Abita la terra e vivi con fede

“Abita la terra e vivi con fede” (Sal 37)
Rileggiamo oggi la Gaudium et Spes

Convegno di Bergamo 2014 / Contributi


Non sempre le due cose sono andate insieme nella mia vita.
All’inizio, ho abitato la terra senza fede, in un percorso creato da altri, per esempio i miei genitori; pensavo che questo percorso fosse comune a quello delle persone che mi circondavano e così mi sentivo: una persona fra le tante. Credevo che studiare, lavorare, avere del tempo libero di svago e/o impegno fosse normale, che così fosse per tutti.
Poi, ho capito che non era così, che qualcun altro mi aveva creato questo percorso, anzi alcune altre: le donne che avevano lottato per questo, lo avevano conquistato per sé e regalato a me.
Quindi, ho studiato, ho lavoro, ho famiglia, ho tempo libero da destinare secondo le mie decisioni: in una parola, ho tutte le opportunità, riservate al mondo maschile e ho cercato di coglierle tutte.
Nel frattempo, c’è stata la scelta di fede e io ho pensato che ognuna di quelle opportunità, che concretizzavano per le donne di allora l’abitare la terra, dovesse essere realizzata nella fede, perché non ci fosse separazione fra fede e vita.
Faccio l’esempio del lavoro, un discorso qui rilevante: per fede, ho scelto di studiare agraria e di essere un dipendente pubblico, pensando di poter svolgere, in questo modo, un servizio alla società.
Purtroppo, le cose sono andate diversamente; sono riuscita a diventare un dipendente pubblico della Regione Lombardia, ma l’idea di lavorare in spirito di servizio si è rivelata un boomerang.
Sono state fermata su vari fronti: prima, sull’impegno e sulla diligenza nello svolgere il lavoro; poi, sulla conciliazione fra lavoro e famiglia; infine, ho fatto l’esperienza drammatica del mobbing, al rientro dall’ultima maternità e ad opera di colleghi.
Questi eventi mi hanno fatto capire che i diritti non sono acquisiti di fatto ma vanno continuamente difesi e proclamati: mi sono iscritta ad un sindacato e ho ricoperto più volte il ruolo di delegata aziendale.
Dopo questa esperienza di lavoro che dura da oltre 30 anni, mi chiedo se davvero il lavoro sia un’esperienza centrale della vita di una donna e di una persona.
Anche il mio programma ecclesiale è fallito: l’idea era di cambiare le cose dall’interno. In realtà, ho dovuto procedere, quasi sempre da sola, su un binario parallelo a quello della maggioranza, mai fuori, mai dentro, sempre al limite, al margine, guardata con sospetto.
Fallimenti: come li ho gestiti? Credo di averli considerati elementi importanti di revisione dei miei programmi perché di questo si trattava, di miei programmi. Riconsiderando il tutto, emerge l’importanza delle relazioni: non avverto più la separazione fra me e gli altri, fra credenti e non credenti, abituale nei discorsi dei cristiani. Invece, mi sento parte di un corpo unico, di persone che fanno le stesse esperienze e hanno la stessa vita.
Inoltre, avverto l’importanza della generazione successiva: ho fatto delle scelte e le ho vissute pensando che fossero opportune e giuste. Non ho ottenuto i risultati sperati, ma le ho fatte. Non sono io il centro: ci saranno altri a fare altre cose. Ci sono già idee che comprendo essere molto migliori di quelle che posso avere io e che vanno appoggiate. Ad esempio, il caso di una signora che lavora sugli autobus di una grande città e che ha sperimentato la solidarietà dei colleghi i quali, con il consenso della azienda per cui lavorano, le hanno regalato dei loro giorni di ferie per aumentare il suo numero di giorni di malattia e permetterle di assentarsi ulteriormente per curare un tumore. Sono stati regalati così tanti giorni che non sono nemmeno serviti tutti e sono rimasti a disposizione di qualcun altro che in futuro ne avesse bisogno.

LAURA GALASSI