N°19 / Vangelo o nuova evangelizzazione?

Editoriale



”Chi comincia con l’amare il cristianesimo più della verità,
amerà poi la sua setta o chiesa più del cristianesimo e finirà coll’amare se stesso più di ogni altro” (Coleridge).

 

L’alternativa espressa dal titolo non è una trovata provocatoria. È la decisa sottolineatura della differenza dei due termini. Spesso vengono trattati come equivalenti, sono scambiati a piacere. Ma fino a che punto l’operazione è legittima? Evangelizzazione non ha storicamente indicato anche dell’altro che non ha nulla a che vedere col vangelo? Anzi, in quest’altro non sono state presenti impostazioni ideologiche e prassi storiche in dissidio, o peggio, in netto contrasto col vangelo?
Istruiti dalla storia non è ozioso interrogarsi sulla qualità della nuova evangelizzazione proprio in fedeltà all’unico vangelo di Gesù Cristo.
L’occasione per tentare alcune riflessioni viene offerta dal prossimo convegno nazionale dei P.O. italiani (1-3 maggio p.v.) ed anche dalla relazione del card. Ruini all’assemblea speciale per l’Europa del sinodo dei vescovi. Parlando di nuova evangelizzazione si fa ovviamente riferimento a passate stagioni di espansione evangelizzatrice.
A parte i primi secoli della chiesa degli apostoli e dei martiri, quando credere ed annunciare il vangelo significava essere atei rispetto alla religione politica imperiale, successivamente il processo di evangelizzazione avviene nel quadro dell’alleanza, anzi spesso nell’abbraccio, tra trono e altare, tra potere politico e religioso, tra interessi imperiali o coloniali ed espansione della presenza della chiesa.
La coscienza moderna non ha dimenticato questa lunga storia e pertanto evangelizzazione non evoca tanto la forza che irradia dalla purezza del vangelo, quale ad esempio può brillare nel cantico delle. creature di Francesco, quanto un ibrido nel quale il messaggio evangelico viene combinato con forme di imperialismo religioso e con rivestimenti ideologici complici con oppressioni ed ingiustizie.
Ma anche a prescindere dalla recezione che possono avere la coscienza moderna e post-moderna, come si dice, il problema del rapporto tra vangelo ed evangelizzazione come azione storica si pone da se stesso. Nel senso che l’evangelizzazione deve per principio sottostare al giudizio di quella parola che è notizia buona dell’amore di Dio che diventa evento di salvezza per ogni uomo in Gesù Cristo. È alla luce del vangelo che vanno esaminati i processi storici dell’evangelizzazione riconoscendo degenerazioni ed abusi, nonché l’uso strumentale del mandato dell’unico Maestro. L’ammissione onesta delle colpe storiche, cioè la rinuncia all’autocelebrazione, rappresentano la più solida garanzia per una chiesa a cui stia a cuore il vangelo come il solo tesoro che le è stato consegnato per offrirlo a tutti, senza violenza alcuna, senza esigere niente di più.

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Un’occasione inevitabile di riflessione viene offerta dalla ricorrenza del 5° centenario del 1492.
Venendo alla relazione di Ruini, mentre si pone al centro dell’attenzione “la nuova evangelizzazione dell’Europa”, si ricorda che ci si appresta a vivere “eventi di grande significato come la celebrazione del 5° centenario della scoperta e dell’evangelizzazione delle Americhe”. Tra le due vi è una evidente correlazione.
Parlando dell’attività missionaria delle chiese europee il cardinale afferma: “In realtà il dinamismo missionario ‘ad gentes’ appartiene alla storia ed alla fisionomia cristiana dell’Europa ed è costitutivo della sua identità. Sebbene l’opera missionaria sia talvolta avvenuta non senza commistioni con l’espansione coloniale dei paesi europei, e recando in sé il marchio della divisione tra i cristiani, per grazia di Dio le chiese d’Europa hanno svolto un ruolo provvidenziale nell’annuncio della salvezza di Cristo ai popoli e nell’ implantatio ecclesiae in ogni parte del mondo” ( Il Regno 1/92, p. 13).
Ascoltiamo la voce di un testimone radicato nella realtà del centro America, con un punto di vista diverso da quello eurocentrico espresso dal cardinale. Ignacio Ellacuria, uno dei sei gesuiti massacrati in Salvador, diceva in una conferenza tenuta in Spagna nel gennaio dell’89:

“Si ha l’impressione che ciò che maggiormente interessa a coloro che lo commemorano [il 5° centenario] in quest’ottica magniloquente è ingrandire se stessi, è poter dire ‘che grande cosa abbiamo fatto!’, è poter raccontare e cantare la gloria di una memorabile impresa. Però in America Latina la verità è che il 5° centenario, in quanto tale, non interessa praticamente a nessuno… e ciò, a mio modo di vedere, è veramente positivo… Non potremo tollerare che si ripeta, ora in una commemorazione, ciò che avvenne realmente nella storia” (Amanecer 6/90, inserto redazionale, p. 36).

