Suicida per delusione

Ci scrivono



Ricordando don Giampaolo Dussin


Trovandoci tra amici, preti e laici, domenica 15/10/1995, ci è venuto spontaneo riflettere sulla tragica conclusione della vita di don Giampaolo Dussin, suicida a 33 anni (Monastier 20/06/62, Arco di Trento 29/09/95), prete da pochi anni (ordinato il 19/5/90) e trasferito di recente dalla Parrocchia San Vito e Modesto di Spinea (VE) a quella di Santa Maria del Sile (TV).
La solitudine immensa, la sua sofferenza fisica e psichica acuita dalla prospettiva di un distacco dall’ambiente e dalle persone, dove aveva acquisito una certa sicurezza, la difficoltà dei rapporti con gli altri preti, che gli aveva fatto chiedere di essere trasferito solo un anno fa, la enorme fragilità personale di fronte alle conseguenze del dover ripartire in un ambiente molto diverso e … tante altre cose, hanno fatto scattare questa decisione lucida e impazzita di togliersi la vita con il gas. In macchina, lontano da tutti, nella totale solitudine ha raggiunto un livello di decisionalità, che forse non ha avuto in altri momenti e in altre circostanze. Ha lasciato scritto (notizia di Gazzettino del 01/10/95): “Non ne posso più, tutti mi hanno abbandonato in questo momento di disperazione, anche la Chiesa. Neppure gli amici preti mi sono stati vicini”.

Ci sono interrogativi gravi da porci come “amici preti”, che vanno al di là della vicenda personale tragica e senza ritorno. Non basta concludere “preghiamo”, senza dare alla preghiera uno spessore di responsabilizzazione, di analisi serena, ma approfondita, di ricerca dei mali, che portano a conclusioni così inaspettate e sconvolgenti. Non si arriva a tanto senza delle premesse che mettono sotto verifica i rapporti, i metodi, i criteri di formazione, i modi di vivere la fede, la comunitarietà, la solidarietà tra generazioni, l’essere preti nella società di oggi, l’essere uomini adulti, capaci di far da riferimento per altri, nel cammino della fede.
Leggendo le dichiarazioni di intenti dei neo-ordinandi preti, tra cui quella di Giampaolo, si ha la sensazione, che vengano tranquillamente usati termini e concetti assoluti, senza far i conti con la vita vissuta, con la realtà dura del vivere quotidiano, dove non ci sono spazi per doni di sé e doni della vita, detti a piena bocca e non valutati per i prezzi che costano e le esigenze di maturità e coerenza, di competenza e storia condivisa, che metta in grado di svolgere servizi esigenti e pieni di scadenze. Non si dà a tutti una vita che non si possiede in proprio, che non si conosce e non si carica di storia e di contesti concreti. La presentazione spiritualista del vivere, del lavoro, della conduzione di una famiglia, delle responsabilità di guidare una comunità o un gruppo, di far da riferimento per grandi e piccoli. Tutto ciò non è uno scherzo, come non è uno scherzo vivere le esigenze del Vangelo e dell’essere “popolo di Dio” insieme. Può essere gravemente responsabile un’educazione che alimenta ideali impossibili o una visione angelicata della vita, tutta amore facile e gioie incommensurabili per gli eletti e i chiamati. La delusione del vivere può rivelarsi tragicamente frustrante… fino al suicidio.
Inoltre già negli anni sessanta nascevano le proteste per certi metodi di cambiamento, che avevano le caratteristiche di una letterina, che arrivava per posta e con un bollo da 500 £., dove ti ritrovavi con la dicitura: “Sarai in servizio dal giorno tale presso la parrocchia X, dove è urgente e attesa la tua presenza. Con tanti auguri di buon lavoro. Affettuosissimo nel Signore …”; e nel giro di una settimana o due dovevi spostarti da un angolo all’altro della diocesi, da Castelfranco a San Donà, da Montebelluna a San Mirano… Sono contesti storici e sociali diversissimi dove ricominciare una vita e un inserimento, facendo finta, visto che era dato per scontato, di saper tutto e poter rispondere a tutti, leccandoti da solo le ferite delle amicizie interrotte, dei distacchi, delle cose imparate per nulla e fatte pagare alle varie comunità.
Ora sembra che le cose non siano molto diverse: soprattutto se non si trovano tempi e persone che ascoltino, valutino, aiutino, accompagnino chi è più debole e più fragile. Non basta essere alla fine ai funerali, serve esserci preventivamente, nelle malattie e nelle solitudini, nelle canoniche e nei disagi dei rapporti tra generazioni.
Ma qui arrischiamo di volere l’impossibile, se pensiamo che i cambiamenti di mentalità e di rapporti abbiano provenienza istituzionale o gerarchica, naturalmente attenta alla sua salvezza e alla sua conservazione, alle tradizioni e alla continuità. Serve far forza su se stessi e la propria liberazione, sulle leggi umanissime del rapporto padri e figli, giovani e anziani, dove la contestazione è elemento vitale e fa parte del crescere e dello sviluppo personale e comunitario. Non si deve lasciarsi schiacciare dalle esigenze dell’azienda, che per funzionare bene (anche l’azienda Chiesa) e per esigenze di mercato, non può e non deve tener conto delle situazioni e richieste personali dei dipendenti e della loro realtà di vita vissuta.
Qualcuno ha ventilato la necessità di una più forte sindacalizzazione dei preti, ma forse basterebbe una maggiore considerazione data al primato della coscienza e della libertà interiore, allo spirito che sovrintende alle scelte e alla responsabilità. Anche l’efficienza autentica ha bisogno dello spirito. Sappiamo bene che è fondamentale organizzarsi e muoversi insieme, poter far conto su amici e su veri compagni di strada, su gruppi e su altri, che condividono la vita e le scelte, anche evangeliche. La solitudine è tragica e porta alla follia, soprattutto nei rapporti con le istituzioni di ogni tipo, che hanno esigenze diverse da quelle delle persone.

