N°0 / Una voce dice: “Grida!”

Editoriali


 

Il numero zero della rivista PRETIOPERAI, contenente gli atti del convegno nazionale tenuto a Firenze dal primo al 4 maggio 1986, si apre con queste pagine di Sirio Politi; durante quel convegno sono stati i suoi interventi a determinare la scelta di far nascere una rivista che diventasse come il diario (noi più tardi abbiamo parlato di “archivio”) degli scritti dei pretioperai italiani.
Lo stesso numero zero si chiude con un analogo intervento-proposta di Gianni Tognoni.

 

Una voce dice: “Grida”
e io rispondo: “Che dovrò gridare?”(Isaia 40,6)

 

Può anche essere che siano maturati i tempi nei quali dire pretioperai sia come invitare a voltarsi indietro a cercare d’intravedere, nell’annebbiamento che gli anni inevitabilmente addensano sul passato, questi tipi di preti che indiscutibilmente hanno fatto parlare di sé, questi strani operai ritrovati spesso, gomito a gomito, dentro la fabbrica, sulle strade, nel sindacato.
Bisogna riconoscere che il tempo in cui viviamo ha la capacità di rapidissimo invecchiamento d’ogni cosa. Ma non tanto perché sopravviene il di più, il meglio, quanto per un‘impellente urgenza di cambiamento, di mutazione. Non è un problema di decadenza di valori, dell’arrugginirsi di esperienze, di logoramento di rapporti con la realtà del vissuto.
È piuttosto lo scivolare del tempo che nel suo fluire porta via veri e propri periodi di storia, momenti di particolare cultura, ricerche di radicali cambiamenti, sogni appassionati di novità vitali.
E insieme a quel blocco di storia spariscono e si perdono uomini, movimenti, progetti, lotte… Quasi da sembrare come se nemmeno fossero realtà storica, concretezza di vita, carne, sangue e anima di gente che a quel progetto si è appassionata e in quel sogno, tutto, assolutamente tutto ha giocato.
L‘esemplificazione di questo susseguirsi, di questo incalzarsi, come le ondate di mareggiate incessanti, in questi ultimi quarant’anni, è nella memoria di chi in questi anni, a poco alla volta, si è ritrovato ad essere un rottame alla deriva, se non proprio abbandonato sulla spiaggia a intorsarsi di pioggia o inaridire al sole.
La storia è un‘enorme forza di liberazione per la capacità che il tempo possiede di decantazione, di superamento, di dimenticanza, di cancellazione. Può essere però ugualmente seppellimento di morti e seppellimento di viventi. Cancellazione di ciò che bisogna che sia dimenticato (anche se la memoria è fondamentalmente cultura); ma anche mantenimento davanti agli occhi, visivamente evidente, perché attualità decisiva di continua novità, di tutto quello che – piccolo, insignificante segno che sia – può costituire, essere speranza.
E la speranza non è necessariamente legata e dipendente dai particolari momenti, favorevoli o disastrosi, della storia. È una permanenza, fondamentalmente, una vitalità sempre presente, una provocazione tenace, che sta al di sopra dei fatti, delle vicende, delle persone. Perché è alla radice, è dentro il tessuto connettivo del vivere e convivere umano.
Chi ha avuto il dono di Dio di accogliere e di ascoltare e di obbedire a questa violenza interiore che l’ha costretto e spinto ad uscire di casa, abbandonando tutto, per mettersi sulla strada della storia e viverne e condividerne l’avventura, sa bene che ciò che gli appartiene è unicamente la fedeltà.
E cioè la continuità di una presenza non determinata, costruita dal momento, ma di un’accoglienza determinante una connaturazione, una precisa, inconfondibile identità.
Chi è sceso sulla strada ha scelto e deciso semplicemente di uscire dal cerchio del privato (qualsiasi privato, compreso quello della propria salvezza) e di confondersi e perdersi nella folla, qualificata o anonima che sia. Non è pensabile, onestamente, che la permanenza possa essere dipendente da una soggettività o peggio ancora dalla giustificazione di un gradimento o dalla costatazione della sconfitta, dall’avvertenza dell’inutilità o semplicemente dal mutare delle stagioni.
Il voltarsi indietro non ha assolutamente senso. E tanto meno un arrampicamento per ritrovare condizioni di sicurezza o almeno di una passabile ragionevolezza.
Quando si è posto mano alla pazzia la razionalità più consigliabile è cercare di essere pazzi del tutto…
Può essere che solo allora possano sopravvenire e maturare le condizioni ottimali per la testimonianza.
Perché può avvenire che l’Amore (cioè la vera ragion d’essere della propria vita, l’unica, appassionante spiegazione del proprio destino) sia tutto nel rimanere: sì, certamente, nel rimanere aggrappati allo scoglio e resistere alle mareggiate, ai marosi che da ogni parte schiaffeggiano e sbatacchiano; ma anche nel rimanere, lasciati andare, fra lo spumeggiare delle ondate, che inabissano e innalzano violentemente, affogati eppure sempre a galla, come un rottame.
Su questo rottame può esserci scritto un nome e può significare tutta una storia bellissima, così tanto da meritare di essere tutta o quasi raccontata.