Già, che avvenne nella storia? Riportiamo in nota alcuni dati agghiaccianti sulla “ecatombe” realizzata attraverso i massacri diretti, le condizioni di lavoro e di vita imposte dai conquistadores e dalle epidemie particolarmente micidiali per uomini malnutriti, ridotti in schiavitù, privati di qualsiasi identità.

Si può ritenere che nel 1500 la popolazione del globo fosse nell’ordine di 400 milioni di abitanti, 80 dei quali residenti in America. Verso la metà del sec. XVI di questi 80 milioni ne restano 10. Limitando il discorso al Messico, alla vigilia della conquista la popolazione era dl circa 25 milioni di abitanti; nel 1600 era ridotta a 1 milione. Se c’è un caso in cui si può parlare – senza tema di smentita – di genocidio, è proprio questo. Mi sembra un record… Nessuno dei grandi massacri del XX secolo può essere paragonato a questa ecatombe (T.Todorov, La conquista dell’America, Einaudi, 1984).

Padre Ellacurìa così valuta il ruolo svolto dalla chiesa: “La chiesa fu un elemento importante dell’insieme del processo di conquista di cinque secoli fa. Anche se non fu la chiesa a progettare, in una spinta missionaria evangelizzatrice, la ‘missione americana’, è vero che essa finì per legittimare quel progetto ideato da altri… L’impero, quindi, porta la chiesa per legittimare il suo processo e la chiesa rappresenta la ‘faccia buona di questo progetto (anche se in alcune occasioni non ha fatto neppure questo)” (ivi, pp. 37-38).
Circa la correlazione tra la croce e la spada nella conquista / evangelizzazione riportiamo in nota una parola di Bartolomeo De Las Casas, un testimone contemporaneo della ‘distruzione delle Indie’. Egli rovescia il paragone evangelico dell’essere cristiani come pecore in mezzo ai lupi: i cristiani infatti diventano lupi e gli infedeli pecore, accostati in questo immediatamente al mistero di Cristo.

Cristo ha chiesto al suoi predicatori di avere la dolcezza delle pecore e degli agnelli e la semplicità delle colombe. Egli ha detto ugualmente con le parole-e con i fatti che bisogna imparare da Lui ad essere dolci ed umili di cuore. Ora questa nuova maniera che consiste nel sottomettere le nazioni infedeli attraverso la guerra assomiglia molto di più al ruggito dei leoni, degli orsi, delle tigri: essa respira l’astuzia ingannatrice della volpe; attraverso la superbia e la crudeltà del cuore, delle parole e delle opere essa oltrepassa la malvagità stessa di Lucifero. Invece di essere inviati come pecore in mezzo ai lupi, questi predicatori sono, in verità, lupi furiosi inviati in mezzo a pacifiche pecore» (citato da M. Toschi, Pace e Vangelo, Queriniana, p. 50-51).

Alla luce del vangelo che può significare “la celebrazione del 5° centenario della scoperta e dell’evangelizzazione delle Americhe”?
Padre Ellacurìa dà un suggerimento preciso: “Dal punto di vista del Terzo Mondo, sarebbe molto interessante e fruttuoso, in occasione del 5° centenario, poter ascoltare l’autoconfessione del Primo Mondo” e aggiunge: “ma, naturalmente, sarà molto difficile”. La difficoltà è tra l’altro legata al fatto che i rapporti di dominio ed oppressione sono tutt’altro che scomparsi. “Per questo – continua – la nostra lotta non è contro gli avvenimenti di 5 secoli fa, ma far tesoro dell’esperienza di ciò che accadde allora per dire soprattutto ai nordamericani, ma anche agli europei, in quanto appartenenti alla stessa civiltà cristiano-occidentale, che il loro agire verso l’America Latina e il Terzo Mondo è finalizzato a nascondere la realtà, che fondamentalmente è di dominio e oppressione, con una copertura ideologica molto bella che è soltanto una semplice facciata. Essi stanno falsificando la realtà, per cui è indispensabile smascherarli” (ivi, p.36).