Don Giampaolo ha pagato con la vita l’ignoranza di queste leggi fondamentali. C’è spesso tra noi un’attitudine di rassegnazione, di accettazione silenziosa e succube, di falsa obbedienza e di mugugno, che non va oltre i confini del sagrato, che alimenta un malessere e delle situazioni insopportabili, che pesano soprattutto sui più sprovveduti e sui più fragili. Il Seminario e la formazione vanno chiamati in causa, perché parte da là una mentalità inculcata, che confonde la volontà di Dio, con voleri e pesi imposti da uomini ad altri uomini (cfr. Matteo 21).
Si creano persone con la mentalità individuale da protagonisti e da responsabili unici di troppe cose, che sono insieme politiche, sociali, economiche, educative, consolatorie, burocratiche… Quando si sa bene che ciò provoca inutile senso di superiorità sui laici, fiducia solo in se stessi e sulle proprie forze, incapacità di scelte di competenze, di ruoli.
Urge andare per scelta verso un reale senso dei limiti e una capacità di collaborazione con tutti gli altri, specie i laici, per vincere onnipotenza, che crea persone stressate e perennemente agitate ed esasperate dai tanti impegni e dal senso dell’indispensabilità “da telefonino”, lontana dal «…dite: ‘Siamo servi inutili!’».
Forse abbiamo bisogno, visto il calo numerico e quello di incidenza sul cammino delle comunità parrocchiali, che sia lo Spirito a condurci alla reale inutilità e alla sparizione di un prete di questo tipo manageriale e “di potere”, perché nascano comunità responsabili e si chiariscano i ruoli, e le presenze.

Siamo stati chiamati a tacere e a pregare ed è giusto; ma questo va fatto nella consapevolezza e nella assunzione di responsabilità, per non rendere vana questa immensa sofferenza di lui, che paga anche tante nostre inadempienze, che nessuna preghiera può coprire.

Un gruppo di preti e di laici
di S. Donà di Piave