Grazie, Signore, per gli amici che mi dai

Ci scrivono


 

Cari amici Pretioperai,
leggo con utilità e frutto la vostra faticosa e bella rivista.
L’ultimo numero mi ha fatto molto riflettere.
Almeno una cosa mi è sembrata importante, per me che faccio il cappellano all’ospedale di Sesto.
Il tema di Dio; il tema della fede.
Ho trovato le vostre difficoltà; ho intravisto le mie difficoltà a parlare di Dio oggi.
Dire Dio nella durezza del lavoro; dire Dio nella solitudine della malattia. Ma il fuoco che traspare in tutte le vostre testimonianze mi sembra la garanzia che voi, come già i profeti della Bibbia, avete saputo dire Dio con efficacia e verità.

Tutte le mattine faccio il giro da tutti i malati e la posizione dell’ospedale è tale che guarda un po’ Sesto e vedo bene la torretta che domina i capannoni della Breda.
Lì so che lavorano, lavoravano amici che per me sono sempre stati un richiamo.
E penso al mio lavoro e a quello che fate voi.
Incontro moltissimi uomini e donne che con orgoglio dicono che hanno lavorato alla Breda, alla Falck, alla Marelli o avevano lì il marito. Tento di entrare in rapporto.
Ascolto la fierezza con cui parlano del loro lavoro, degli anni delle lotte; di quello che hanno costruito.
Capisco che l’esperienza più bella che dicono è l’unità con i compagni e l’inconscia sintonia con le beatitudini del Vangelo: sentono Cristo uno di loro.

Il mio invito alla preghiera, ad alzare gli occhi in alto, a pensare a Dio, è molto timido, impacciato, anche se sono in una condizione di troppo vantaggio perché quando uno soffre è più disposto.
Non so ancora come fare. Cerco di passare del tempo con loro anche in atteggiamento di svago, tivù, sport, gioco carte… ma capisco che il loro pensiero è altrove, è la malattia, è il futuro.
Cerco dì avere attenzione, rispetto, quasi soggezione e mi pare che tutto ciò può essere un segno di rude “tenerezza di Dio”.
Anche voi quando mi parlavate dei vostri rapporti personali con loro avevate immediata la certezza che il rispetto, la stima per loro vi apriva poi a qualcosa di più.

Ecco, vi saluto e vi ringrazio. Vorrei essere un po’ il prolungamento della compagnia che voi avete iniziato con loro.
Si parla molto di evangelìzzazione, io da voi ho imparato il Vangelo vissuto, quasi un modo di fare esegesi della parola di Gesù.
Quando nella Messa dico: “Ricordati della tua Chiesa diffusa su tutta la terra, rendila perfetta nell’amore…” penso a voi.
Ho anche la fortuna di mangiare alla mensa dell’ospedale. Mangio con gli operai…
“Grazie Signore degli amici che mi dai!”.

don Vittorio Ferrari