Le chiese europee faranno l’autoconfessione?
Nulla di tutto questo appare dalle parole di Ruini. Gli stessi inviti alla solidarietà mondiale appaiono come la “faccia buona” di quelle che ancora nella Sollicitudo rei socialis, ma non più ormai nella Centesimus annus, venivano chiamate “strutture di peccato”, generate “dalla brama esclusiva del profitto e della sete del potere col proposito di imporre agli altri la propria volontà”. Anzi, il pieno “riconoscimento della positività dell’economia di mercato e della libera impresa” (Ruini, p. 10) sia pure con tutti i suggerimenti etici del caso, ma nel silenzio totale della correlazione di sfruttamento tra nord e sud, e interno allo stesso nord, diventano un occultamento della realtà.
Oggi più che mai le chiese occidentali, mentre sono esortate dal cardinale ad esultare riconoscendo nella caduta del comunismo “l’intervento misterioso ed efficace della Provvidenza di Dio” (p. 6), arrischiano di soffocare nell’abbraccio dell’occidente capitalistico; mentre il cristianesimo che esportano, come è accaduto nel passato, conserva troppi elementi segnati dall’ideologia della conquista.
Per questo la richiesta autoconfessione delle chiese occidentali diventa la discriminante per rispondere alla domanda “quale evangelizzazione?”

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Siamo convinti che l’evangelizzazione è tanto più conforme a vangelo quanto più assume la forma dell’autoconfessione. Di questa fa parte il coraggio di assumere la propria verità storica, anche e soprattutto quella rivelatrice di infedeltà, di complicità ed errori, senza occultamenti e falsificazioni della realtà.
Stupisce nei vangeli e negli scritti di Paolo, ai quali è doveroso riconoscere un carattere normativo per qualsiasi evangelizzazione storica, la libertà con la quale vengono confessati i tradimenti, le paure l’incredulità proprio dei primi testimoni della fede in Gesù Cristo. Anzi, tanto più appare abissale la lontananza tra i discepoli e il Maestro, tanto più avviene con evidenza la rivelazione della salvezza di Dio. La fedeltà dei discepoli si manifesta nella confessione della propria infedeltà. Confessione pubblica, non nel chiuso della sagrestia, perché essa è parte integrante dell’annuncio del vangelo. In quanto è rivelatrice della conversione, nella quale consiste la più profonda identità delle chiese e dei credenti.
È questa la tesi dell’ultimo documento del gruppo ecumenico di Dombes “Per la conversione delle chiese”: “Lungi dall’escludersi, identità e conversione si richiamano l’un l’altra. Senza conversione non esiste identità cristiana. La conversione è costitutiva della chiesa; le nostre confessioni non meritano la qualifica di cristiane se non nella misura in cui si aprono alle esigenze della conversione” (Il Regno 17/91, p. 562). Testimoniare significa rendere noto a tutti questo processo, nel quale deve essere inclusa l’ammissione delle colpe storiche. Quello che vale per il singolo credente deve valere anche per le chiese, altrimenti vi sarebbe una inspiegabile riduzione in termini individuali di quanto ha pure una dimensione comunitaria e istituzionale.
Questo è tanto più necessario in quanto “l’elemento più solido dell’identità è anche il più vulnerabile alla tentazione. Non è possibile vivere veramente secondo la propria identità che in un costante processo di conversione” (ivi, p. 580). Riportiamo qui uno degli esempi biblici sui quali si sofferma il documento per sostenere che punto più forte dell’identità è anche il più esposto alla tentazione.

In Matteo 16,18 Gesù dice a Pietro: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa”. Gli dà il nome della nuova identità, gli indica il compito specifico che ha nella fondazione della chiesa. Tuttavia, subito dopo. Gesù lo chiama satana, tentatore, perchè Pietro si oppone all’annuncio della passione. Qualunque sia il significato dato dalle nostre chiese all’autorità conferita a Pietro, constatiamo che proprio Pietro, stabilito fondamento della chiesa, si comporta come un satana e un tentatore nei confronti del suo Signore. Difatti la nuova identità di Pietro, che è la sua forza, non lo protegge dal tradimento. Per questo Cristo gli rivolge nuovamente la parola facendogli comprendere che i suoi pensieri non sono i pensieri di Dio e lo invita a camminare dietro di lui, a seguirlo (ivi, p. 580).

