo di apertura pensabile da parte di Dio. Commenta Ruggieri:
“Sta in questo linguaggio semplice della fede il fondamento di ogni relazione con l’altro (… ). L’altro del quale si parla in questa narrazione è tutta l’umanità in quanto peccatrice. Ciò che contraddistingue l’alterità di questo altro, rispetto a Cristo, è il peccato, cioè l’estrema lontananza da Dio. Questa alterità — proprio perché essa designa il limite estremo e impraticabile rispetto all’identità divina — è perciò stesso onnicomprensiva. In essa sono racchiuse diversità meno significative, meno estreme (…). La diversità culturale appare irrisoria di fronte a questa più terribile diversità, cioè alla diversità dell’uomo che si costruisce sulla negazione e sulla misconoscenza dell’amore divino. Alla luce di tutto ciò, quanto vi è di più intimo nel mistero cristiano coincide con l’estrema apertura. E così, per quanto l’eucarestia sia la celebrazione più intima della chiesa, essa resta la più aperta, quella da cui nessun uomo è escluso, perché ogni uomo è invece lì abbracciato, ed è abbracciato nel suo stato di peccato (…) È una relazione all’altro che è anteriore alla sua risposta” (Ruggieri G., “Per una cristologia relazionale”, in Synaxis XVII / 1999, p.129).
La comunione con l’altro anche nella sua più completa estraneità, così come si è connotata in Cristo fa parte della sostanza della rivelazione di Dio. È la verità di Dio che Gesù rivela ed è il luogo dal quale partire per comprendere ogni altra verità. Allora quale deve essere lo stile della testimonianza cristiana? Vi è una storia dell’amore di Dio per gli uomini che è esterna alla storia del cristianesimo e delle chiese: che vuol dire per le chiese un tale riconoscimento in questo tempo di “villaggio globale”? E che vuol dire per le chiese cristiane stesse che dopo tanti dialoghi sembra che siano incapaci di relativizzare la proprio “identità” confessionale in funzione di una nuova comunione da rendere come testimonianza pubblica? (Ruggieri G., “L’unità della chiesa pewr l’unità degli uomin”, in Concilium 3/1997).

 

• Un secondo aspetto si impone all’attenzione. L’ingresso di Gesù “nel fosso della storia”, la kénosi di Dio apparsa in Lui, è coincisa con il pagare fino in fondo l’appartenenza al nostro humus, alla nostra razza. Ha dovuto caricarsi dei legami che sono propri del destino e della storia umani: era l’unica via per prendere sul serio la convivenza con noi e per compiere l’azione messianica di liberazione compromettendosi con azioni e parole. Concretamente è diventato vittima dei poteri storici, legato all’immensa quantità di vittime che sono vissute e scomparse “a partire da Abele…” e a quelle che sono tuttora viventi. Non è possibile delineare i tratti del suo volto se non si ha fisso lo sguardo, sui volti delle vittime che continuano a succedersi nelle generazioni umane. Oggi, in questo mondo globalizzato, la loro consistenza, estensione e visibilità su tutta la faccia della terra è impressionante. Dio in Gesù ha strutturato con le vittime di ogni latitudine e di ogni tempo, nella loro concretezza storica, un rapporto privilegiato di appartenenza, tanto che lo si può con verità chiamare il Dio delle vittime. Il giudizio escatologico narrato nel vangelo di Matteo (25, 31-46), come pure i testi delle beatitudini, che manifestano innanzitutto la compassione e la giustizia di Dio a favore dei poveri ed esclusi — a prescindere dalle loro qualità morali ed appartenenze religiose — esprimono che quanto si è svelato in Gesù va inteso come coestensivo a tutta la storia umana in un orizzonte più ampio dei confini della chiesa. I volti delle vittime di oggi sono la via necessaria per incontrare il Dio che si è rivelato nel Nazareno. Sono essi che rendono viva la memoria sovversiva o pericolosa di Gesù di Nazareth .
“Il ricordo di Gesù è pericoloso e sovversivo perché assedia e pone in questione l’oggi della storia; esso impedisce di non far caso alla barbarie commessa, all’ingiustizia non eliminata, alla sofferenza non consolata e che ancora permane, ri-creata com’è ogni giorno dai sistemi dell’oppressione e del controllo degli individui. (…). Diventa in tal modo evidente che la memoria pericolosa di Cristo nel mondo è una categoria ermeneutica ed ecclesiologica, ma anche una categoria politica di resistenza e di lotta” (Moreira A., “La memoria pericolosa di di Gesù Cristo in una società post-tradizionale”, in Concilium 4/1999, pp.67-68) .

 

• Un’ultima sottolineatura. Il pericolo, il più grave che da sempre incombe sui credenti, è quello di non riconoscere il volto di Cristo e quindi di profetare inutilmente nel nome del Signore: per questo non si può essere da Lui riconosciuti (Mt.7, 21-23). Il motivo è il raffreddamento dell’amore a causa dell’iniquità diffusa (Mt. 24,12). Questo allarme è confermato da un testo oscuro che come un masso erratico troviamo nel vangelo di Luca: “Quando il Figlio dell’uomo tornerà sulla terra troverà ancora fede?” (18, 8).
In un mondo dominato dalla religione dell’utile e dal culto del possesso è decisivo ritrovare la prospettiva del regno che “non rimanda alla presenza di Dio dentro una storia indeterminata, bensì dentro una storia qualificata dal bisogno e dalla sofferenza, dalla fame e sete per la giustizia e dalla mitezza e purezza di cuore. Da questo punto di vista è assolutamente giustificata l’espressione di quanti affermano che sono i poveri ad evangelizzare la chiesa, a richiamare la sua attenzione ai luoghi della presenza di Dio (…). Nella prospettiva delle Beatitudini e del regno annunciato da Gesù è quindi la storia della sofferenza umana in quanto tale il luogo teologico per eccellenza, perché Dio vi abita e lì i puri di cuore vedono Dio” (Ruggieri, “La storia come luogo teologico”, in “Laurentianum” 35 (1994, p.334).

Roberto Fiorini