 

Una rivista di più tra le tante che tentano di inculturare questo nostro tempo, quella che il Movimento (parola tanto per amor di sintesi) dei pretioperai intende immettere sul mercato della cultura?
Forse sarebbe assai riduttiva una valutazione del genere. E la pubblicazione potrebbe anche risultare contraddittoria a quel silenzio e a quella solitudine che è parte viva, anche se spesso è condizione significativa di oppressione e di emarginazione, dell‘esperienza pretioperai.
E forse sarebbe un tardivo intervento, data la mutazione dei tempi nei quali ormai la parola è assai più del potere, di qualsiasi potere, ma particolarmente quello della Chiesa, dell‘assolutizzazione economica, della ragione politica, della potenza militare ecc.
Si tratta invece di “ridarci un linguaggio quotidiano che ci permetta di riconoscerci, di comunicare tra noi e con gli altri, non per opporci al linguaggio dei critici e della massa, ma per. vivere la nostra vita e permettere che altri possa continuare ad incontrare la nostalgia” (Tognoni).
Un raccontare quindi, come in un diario, la propria vicenda interiore specificando quel niente e quel tutto che sicuramente ciascun preteoperaio vive nei propri condizionamenti ma anche e forse sopratutto in quella spaziosità di visione, di giudizio e di cocciuta presenza e condivisione, nella quale la realtà attuale dell’umanità arrotola e srotola la propria storia.
La giustificazione di tanto osare è tutta nella coscienza di respirare una libertà totalmente liberata. Di essere gente che sulla povertà non ha fatto mai sentimentalismi ma condizione reale di vita. La condivisione fino al coinvolgimento oltre ogni limite di partecipazione,fino all’identità operaia. Il vuoto totale di ogni intenzionalismo. L‘aver pagato sempre, senza preventivi e consuntivi, i prezzi delle proprie scelte. La serenità e la pace, al di là di ogni rammarico o rivalsa…
La pagina è indiscutibilmente bianca, assolutamente senza intestazione,
riferimenti, timbri ecc.
Ciò che conta è essere una voce che grida: se poi questa voce che grida si
perdesse nel deserto non ha poi tanta importanza. Anche perché i pretioperai ci sono abituati.

 

È chiaro che questa pagina bianca può e deve essere sul tavolo di tutti, anche se più o meno ingombro di libri, riviste, giornali, scartoffie. Perché questa pagina bianca è come la polvere della piazza sulla quale Gesù scriveva con il dito. È come la strada sulla quale il camminare dei piedi descrive, racconta l’avventura del proprio destino. È la scommessa del confronto del passato, del presente, del futuro, in quel rannodo, sia pur significato da parole scritte, ma che è tutto nella viva carne e in quel sangue che non è acqua: tant’è vero che i segni sono visibili, così tanto, da essere leggibili.
Il tavolo, carta e penna, certo non sono la fabbrica. Sono però ugualmente solitudine. Anche lo scrivere come il lavorare è raccogliersi nella propria interiorità e ascoltarsi e ascoltare. È fedeltà, continuità di quel silenzio della parola inghiottita, rientrata forzatamente nell‘angoscia dell‘ingiustizia, dell‘assurdità, a covare attese d’intervento, di lotta, di ribellione.
Scrivere è riscavare nel profondo, è portare alla luce, togliere la pietra sigillata di tanto sepolcro per una risurrezione. È raccogliere nel segreto di un lungo, faticoso e trepidante sognare, le parole che mai forse hanno potuto essere gridate. Ora è possibile ricamarne almeno l’eco sulla carta. Come sangue che ancora goccia giù dalla ferita e scopre segni di cicatrice.
Ma carta e penna è anche uno scrivere le parole ascoltate nel terzo cielo che orecchio non ha mai ascoltato e parola ha mai raccontato. Sono parole che possono essere scritte, se scrittura non è vocabolario, grammatica, sintassi, cultura, scienza nemmeno teologica, ma scopertamente profezia, cioè manifestazione del nascosto, rivelazione del segreto, visione dell’invisibile, racconto del Mistero dell’uomo e di Dio.
È stringere tutte le mani. Un abbraccio a misure universali. È percepire la voce dell‘umanità. Quella silenziosa, timida, infinitamente paziente. La voce delle moltitudini, a scroscio di marosi a frangersi sugli scogli. O il rovesciarsi straripante della fiumana della storia a tentare di dilagare una nuova umanità su questa antica e, sembrerebbe a volte, decrepita crosta terrestre.

Sirio Politi