P. Ellacuria mette allo scoperto come mali molto seri della chiesa “la sua propensione ad identificarsi con il potere e la ricchezza – che è un elemento di permanente tentazione della chiesa – la sua sottile tendenza a preferire e priorizzare la sua ‘istituzionalità’ al di sopra della sua ‘missione’ – realtà anche questa molto attuale!” (Ivi, p. 38).
Nei vangeli si parla delle tentazioni di Cristo, tentazioni che concernono proprio lo specifico della sua missione. Occorre il coraggio di rileggere la storia delle chiese d’Europa, che da sempre vivono in simbiosi con questa parte di mondo, alla luce di quelle pagine oscure e luminose del Signore. Le tentazioni di Cristo sono le tentazioni della chiesa: la perversione può colpirla proprio in ciò che le è più specifico e proprio.
Rileggere la storia con in mano Matteo 23, le lettere alle sette chiese dell’Apocalisse… Confrontare le chiese con la logica soggiacente ai carmi del servo di Jahvé, alla luce della quale le prime comunità cristiane interpretarono la vita e l’opera del Salvatore…
Una tale rilettura teologica va fatta perchè ‘ci è necessaria una nuova coscienza del passato’ (Doc. Dombes, p. 577).

Tornando alla relazione di Ruini, egli afferma che “nella attuale cultura e società europea, a est come a ovest… alla fede cristiana e alla visione dell’uomo di cui essa è portatrice non si contrappongono proposte ‘forti’, antropologie ambiziose, anche se chiuse in un orizzonte terreno, ma piuttosto visuali di più breve respiro e soprattutto un’istintiva diffidenza di una verità e di una salvezza che si propongono come decisive e definitivamente liberanti” (ivi, p. 8).
Ad una tale Europa, “in debito comune e sostanziale verso il cristianesimo” (ivi, p. 7) Ruini offre come piatto forte la dottrina sociale della chiesa cattolica giocata in contrappunto col fallimento dell’umanesimo immanentista evidenziato dal crollo del sistema comunista. L’orizzonte è quello della Centesimus Annus , con taglio fortemente ecclesiocentrico, oltre che eurocentrico. In tale prospettiva non vi è una vera capacità di autoconfessione.

“La constatazione più paradossale che suggerisce la lettura della Centesimus Annus è che l’ecclesiocentrismo rappresenta per la chiesa un ostacolo alla presa di coscienza della sua stessa realtà. Ciò le permette di attribuirsi lungo i secoli una costante funzione progressiva e di descrivere la propria storia come quella di un’incessante difesa dei poveri e dei deboli, dei diritti umani, dei diritti del popoli, delle libertà, della libertà religiosa, della democrazia ecc… Il tutto senza la minima esitazione autocritica.
Certo, se si assumesse come fa Woytjla, a criterio del progresso storico l’affermarsi dell’egemonia cristiano-cattolica, non vi sono dubbi sul fatto che per tale progresso la chiesa si è sempre battuta. Se invece si dovesse riconoscere che la difesa dell’egemonia ecclesiastica è spesso entrata in contraddizione con il progresso sociale, con l’affermarsi della libertà di coscienza, della libertà religiosa, della democrazia, delle organizzazioni di classe dei lavoratori, dei movimenti di liberazione delle donne, dell’indipendenza e dell’autodeterminazione dei popoli, allora questa funzione costantemente progressiva della chiesa dovrebbe subire un serio ridimensionamento. Diventerebbe infatti doveroso riconoscere quante conquiste civili, sociali e popolari siano state ottenute senza l’apporto della chiesa o decisamente contro di essa” (G. Girardi, Centesimus Annus: per una rifondazione cattolica del capitalismo, Amanecer 7/91, p. 28).

Ma in Europa, dopo 2000 anni di cristianesimo storico, è possibile proporre una nuova evangelizzazione senza una coraggiosa autoconfessione? È giusto mettere in luce il debito che l’Europa ha verso il cristianesimo, il che è vero, non dicendo nulla dei debiti sostanziali che le chiese hanno contratto con l’Europa stessa? L’enfasi posta sulla dottrina sociale della chiesa “che ha di per sé il valore di strumento di evangelizzazione” (Centesimus Annus) non ha un carattere “eccessivo” che finisce per oscurare la qualità e l’unicità del vangelo stesso? Ancora una volta, come già tante volte nella storia, non vengono richieste delle convergenze ideologiche in nome del vangelo?
Interrogativi che forse aleggiavano tra i padri sinodali e che comunque hanno trovato conferma in un coraggioso testo-durante la celebrazione ecumenica:

“Signore, nostro liberatore, nelle comunità cristiane d’Europa non sempre abbiamo attuato il tuo comandamento, ma, confidando nelle sole forze umane, abbiamo perseguito logiche mondane con guerre di religione, con lotte di cristiani contro cristiani, con la passività di fronte alle persecuzioni e all’olocausto degli ebrei, con l’infierire contro tanti giusti” (citato da L. Prezzi, Il tempo del realismo, Il Regno 2/92, p. 2).

Roberto Fiorini