N°14 / A costo di bagnarsi

Editoriale



A Sesto S. Giovanni (MI) i PO travolti, assieme ai loro compagni, dallo smantellamento produttivo della ex Stalingrado d’Italia…
Alle porte di Milano il terreno scotta miliardi: avanzano inesorabili le Tecnocity e la terziarizzazione. E la speculazione.
La Cassa Integrazione da “ammortizzatore sociale” si è trasformata in “ narcotizzatore sociale”.
Alla sua ombra avviene di tutto.
Riporto il racconto di quello che è successo all’Ansaldo, la fabbrica di Sandro:

Qualche giorno prima ci avevano avvisato: “State attenti! Quando piove, o si ha una tettoia sotto cui ripararsi, oppure ci si bagna!”. Il 12 settembre… è piovuto.
Con il pretesto dell’embargo iracheno, l’Ansaldo ha “messo in libertà” 99 lavoratori.
E noi “ci siamo bagnati”.
Su 25 delegati Fim-Fiom-Uilm sono stati sospesi solamente i due delegati FLM e con loro praticamente tutta l’area politica di compagni che in essi si riconoscevano e che ruotavano attorno al foglio “Cronache dal basso”.
Quelli appunto senza “tettoia”.
Da anni, senza nasconderci dietro a nessuno ma con i nostri nomi e cognomi, ci battiamo in fabbrica per un sindacato non ridotto a scuderie clientelari, un sindacato che non strappi ai lavoratori, con la delega, ogni possibilità di contare e agire, un sindacato che non veda come fumo negli occhi ma accetti come a sé necessario ogni coagulo di massa che lo costringa a dialettizzarsi , un • sindacato che non trasformi inevitabilmente ogni lavoratore eletto in un semplice portaborse dell’apparato e del funzionariato esterno…
Attorno a noi, espulsi, il consueto campionario di inidonei, infortunati, assenteisti, tossicodipendenti, minorati… e il cuscinetto intermedio dei neutri.
Nei reparti la gente ha visto: “Li hanno proprio buttati fuori tutti!”. I soggetti politici ufficiali no: vederci e riconoscerci come politicamente discriminati vuoi dire riconoscere valenza politica ad una pratica che mette in discussione la loro. Non è possibile.
Né ci hanno visto i mass media: eppure giornali e radio ci sono passati accanto in questi giorni. Abbiamo il difetto di non avere “sponsor”: né un partito, né una specifica organizzazione sindacale. Siamo dei veri figli di m( adre )ignota.
Ultimi epigoni della parabola di “ Garabombo l’invisibile”. Qualcuno che ci ha visto però c’è: l’Azienda. E sta tentando di buttarci definitivamente fuori dai piedi.
Noi continuiamo ad essere tutti i giorni lì, in fabbrica.
Davanti a tutti: compagni, sindacato, padroni.
Con il nostro non rassegnato progetto di ricordare a tutti, con la nostra pratica, le non tramontate frontiere del conflitto di classe.

Ancora una storia di ordinaria violenza, come mille altre che si consumano nella ovattante nebbia della Cassa Integrazione.

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Quale forma dare al prete di domani?
Era il tema del sinodo dei vescovi, riunito a Roma nell’ottobre scorso, dedicato alla “formazione del sacerdote nelle attuali circostanze”.
Non risulta, almeno dalle mie parti, che ci sia stato un interesse appena sufficiente alla cosa, neppure tra gli stessi preti, oggetto delle discussioni sinodali.
L’impressione è che non ci si aspettasse nulla, nulla che non fosse già visto, previsto e deciso.
In verità nella chiesa c’è la paura, una paura non cristiana, di parlare apertamente del prete.
Essi stessi, che debbono istruire e condurre i fedeli, sono nella sostanza inibiti dal prendere la parola, con libertà riconosciuta, per narrare di sé e della propria esistenza, per affrontare le proprie contraddizioni e i rapporti interni alla struttura “clero”, spesso ispirati a modelli diversi da quelli raccomandati dalla fraternità evangelica (cfr. Lc 22,25-27).
È esperienza comune che quando uno osa parlare apertamente e liberamente deve pagare, in qualche modo, le colpe di aver incrinato l’incantesimo della finta unanimità.
L’inibizione al parlare libero conduce non di rado a quelle forme di comunicazione subalterne e patologiche che si esprimono come lamento, mormorazione, pettegolezzi nel circuito chiuso del clero, ipocrisie… espressioni dell’impotenza ad essere ed apparire pienamente se stessi.
La libertà è terapeutica non solo per l’uomo, ma anche per il prete. In fondo questo è uno dei problemi base della formazione del prete: se da lui ci si attende una capacità di autonomia e di assunzione di responsabilità in prima persona oppure se lo si programmi come figura subalterna, dipendente, esecutiva.
La requisizione dei punti scottanti della discussione alle alte sfere, le intimidazioni che con costanza si ripetono verso coloro che coraggiosamente prendono la parola nella chiesa inclinano al pessimismo. Però è molto bello incontrare nella vita gente disposta a rinunciare alla tettoia sotto cui ripararsi, anche se fuori piove.

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Alcune espressioni del Nuovo Testamento molto care a noi PO non hanno avuto molta fortuna nelle meditazioni dei formatori delle nuove leve del clero. In Mc 5,3 Gesù viene riconosciuto dai suoi compaesani come il falegname.
Ripetutamente Paolo nei suoi scritti dice: «non mi son fatto mantenere da nessuno, ma ho lavorato giorno e notte con grande fatica perché non volevo essere di peso a nessuno» (2Ts 3,8) al fine di poter «annunciare gratuitamente il vangelo (2Cor 11,7).
C’è da chiedersi perché mai Gesù abbia sprecato tanti anni della sua preziosa vita a piallare il legno.
E Paolo: perché rubare tempo all’apostolato per fabbricare delle tende? Proprio lui che ripeteva a se stesso ed agli altri: «guai a me se non evangelizzo!». Non c’era qualche buon laico disponibile a lavorare al posto suo, così lui sarebbe stato full-time per la predicazione? Macché , addirittura si dava da fare con le sue mani per mantenere altri (At 20, 34).
C’è qualcosa di strano In queste tracce neotestamentarie.
Anche se non si capisce molto, potrebbe esserci un messaggio importante da non lasciar cadere.
Penso che se fossi un vescovo della chiesa italiana proporrei di impegnare l’8 per mille dei preti per dare linfa a questa sana tradizione. Ma, poiché non lo sono, prometto che non accamperò diritti d’autore se qualche vescovo vero farà proprie queste idee e le porterà avanti. Anche a costo di bagnarsi.

Roberto Fiorini