Solo quello che di noi ha accettato di essere parte continuerà a mescolarsi per sempre

“Abita la terra e vivi con fede” (Sal 37)
Rileggiamo oggi la Gaudium et Spes

Convegno di Bergamo 2014 / Contributi


Quale terra abito lo dice la mia modesta pensione “a tre cifre”, una pensione fatta – come il vestito di Arlecchino – di tanti pezzi di lavoro dotati dei relativi contributi che lasciano intendere intervalli non indifferenti di lavori forzatamente “al nero”.
Ho iniziato a “vendere le braccia” in agricoltura, per poi passare all’industria e, causa una delle tante ricorrenti crisi del settore nautico, approdare all’artigianato come fabbro carpentiere. L’incontro con la disabilità e la marginalità mi ha portato a concludere la mia storia lavorativa come operatore nei servizi sociali e infine come amministratore di cooperativa. Nella mia microstoria mi sono reso conto alla fine di aver percorso la stessa strada della maggior parte del popolo italiano: dall’agricoltura ai servizi, passando per industria e artigianato.
Questo mio migrare da un lavoro all’altro senza mai appartenere ad una “categoria” economica e sociale, questa mia oggettiva debolezza di fronte alle crisi occupazionali, era dovuta essenzialmente a due motivi. Il primo rappresentato dalla difficoltà del convertire in lavoratore manuale una persona come me segnata da tanti anni di vita intellettuale “prestata” alla manualità. Il secondo rappresentato dalla evidenza consapevole che, pur abitando insieme ad altri e con gioia, non avevo nessun carico familiare proprio da difendere e da nutrire, per cui se c’era qualcuno che doveva lasciare il lavoro ero tra quelli.
Ho sofferto, all’inizio, le pene dell’inferno per lo sradicamento da un ambiente, dai compagni di lavoro, da una – sia pure minima – competenza acquisita sul campo, per ricominciare di nuovo tutto da capo, a partire da quel dover dar conto della mia storia di prete finito lì balbettando alla meglio quei motivi incomprensibili a chi avrebbe dato soldoni per poter andare a lavorare da un’altra parte.
Solo in seguito ho capito che c’era anche un aspetto positivo in questa mia instabilità: cucire insieme esperienze diverse. E che anche la capacità di adattamento al cambiamento, alla fine era una competenza e niente affatto secondaria.
Di conseguenza, ora mi accade di incontrare gente che mi riporta a vissuti differenti e che mi “costringe” a ripescare pezzi della mia vita che, altrimenti, sarebbero rimasti sepolti nei vari cassetti della memoria.
Sono contento di questo, ma non volendo rimanere prigioniero dei ricordi, cerco di affrontare, anche con questi amici di un tempo, il presente. Sempre più spesso il ragionare dell’oggi affonda in una dimensione di sfiducia e di denuncia di tutto e di tutti. La crisi economica è evidente e il lamento dell’incapacità di far fronte alle spese si traduce in richieste di denaro per agguantare una bolletta o far fronte all’affitto di casa. Ma ciò che avverto in modo sempre più chiaro è l’erosione galoppante della speranza a fronte dell’uso sempre più generalizzato del denaro come risposta a 360° rispetto al disagio umano nelle sue diverse forme. E siccome ora il denaro scarseggia, il disagio prolifera e la speranza affonda. Ed è sempre più evidente che la crisi economica è stata preceduta da un progressivo impoverimento delle capacità umane di dare risposte credibili alle domande di senso della vita e delle relazioni. Basta pensare ai modi in uso nella società dei consumi di attenuare le crisi familiari puntando su regali, andando a cena fuori, programmando ferie in luoghi straordinari e finendo per chiedersi: “ma cosa devo fare di più?”. E questo anche nelle crisi sociali come nella vita stessa degli individui. Fino a produrre – perché il denaro è sempre poco quando non manca – persone sempre più scontente, depresse, confuse, incazzate, ecc. ecc.
Mi rendo conto, sempre più ogni giorno che passa, che non cerco di ribattere direttamente alla negatività dilagante, ma inserisco nei brandelli di conversazione alcune storie con cui cerco di ricollegare i singoli brandelli di esistenza al fluire di un universo che sempre più dilata le sue dimensioni e ci raccoglie come in un abbraccio. La prima di queste storie riguarda la vita, quella vita sempre più disprezzata e ridotta al “qui e ora”.
La traccia della vita di ciascuno di noi inizia (almeno per ora…) nella pancia della mamma. E anche qui ciascuno di noi porta con sé un’eredità affatto trascurabile che inciderà nel proseguo della nostra esistenza. Questa prima fase di formazione della nostra esistenza individuale ci trova completamente dipendenti, nutriti e riscaldati dalla mamma che rende disponibile sé perché ciascuno di noi possa crescere fino ad entrare in crisi e rompere l’equilibrio che si era instaurato. Si rompono le acque e veniamo spinti convulsamente nel canale del parto per poter nascere alla vita presente. Non più nella dipendenza assoluta da un altro essere, ma lungo una strada dove sperimentare una ricerca che si protrae in ogni momento della nostra esistenza attuale. Cercando di rispondere alla domanda di identità (“chi sono io”) e a quella di relazione (“chi è l’altro per me”) nell’incrocio sempre precario di un equilibrio tra il “me stesso” e “l’altro” che non si risolverà mai. Almeno in quel tratto di vita che noi consideriamo unica e che va dalla nascita alla morte. Si susseguono momenti in cui ci sembra che siano gli altri a prevalere a scapito del nostro stesso essere, con altri in cui ci arrocchiamo su noi stessi e gli altri svaniscono in una dimensione di vita tutta ripiegata su di sé.
E non riusciamo mai a chiudere una volta per tutte questa forbice.
Allora perché non pensare che la vita che si esprime sempre nel cambiamento, non riesca a rompere questo sia pur precario equilibrio proiettandoci dentro un altro canale del parto che non è più la pancia della mamma, ma la “pancia della terra”. L’universo così come lo conosciamo e lo sperimentiamo ora.
E quello che di noi sopravvivrà (perché non credo che tutto di noi sarà interessato dalla resurrezione) potrà fondersi con il tutto senza perdere la propria individualità.
Un po’ come, usando altre metafore, se la vita – spesso paragonata a un fiume che scorre dentro le rive segnate dal tempo e dallo spazio -, arrivasse al mare dove ogni goccia rimane se stessa fondendosi in un’unica vastità.
Solo quello che di noi ha accettato di essere parte, continuerà a mescolarsi per sempre.

LUIGI SONNENFELD